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1 LA CORSA DI OTTAVIO Una folata di vento afferrò la foto di Marvina che rideva e la sollevò con impeto nell’aria, trascinandola nell’acqua Il libro di latino, sbigottito declinò veloce, alcune pagine e senza voce, restò immobile a guardare, il mare increspato La sabbia millantatrice di crediti, con saccenteria ruotava e s’allontanava nascondendo le regole in cerchi concentrici Un fenomeno, all’improvviso avanzò e degradò il cielo L’azzurro si sbiancò e si lasciò cadere sfilacciandosi, galleggiando nell’aria, ubbidiente, raggiunse l’acqua del mare, lasciando lo spazio, ad un pulviscolo scuro, portatore di dolore Un esercito di figuri armati, sbarcò da navi millenarie ed avviò senza alcuna dichiarazione, una guerra senza quartiere Una miriade di frecce di fuoco, volarono in ogni direzione, colpendo la gioia, alla cieca, seminando terrore e morte La spiaggia, con cautela si sottrasse da sotto il corpo di Ottavio ed incrociando le onde, guardandole con indifferenza inusitata, s’allungò con una lieve curvatura sotto la montagna. Ottavio, con la testa in fiamme, si lanciò in una corsa folle e si tuffò dalla rocca a strapiombo, volando nella bocca della morte che dell’amore gli aveva fatto la tomba, senonchè l’azzurro che aveva lasciato il cielo ed era sceso sul mare, ebbe un colpo di dignità e si raccolse in una matassa. Mani amorevoli, leste, confezionarono un tappeto morbido, leggero, che con un ondeggiare pieno di saggezza, sapienza e comprensione, volò a distendersi nel tuffo di Ottavio, raccogliendolo nelle braccia, trasportandolo sulla spiaggia e posandolo con estrema cautela, sulla sabbia a granelli che con cura si era disposta ad attenderlo. L’azzurro, ripreso possesso dello spazio, rasserenatosi, lasciò che i raggi del sole, andassero a raggiungere la spiaggia Ottavio, ascoltò le carezze, apprezzò il calore e pensò a Marvina La sua faccia piena con i buffetti sulle gote ed il sorriso birichino, gli aveva lasciato un gran dolore scegliendo di andarsene ed aprì 2 gli occhi con il tremore di un’emozione che doveva tenere a bada La libertà vale a distinguere la civiltà dell’uomo ed ha diritto, al rispetto anche se può donare sofferenze e con umiltà accettò il sollievo che gli offriva il sole e si bagnò la faccia con l’azzurro del cielo Gli occhi, lentamente si confidarono con le canne secche, gli alberi che circondavano la montagna e si mise in piedi che stava a sedere, con l’intento di mettere in ordine i vestiti e riprendere il cammino che per un attimo gli era parso superfluo. Volse lo sguardo alla statale e scorse una carovana di pellegrini, adulti e ragazzi che cantando e ballando, marciavano alla volta del Santuario della Madonna e ridendo, canticchiando sottovoce ch’era stonato, corse a raggiungerli e si accodò a loro.
Il calendario
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Il vento è sceso impetuoso ed ha smosso il sottobosco mettendo a nudo le croci dell’oppressione e del malgoverno Il mare ha scavato la scogliera ed è entrato nella gabbia della civiltà degli uomini, gridando Il calendario di primavera ha portato la neve I nomi senza libertà sono scesi per la città a chiamare la giustizia a testimoniare lealtà Una generazione ha aperto le finestre di casa sventolando la faccia sorridente, orgogliosa Il sole ha svegliato la terra e perfino le tombe I fiori hanno dipinto i muri ed i cancelli La piazza ha acceso la speranza e d’incanto il calendario si è appropriato della stagione.
3 L’incubo Ho scoperto stamattina, una mano malandrina che s’infilava nella mia età e scavare con ferri arrugginiti nella mia carne martoriata Ho mortificato la mia intelligenza rincorrendo la giustizia che mi è stata tolta con fraudolenza Ho scontato il danno della mia dabbenaggine Sono vent’anni che lavoro per riprendermi la dignità ma non riesco a rimettere pulizia nelle tasche Capita per caso che un burocrate inefficiente peschi il mio nome e lo brandisce riportandomi in un incubo Chiedo il rispetto di un uomo legittimato Ho il diritto di non essere disturbato
Lo Spirito dei morti La maestra smise d'insegnare ricamo alle ragazze del quartiere, in fretta ordinò che andassero alle proprie dimore e con affanno s'arrampicò sulla montagna di sabbia tolta per creare un deposito d'acqua La conoscevo da ragazzo e ritornato a casa in visita ai miei genitori in là con gli anni, ritenni le fosse piaciuto che andassi a salutarla ma evidentemente mi sbagliavo e me ne rammaricai Sorpreso, la vidi accartocciare la testa sui piedi lanciandomi di sbieco, sguardi preoccupati Cercai, non comprendendo il suo smarrimento di stringerle, almeno la mano ma mostrandomi la faccia avvolta in una maschera di sofferenza, rotolò nel terrapieno d'acqua, stentando un sorriso paonazzo 4 L'orgoglio e la gioia del ritorno al mio villaggio, mi spinse a fare il giro di amici e parenti Entrando nel cortile dell'abitazione di mia cognata notai che stava uscendo con l'auto e le andai incontro ma accorgendosi del mio arrivo ingranò, stizzita, la retromarcia tentando maldestramente di farmi credere che la mia presenza le fosse sfuggita ma impossibilitata a proseguire che l'unica uscita la conduceva verso di me, proseguì usandomi la cortesia di salutarmi alzando a fatica la mano Lo Spirito dei morti, ha cercato in ogni modo d'avvisarmi che incombeva un grave pericolo Il sogno è l'espansione dei sensi oltre il mondo, è l'espressione della capacità del nostro cervello di metterci in contatto con gli spiriti dei morti ma l'apparire della luce del giorno ci induce a camminare sulla terra e ritornare sconosciuti Transitando con l'auto, avevo notato che il cancello del cimitero era aperto e con mestizia mi diressi a salutare i morti pur se non era un giorno canonico Il giardinetto era ben curato, le croci lucidate, sorridenti, aspettavano i parenti e gli amici Il padrino di mio figlio nonché amico fraterno, chiacchierava con un Signore, sul marciapiede poco discosto dalla cinquecento bianca posteggiata sulla destra alcuni metri sopra La sua mano si alzò nell'aria senza salutarmi e malvolentieri m'indicò il vialetto che conduce alle nuove cappelle ed in costruzione L'accesso prevede l'attraversamento dei servizi ma la serratura della porta mi risultò insuperabile per l'incuria del tempo e per le mani non temprate, vietandomi l'entrata, relegandomi nell'anticamera La fontanella dell'acqua per ristorare i fiori, m'indusse a lavarmi le mani ed alzando la schiena ebbi il dono di ricevere il saluto di mio figlio che transitava con mio padre che con pazienza lo istruiva nell'arte di confezionare lenze da pesca Lo spirito dei morti, viaggia nella luce, ci veglia ed a volte riesce a sollevarci da eventi ineluttabili
5 Il Politicante La luce del sole illumina la sua faccia osservando la gente assiepata nella piazza L’impegno è servire i cittadini e debellare la stirpe maledetta che perpetra stragi e mangia il lavoro ai cittadini onesti Sorride con la leggerezza del celebrante ascoltando la persona sofferente che chiede una sistemazione per il marito, per i figli Promette accarezzando con la mano della fede la testa dell’alano che sulla scrivania gli fa compagnia con la foto della moglie Il politicante lancia anatemi agli avversari e con le società collegate conclude affari minando la sicurezza dei lavoratori La gente guarda la sua effige sul cartellone e prega in ginocchio che venga eletto La scheda elettorale è un contratto e spera che lo rispetti e non risulti alla stregua degli altri
6 Il Re di Denari Ho cavalcato con perizia ma pieno di speranza per strade dritte, tortuose e traverse senza sbocco, inventandomi ogni giorno il lavoro, difendendolo dalle minacce, sopraffazioni, sfratti e diffamazioni, da pirati e parassiti che volevano banchettare e divertirsi con il sudore della mia fronte Il re di denari è arrogante, piega la gente ed eleva il semianalfabeta a dottore che si esalta a raccontar barzellette oscene ed è adulato da risate esilaranti dagli astanti educati, conosciuti d’alto lignaggio Ho messo in riga qualche furbastro ed aiutato un altro dimostratosi disonesto Amici, Avvocati e Cani apparentati han ritenuto dignitoso negarmi i prestiti ricevuti sulla parola affratellandosi ai malavitosi Il re di denari è arrogante, distrae i servitori della legge e falsifica i bilanci sottraendo tasse e tributi scaricandoli sulle spalle dei cittadini Sono tentato di cavalcare con furore il re della vendetta e munito di lanciafiamme bruciare questa sterpaglia Grido alla dignità di schiaffeggiarmi e con la sigaretta in bocca ed in mano un bastone di ferula m’arrampico per il ripido viottolo di montagna accompagnato dai versi degli uccelli, dal frusciar nel sottobosco di rettili e delle specie d’animali della fauna locale cercando di smaltire il fallimento e sottrarmi alle vessazioni quotidiane. 7 I fantasmi del mare Vengono a galla con le reti dei motopescherecci che usciti per la pesca sono costretti a rientrare Hanno gli occhi fuori dalle orbite dalla meraviglia e la speranza sopraffatta dalla paura di non arrivare Sbarcano con le mareggiate ai confini del villaggio con i vestiti ridotti a brandelli e senza scarpe Le gambe attaccate al bacino, le braccia alle spalle, la testa sul collo in un equilibrio precario, tentano di reggere il mondo che cerca di sbarazzarsene I fantasmi del mare s’allontanano dalla spiaggia cercando di non creare panico nei turisti al bagno I corpi stremati dai molti giorni di navigazione, afoni, corrono sotto il sole implacabile che ruba l’ultimo respiro e prosciuga la residua resistenza
8 La farfalla azzurra Frecce di luce attraversano le chiome degli alberi e dolcemente giuocherellano col vecchio sottobosco allietando e rinvigorendo la frescura della penombra Confuso nel riverbero del sole, scese e scalzò fuori planando sulle foglie secche, un maestoso aquilone con a bordo una meravigliosa farfalla azzurra Aveva la testa a prisma, cinta da una bandana rossa e gialla e dagli occhi pieni sprigionava l’impareggiabile bellezza delle profondità del cielo Ammaliato cancellai i confini ed i doveri legali e con gioia fanciullesca vi saltai in groppa Una campanula di giglio selvatico striato di rosa ci accolse con grazia ospitandoci nella sua tenda e senza saziarmi mi rimpinzai di fragoline Ritornai indietro col maglione sulle spalle e nelle mani l’allegria che avevo perduto negli anni La corsa nel bosco di castagno m’affrettò all’auto con una fame da lupo che ha svernato La schiacciata casereccia con patate, salsiccia e cavolfiore stabilizzò l’organismo ma non riuscivo a quietare l’euforia che saltava nella tasca dei pantaloni Ad ogni modo scesi al mare senza turbare la serenità delle vacanze programmate Salutai la farfalla azzurra stringendole le mani evitando di baciarla per non scivolarle sulle labbra Avrei voluto acchiapparla ma pensai che il rispetto va conservato e trattenni il desiderio lasciando che andasse
9 L’Insonnia di un miope Mi sono alzato con il vento di scirocco, appesantito dall’odore nauseabondo, evaso dal depuratore inefficiente, del villaggio turistico che ha stracciato, territorio e mare, sradicando la vigna ed emarginato il borgo marinaro. Ho camminato, lungo la strada alberata ed ho scalato il costone roccioso che con arroganza schiaffeggia la lingua di sabbia che con anelli geometrici protegge, i laghetti ed un folto cespuglio di canne verdi che cresce sull’estremo lembo, ad un passo dal mare, quasi a nascondere, la barca della Madonna col bambino Ho ascoltato la radio con guerre, morti ed emigranti e con la notte compressa nelle dita della mano destra, ho attraversato gli ulivi con il tronco bruciacchiato ed i rami rivolti al cielo a reclamare il lavoro dei contadini sopravvissuti e di quelli scacciati Ho osservato con ammirazione, i negozi di pupazzi e maschere, cartoline e quadrati di ceramiche, ravvivate da massime speciose Ho costeggiato le bancarelle dei venditori di fave abbrustolite, noccioline, ceci, semi al forno ed una miriade di leccornie colorate ed ho solleticato gli ambulanti che riposavano sulle sdraio, sistemati nello spazio coperto che faceva loro, stanza d’albergo La festa, aveva raccolto migliaia di pellegrini ed i marmi si specchiavano con saccenteria nei reperti archeologici abbandonati dalle autorità, ai cani randagi, all’ indecenza. Ho scavalcato i muri scalcinati dell’antica locanda e sono entrato nella statale con l’asfalto che il tempo ha eroso e non è stato riparato. Ho cercato d’imbastire i fili sfilacciati dell’insonnia, invero la raccolta, a causa del tremore che ho alle mani e della miopia, mi risulta di estrema difficoltà. Il vento di scirocco, scoppia in una ecatombe di rondini che dal ricovero sono fuggiti in cerca di ristoro, stremati sono atterrati sulla spianata, mortificandosi, in un suicidio collettivo impossibilitati a riprendere il volo e riempire l’aria d’allegria, a causa delle zampette corte La testa mi scoppia e le bestemmie mi riempiono la bocca minacciando a mani giunte, il perdono alla croce che muta mi guarda. Il mio passo, all’improvviso s’arresta e sotto i pini secolari che incorniciano la strada, mi distendo sul letto di aghi, a rendere omaggio al lavoro che ogni giorno dalle otto alle quattordici, compio con la responsabilità di un padre di famiglia costretto a tenere quieta la coscienza per non permettere all’insoddisfazione di sopravanzare il Vigile e ridere sgommando, il dolore sulla faccia.
10 LA MIA ITALIA La mia ITALIA, non è più dei padri e meno dei figli, è stata predata, scivolata in mano ai Furbetti, è ritornata indietro, il vestito stracciato e resta in attesa del miracolo, chiudendosi in un silenzio di tomba. Ha scaricato gli anni di lotte, dei morti, nella discarica a cielo aperto, ingabbiando nella convivenza civile, la memoria a guisa d’ossessa. L’emergenza migrante, l’ha allungata scoprendole i piedi seminudi, scalzi, incatramati, ha creato frontiere armate sul mare e proclama che sono erette a protezione dei suoi abitanti, col diritto e l’obbligo di svolgere la propria attività in sicurezza e la sera, ritornare a casa sani e salvi, dimentichi che la buona accoglienza, è un atto di civiltà La mia Italia, fondata sul lavoro, ogni giorno costringe i figli naturali, ad emigrare, scende lo stivale e va oltre l’alluce, non usa la guerra e tutela con le forze dell'ordine, la convivenza pacifica delle persone La mia ITALIA, cura il suo territorio ed amministra la legge in forma uguale per tutti, ha rispetto per il colore e sesso, chi professa credo diverso, confida nel giuramento prestato e non minaccia di faziosità, i Magistrati, non assolve in fase d’istruttoria, degli Agenti delle forze dell'ordine, che usano del potere della divisa, per servire il governo in carica, anzichè la Costituzione, e sopraffare i cittadini che reclamano il diritto alla salute, alla dignità, alla tutela della sicurezza sul lavoro. La mia ITALIA, controlla che ognuno paghi le tasse, il conto manca, evadere è una spesa a carico dello stato, è rubare, offende gli altri, non crea opportunità, toglie le risorse, per mantenere e conservare integro, il territorio, le strade i Palazzi e non correre nell’emergenza. La mia Italia, è uguale per ogni straniero, è un frutto sano, una stagione che esplode di fiori; fratello sii gioioso, sorridi che insieme saremo fieri di calpestare questo territorio, ammirare la sua arte ed il paesaggio.
11 La speranza del sogno La passione per lo studio mi ha impegnato senza tralasciare la partecipazione alle battaglie per una scuola aperta, per una società più libera ed equa Ho pensato che la democrazia sia rispetto per ogni persona e se non si ha altro aiutarla con l’esempio e la parola Ho amato ed ho ricevuto simpatia ma anche delusione e scoramento Ho giuocato ed ho preso calci negli stinchi, ma il divertimento superava la faziosità Ogni giorno mi sono inventato il lavoro faticando e soffrendo, ricevendo frecce dagli amici e pugni in faccia dall’arroganza Mi sono sposato ed ho perduto l’uno e l’altro avanzando nell’età coi morti ma ho trovato il coraggio di rialzarmi dalla sopraffazione e rimettermi i calzoni e ritornare a camminare Ho perso l’unico figlio che s’apprestava ad entrare nella società e mi è rimasta la speranza che mi venga in sogno per ritornare al mare, chiacchierare e passeggiare, ridere e scherzare
12 I bambini del molo Il cielo raccoglieva le ultime luci del sole quando la caletta accolse la mia barca alla deriva La forza delle braccia s’era perduta nel legno del remo ed a mezza secca, stremato, mi addormentai con le spalle dolenti, appoggiate alla murata Quando mi svegliai scoprii un orizzonte lattiginoso che si trascinava a fatica e scavalcai lo scoglio Il mare calmo, piatto rispecchiava il cielo e nel silenzio m’affacciai su un molo dismesso Una colonia di bambini camminava trascinandosi, buttando i piedi, sottintendendo un’attesa protratta Andavano lungo il molo e ritornavano sfiorandosi con le spalle, toccandosi con le mani con cautela per verificare se non si fossero addormentati nella morte Qualcuno seduto sull’alluce di ferro che ormeggiava le navi, dondola indolente le gambe nell’immobilità china della testa ed un altro, rosicchia senza resa, una radice nera Le onde del mare hanno perso il moto ed allungate si tengono appiccicate allo scoglio che pare affondi La sera non ha conservato neanche un volo di gabbiano e la notte s’accartoccia sui bambini che senza scarpe, con panni sdruciti, tentano d’arrampicarsi sul cumulo di travi impeciate che transenna la grotta zeppa di fori, ridotta a strati inconsistenti e pare che imploda Ho chiesto aiuto e mi sono sottoposto ad indagini di Assistenti e Giudici ma dai sofferti interrogatori non è uscita alcuna autorizzazione a negoziare il resto degli anni dei bambini del molo
13 La festa del santo patrono Il santo al seguito della banda attraversa le strade e le piazze del centro senza visitare la periferia sporca e buia Devoti, esercenti e commercianti Hanno agghindato spazi e balconi con filari di luci e lanciano fogli e palloncini con l’effige benedicente sulla procellaria osannante che segue la vara La cittadinanza afferrata alla circostanza trascina a fatica la croce sulle spalle flagellando con la ruota la verità La cerimonia sul mare conclude la festa del santo patrono. La nave con archi d’acqua conquista il porto e sbarca banda ed autorità La libertà inchiodata all’infiorata respira timorosa la religiosità col vento che alimenta la morte trasportando, fumo e scorie avvelenate sugli abitanti I vigili a cavallo, controllano gli appiedati che perseguono un ragazzo col motorino, lasciano scorrere gli altri col casco in braccio e proseguono a vessare le fortunose bancarelle che gli extracomunitari hanno approntato sul lungomare e ritirano la borsa omaggio.
14 Il mio paradiso Oppresso dall’apparire, d’ascoltare la sofferenza che s’abbandona alla volontà di Santi e Madonne sono evaso dalla violenza della città Avevo la necessità, il bisogno di respirare aria pulita, ascoltare la musica degli alberi Ho nascosto l’auto sotto l’arco di rovi e spazzato il cortile della casa colonica da rami e cartacce che il vento ha raccolto dai villeggianti occasionali Sentivo l’urgenza di riattaccare i lembi della ragione per non andare in escandescenza L’assalto quotidiano di truffatori e malavitosi mi aveva spogliato a strato della forza La paura stava sopraffacendo il coraggio che mi sentivo sotto scacco, ostaggio La mia voce gridava le parole e non riuscivo ad ascoltarla Cumuli di cenere e tizzoni mi segnalarono, la sosta di pastori in viaggio Un’ombra animò la parete della casa Scacciai con la mano la sensazione e salii le scale che conducono in terrazza con l’ansia che mi batteva nel petto La vallata era un mantello in fluorescenza con pennellate di giallo, rosa, viola, verde Il sole riscaldava sollevando l’aria, alleggerendomi con dolcezza, la mente dal peso accumulato in città e con un salto acrobatico, sorridendo volai in paradiso
15 Un’idea bizzarra Ho smesso di studiare ed ho chiuso i libri di testo nel cassetto del pane fresco Un’idea bizzarra mi ha trascinato alle cinque del mattino in piazza dove alcuni Signori distribuiscono lavoro Ho accettato una paga irrisoria ma volevo cominciare a sbrigarmela da solo Lo studio mi soddisfaceva ma l’età mi ha spinto a lasciare la casa genitoriale La muffa stava chiudendomi la strada e la mia ragazza era stufa d’andare e ritornare dalla villa comunale con la paura d’incocciare una siringa infetta Sono sotto una montagna di sabbia e gli occhi mi scoppiano Respiro a fatica e mi odio per l’incapacità di non aver trovato un lavoro protetto, uno di quelli che se anche sorridi sempre, alla fine del giorno sei certo che torni a casa Ho avuto un’idea bizzarra e non riesco a respirare e spero che qualcuno venga a tirarmi fuori in tempo e salvarmi che la sacca d’aria è in esaurimento
16 L’IRRAGIONEVOLEZZA DELL’ESSERE Quando l’amore abbraccia l’essere, l’aria scoppia di bollicine e la bontà salta sugli alberi e scavalca muri alti Quando l’amore si nasconde o fugge, la ragione vacilla e la catastrofe incombe L’amore è il sole che matura l’essere, un esame che ogni giorno devi superare Quando l’amore ha preso il volo, è andato, la montagna sprofonda nel mare, schiaccia la luce del sole e l’essere abbandonato, assume l’aspetto di un lupo mannaro, cova pensieri neri, maledetti, spia e prepara vendette Il dolore lo rinchiude in una gabbia ed impedisce che l’alba entri a scaldarlo A volte riconosce il rispetto dell’altro, altre supera il confine e cade nel vuoto allontanandosi in braccio alla morte
17 La fuga di Giuseppe Ho lasciato la guerra alle mie spalle arrancando sulla sabbia del deserto sotto la luce fredda delle stelle, sotto i raggi del sole rovente Ho messo piede su un barcone con la disperazione sui denti ed il vestito ch’ero riuscito a salvare per vent’anni, ridotto a brandelli Andavo alla ricerca della terra promessa stringendo nelle mani la speranza di riscattare la dignità, sull’altra sponda Ho preso domicilio in un carapace di tartaruga che la vecchiaia aveva svuotato dell’inquilina Credevo d’aver vinto un po’ di pace ma c’è uno squalo che ogni giorno mi prende a martellate per digerire la scorpacciata quotidiana delle membra dei miei compagni di cordata, colati a picco nell’acqua del mare terrorizzata
18 La luce danzante La ragazza entrò nell’aria chiara che s’aggirava nei pilastri, sul selciato di lava ed indossando un leggero vestito di luce mi venne al cospetto La fossetta sul mento mi sprizzava sana simpatia e dedussi che permettendo avrei potuto tuffarmi Mi prese la mano invitandomi a danzare e la seguii con la curiosità del ricercatore verso la scoperta Gli scalpellini avevano disegnato con sapienza facce di Santi, uccelli ed uomini che tentavano il volo e che i secoli non erano riusciti a scalfire La montagna aveva eruttato le viscere fino al mare La quiete nascondeva un lavorio sotterraneo bestiale La danza della ragazza era allegra e sinuosa ed aiutò la mia mente a sfrattare senza timore un pugno di pensieri che mi appesantivano da anni Il tempo ha un orologio per ogni solitudine e batte alle finestre anche quando il cielo non appare La luce è una frequenza, avanza e quando entra in assonanza si libra nella danza
19 Questo mese di luglio Ha lasciato l’oltretomba e trafelata ha condotto il nipotino dal suo papà, cancellandogli la tragedia della strada che gli ha reciso l’età che cominciava a farsi adulta riportandolo bambino. Gli ha comprato un seggiolino di plastica e l’ha messo a dormire accosto alla porta di casa, sul marciapiede all’ombra del muro che aveva spinto il sole a mezza strada Questo mese di luglio ha perso l’equilibrio Pioggia e vento s’accaniscono sul gelsomino, sul peperoncino e sui gerani che ornano il balcone L’acqua azzurra del mare era bella da bere Il telo da bagno lanciato contro i cani randagi apparsi all’improvviso dall’erba alta del prato a scacciare la paura è un vano tentativo di difesa Il tempo scorre in fretta ma non porta conforto La rassegnazione è una parola senza significato Il dolore è arrogante ed appare senza esser chiamato Un vagito accende la memoria nascosta sull’altare La corsa di nonna Santa per ridarmi il coraggio di accettare un’altra vacanza al villaggio non distrae la realtà e riprendo il libro in mano e cerco di leggere quietando l’affanno
20 La schiuma bianca Il negozio del corso ha sistemato negli scaffali i capi confezionati nei laboratori artigianali aperti nel lembo estremo del paese dove il lavoro è un miraggio e quando appare sfugge alla legalità I jeans marchiati col nome del Milla han preso valore Il simbolo rampante, aggredisce il mercato piegandolo, consumando la beltà della pubblicità senza affanno L’intelligenza, la laurea mortificata ha spinto le ragazze ad accettare l’occupazione altrimenti senza opportunità e continuare a prostituirsi nello struscio domenicale nella piazza piccola per accasarsi con i cani e rendersi autonome quel tanto quanto basta dal “ curtigghio “ L’arroganza scortica il cervello inseguendo gli anni sacrificando nel silenzio, con dignità i propri sogni Minacciato dai vigili e dai passanti, raccolgo la scatola di cartone e guardo con l’indifferenza di un furbastro Quest’età ha perso ogni risorsa e con cautela esco dal vicolo del grattacielo con la mia proprietà in mano e mi accuccio con le spalle al condizionatore cercando di distrarre l’umiliazione ed i crampi allo stomaco raccattando la cicca buttata dalla guardia giurata Ma una mattina, che la marcia delle luci dell’alba aveva preso possesso dello spazio ed arroventato l’asfalto, una schiuma bianca è montata lenta sul marciapiede ammorbandomi coi fumi, mandandomi in sofferenza La gola e le nari mi mordono furiosamente e non riesco a respirare e fuggo che un leprotto non ha paragone abbandonando la mia casa e la passeggiata variopinta La strada ha riconquistato l’antico assetto di moda ed osanna il Milla che scherza coi frutti del paradiso nascondendo l’anima nera nelle lavoratrici dei jeans 21 Il vento di primavera La notte mi trasportava per gallerie e teatri scritturandomi a recitare tragedie in maschera, privandomi di buona parte del riposo necessario Ossessionato dagli inviti di un collega amico ho accettato per distrarmi una gita in corriera con un’associazione cristiana che dirigeva Ho cercato di seguire l’itinerario ed interessarmi ai reperti, al paesaggio, alle chiacchiere leggere della compagnia, con un assetto consono all’età La giornata trascorsa, su pietre e con foto ricordo, a sera mi aveva stancato ed aspettando la cena, mi sono rinchiuso nel giardino con ulivi secolari Seduto sull’altalena ho acceso una sigaretta Stavo fumando raccogliendo le ore e giuocarci con la solitudine che mi entrava ogni sera in casa L’aria ad un tratto mise in circolo, un venticello giocherellone che spinse l’altalena con dolcezza cullandomi ed allargando l’arco d’oscillazione Incuriosito ed allarmato girai il capo e mi trovai con la faccia colorata della primavera e mi esaltai Mi chino a baciare le sue labbra e l’orizzonte si apre di gioia lasciando salire dalle onde del mare le rotondità del sole dipinto con i colori dell’amore Mi affaccio alla finestra abbracciando con gioia la mia compagna, figlia del vento di primavera e vedo nel cielo, la notte che mi aveva avvilito correre con alle calcagna una miriade di fiori e calciar le zolle d’erba verde con libertà insolente
22 Il coraggio d’amare Andavo a spasso lungo il corso con l’intento di smaltire il tedio di un pacchetto di ferie imposte e non consentite per servizio, quando programmate Mi ero stressato a sbrigare un impegno burocratico che l’amministrazione pubblica si premura a scodellare con il buon proposito di mantenere allerta la gente e non abbandonarla, quel tanto all’agognata tranquillità La sigaretta in mano a fumare mi fermavo a guardare le vetrine addobbate con le novità stagionali, scansato con arrogante indifferenza da braccia, piedi e corpi che con facce imbellettate si specchiavano impedendomi di vedere, spingendomi a riprendere la stanca passeggiata Una voce alle spalle, improvvisa mi ha colpito gli orecchi Il suo tono speciale, mi ha incuriosito e mi sono girato saltando fuori dal pugno di fumo nel quale annoiato chiudevo la bocca e distraevo la vista negli occhiali Ho sorriso alla dolcezza del suo viso, alla bellezza del suo sguardo profondo, agli occhi verde marino Mi ha scalzato la noia e mi ha svegliato la giornata e l’ho seguita affiancandomi alla scia dell’amica, avanzando e scherzando, tentando di coinvolgerla Il suo silenzio mi spingeva a raccogliere spiritosaggini e quando mi ha avvolto nel suo sorriso, stupito ho perso le parole ma è bastato sentirla parlare per recuperare dal fondo nel quale s’aera rintanato, il coraggio d’amare
23 L’allarme Sotto il ponte della ferrovia arrancava una coppia di persone anziane con la donna che quasi trascinava l’uomo con la mano destra Avrei voluto fermarmi ma la fretta me lo impediva e con grande dispiacere, tentennando la oltrepassai Ritornavo a casa per il pranzo ed andare in servizio Aprii con la chiave ma trasalii al suono dell’allarme e m’arrestai sulla soglia in una statua di marmo Sul fondo del corridoi, mia moglie in vestaglia, confusa nella luce che entrava dalla finestra scacciava con le mani chiuse a pugno miriadi di mosche inesistenti Chiusi la porta e le andai incontro sorridendo “ Scusami. Hai attaccato l’allarme? “ le chiesi Ma continuò con le acrobazie che la inducevano a saltare nell’aria a combattere una lotta forsennata Corsi ad arrestare la suoneria e passai in cucina, in sala da pranzo ma la tavola non aspettava invitati ed andai a prepararmi un panino con formaggio uscendo e dirigendomi a prendere servizio in Ospedale Incrociai l’uomo e la donna a metà della ripida salita Timbrai il cartellino, indossai il camice ed al volo dissi ad un collega di turno, alla macchinetta del caffè; “ Mi distacco un minuto. Ho due vecchietti al ponte “ e mi allontanai inseguito dal suo sorriso canzonatorio L’allarme, l’odore del cibo andato a male, mia moglie mi azzannarono la mente e saltai in auto disperato Avvertii la coppia che sarei tornato a prenderli Entrai in casa con l’ansia che mi martellava il petto e mi sollevai vedendo mia moglie seduta sul divano con la corona in mano a pregare e tornai indietro a recuperare l’anziana coppia e con soddisfazione li accompagnai a casa sperando nella mia compagna
24 L’uomo con la barchetta di carta L’ho inseguito fin oltre l’adolescenza, eroicamente, subendo soffocamenti e schiaffi da capovolgermi l’aria intorno, togliendomi l’ossigeno dalla bocca La corsa ai giuochi con i compagni, lo sopravanzava e non intendeva avermi tra i piedi, forse ritenendomi, per la mi costituzione gracile, inadatti a svolgerli ma se ravvisava, una minaccia alla mia incolumità. non si lasciava intimidire dal numero degli avversari e da qualche adulto insano lanciandosi a mia difesa Ha vestito con onore la divisa della polizia ed ha avuto il coraggio di lasciare il lavoro, con le armi dello stato ed accettare di ritornare a studiare, imparando una professione al servizio degli ammalati, per assumersi la responsabilità della famiglia a causa dell’inaspettata prole Ha avuto la caparbietà e la capacità d’acquisire l’esperienza di uno stimato dirigente sindacale Sulla soglia della pensione ha perso la lucidità, ha spezzato la serenità della famiglia ed ha ceduto moglie e figlie al ludibrio di un essere malsano che scivola per strada con bestiale naturalezza, minacciando ed ingiuriando mia sorella, la vicina e rubando, correndo a comprare la roba più strana Una donna che ha i vermi per neuroni che gli fagocitano, la dignità, tanto da indurla a profanare le tombe dei morti Ho appreso che ha smesso di giuocare a carte al bar con i coetanei e gli assimilati e che passa il tempo seduto sul piano del sagrato della chiesa del villaggio, con in mano una barchetta di carta, incapace in attesa che il ragazzo che gli è stato propinato per figlio non venga a ritirarlo ed accompagnarlo trascinandolo, sulla soglia di casa Quest’uomo, è mio fratello, se vi capitasse di vederlo, ricordatevi ch’era un bravo figliuolo seppur discolo, salutatelo ma non ditegli niente, non comprenderebbe
25 Il mese di maggio Ho raccolto quattro giorni di ferie con l’intento di fare una passeggiata e sdraiarmi sulla spiaggia del mio villaggio ritornando ragazzo ad osservare il rincorrersi delle onde del mare, le nuvole nel cielo La stanchezza, mi stava togliendo i capelli a mazzi e sono partito senza lasciare alcun recapito Il mese di maggio riempiva i prati di colori La natura rigogliosa mi disponeva all’allegria e scendendo verso il mare mi fermai a giuocare con margherite bianche e gialle, con papaveri e volli rincorrere alcune farfalle con le ali punte da strani disegni che richiamavano antiche scritte L’aria frizzantina, profumata m’invitava a sostare Avrei accettato di distendermi nel suo grembo ma avevo bisogno di recuperare i sogni lasciati nel silenzio del letargo uscito dall’adolescenza Sulla strada ritrovavo le compagne di scuola ma non riuscivo ad andare oltre l’episodiche lezioni Creandomi aspettative, gli occhi s’aprirono in questo giorno del mese con uno sciopero per mano e lei che aspettava il governo della mia mano La maturità mi accompagnò nella società grintosa e distratto dalla maleducazione imperante persi la bellezza dei suoi occhi e la forza del mare La dolcezza della sua voce scoppiò dal registro di cassa del bar dove mi ero fermato a prendere un caffè, e le andai accanto con la tazzina in mano Mi riconobbe e ci salutammo con la lontananza di un giorno con il mese adulto anche se affettuoso
26 Il tuo arrivo Ho arato la terra ed ogni stagione vi cresceva una distesa di erbaccia che mi costringeva a sradicarla alla svelta e perfino a bruciarla Mi premeva coltivare la speranza e salvarmi Aspettavo trepidante dall’alba al tramonto e di notte in sogno, sentivo il suono dei tuoi passi Sei arrivata ed ho ripreso a respirare sereno Bacio le tue labbra ed assaporo frutta fresca Ho ritrovato il profumo della natura in fiore, l’equilibrio nel passo e colmo la distanza che mi separa dal posto di lavoro a casa con la tranquillità di una corsa notturna La tua voce è piena di belle note e mi rende l’ascolto piacevole e ti seguo con interesse Amo il tuo sorriso luminoso e l’allegria espressa dal tuo viso arrossato e sento che il giorno annoiato, disinteressato, la notte insonne, senza riposo, hanno perso Il tuo arrivo è il dono più bello del creato e la bruttezza del passato si è estinta
27 UN FIORE SCHIACCIATO Un salto nel grigiore del mattino, un lampo e nella striscia di terra che separa la strada dalle case, coi cassonetti allineati, schierati, trasbordanti di ogni specie di rifiuti e dati alle fiamme dai residenti, chiudendo balconi e finestre, per potersi preservare dalle malattie, orgoglioso, mi è sbocciato dentro l’anima, un bel fiore mediterraneo. Ho creduto che fosse sfuggito al giardino del creato, bello quanto l’alba che nasce sul mare, tanto che rimasi senza fiato, un cerchio di luce bianca, intensa mi avvolse la vista, ho chiamato la coscienza e le sono corso incontro con le mani aperte, pregandola di amarmi, acconsentì di vederci, passeggiare, frequentarci in amicizia, andare al cinema, mangiare una pizza, visitare musei e discutere di arte. I giorni maturavano anche col tempo uggioso, le stagioni spogliate si rivestivano e ci riempivano di profumi naturali, abbiamo raccolto ricci, buccuna, altri frutti di mare, il fondale molto basso ne produce in quantità, abbiamo anche giuocato, nuotato e fatto l’amore, vestiti della sabbia bianca, farinosa della spiaggia, corso sotto il tramonto. Il ritorno a casa era scherzoso, stuzzicante, la gente passandoci vicino, ci guardava incuriosita, la malizia gli spuntava, non vista, dagli occhi e sorrideva, qualcuno la metteva in guardia, azzardava un pericolo, spingendoci a mimare liti improvvise, furibonde. Il lunedì mattina, eravamo usciti di casa per ricominciare, riprendere il turno di lavoro, interrotto il sabato, lei ha insistito, io ho lasciato che andasse a buttare i sacchetti di plastica, pieni della spazzatura differenziata, sulla discarica a cielo aperto, avevo saputo da amici, conoscenti operatori ecologici, che il deposito è unico, la raccolta, vanificata, l’impegno profuso dai cittadini, trasformato in una burla, per celia, ci scherzavo sopra, confidando nei pii politici fannulloni, negli speculatori che sanno entrare in ogni piega del tessuto civile. Una tempesta metallica, improvvisa, è scoppiata sulla strada, l’aria è stata stravolta, il suo corpo sbriciolato in una miriade di schegge. La ragazza che il cielo nella sua grande bontà, mi aveva estratto dal profondo, ove il giorno e la notte sono uguali, è stata sollevata in trofeo della corsa, la mia speranza, la felicità, resa senza la vista.
28 Il mese di marzo I giorni si scioglievano nella pioggia che lenta scendeva e senza fare rumore si posava sul marciapiede, sull’asfalto e si allargava nelle strade che circondano i palazzi, accelerando la sua corsa al mare Ogni striscia di terra è stata soffocata e l’orto è scomparso con le campagne, travolgendo i contadini privandoli di albe e tramonti, della cultura che leggeva i segni della natura La corsa in Ospedale sembrava disperata, travolta col motorino, dalla furia dell’acqua Le radiografie non avevano scoperto fratture e con gioia inusitata accolsi la sua mano accettando meravigliato un bacio con carezza Il mese di marzo s’accompagnò al suo viso e quando mi ritrovai a specchiarmi gioioso nei suoi occhi chiari, marzo era agli sgoccioli e non volli lasciare che varcasse la soglia Le ho costruito una vasca con acqua frizzante che scaturisce in diretta dalla roccia e nuoto senza lasciare che un’ora si perda nel giorno o che la notte non l’avvolga in fili di seta e la luna anche se nascosta non l’affascini con le fantasie e le sue maree
29 La luna saracena L’Onorevole è accolto con il saluto romano Ha promesso lo stanziamento per il restauro della cinquecentesca cattedrale puntellata La processione s’avvia col parroco gioioso La campagna elettorale è terminata e la festeggiata è sorretta dai ponteggi con musici e poeti raccolti con abnegazione dall’associazione culturale locale Osservo in tralice la sovrabbondanza del padre ed aspetto con desiderio che la voce superba della giovane cantante, intoni l’Ave Maria Il saccente presentatore, però continua ad adulare l’esponente politico comunale ed irritato, mi alzo ed esco sul sagrato a fumare una sigaretta Respiro l’aria serena della sera ed ad un tratto, mi ritrovo a dire senza parlare, che anche la religione si è trasformata in affare, dimentico degli scandali Squarciando una nuvola scura, appare nel cielo la faccia rosea, piena, della luna saracena L’osservo meravigliato e l’emozione mi sale sulla pelle e mi tende fino a farmi rabbrividire La città corre e non si accorge d’essere preda delle spire fosforescenti dell’ingordo serpente che ha mangiato la costa cittadina e partorito la morte Alzo il bavero del giaccone nel tentativo di ripararmi dal vento di ponente che all’improvviso ha imboccato rabbioso la discesa strattonandomi, tentando d’impedirmi di godere della vista della bellezza naturale Caparbio inchiodo la mano sinistra all’oleandro spoglio e mi appoggio nell’ombra del lampione e sogno una corsa sulla spiaggia, un tuffo nell’acqua azzurra
30 La coscienza Un uomo in bicicletta s’affanna a cercare la coscienza e domanda ai tanti passanti che diffidenti non rispondono ed accelerano Qualcuno per burlarlo gli risponde : “ se non sbaglio, l’ho vista camminare sulle mani verso mare. “ “ Sarà la coscienza quest’ombra capovolta ridotta ad un mazzo di fiori lasciato sul luogo a testimoniare la morte dell’ordine “ si disse mettendo il piede destro a terra ad osservare la sagoma disegnata col gesso senza sguardo “ Io credo che sia andata a nascondersi nei meandri del teatro antico e non riesce a comprendere se sia meglio calzare una maschera e recitare o gridare “ L’orizzonte sulla stazione ferroviaria ha deragliato precipitando sui palazzoni dormitorio di periferia capovolgendo il percorso e snaturando il volo dei gabbiani che confusi con le gazze sciamano azzannando il naso e gli occhi della luna La pupilla della terra si gira a cercare la mano Il padrone impunibile scoppia nel contrario ed il cervello rovina nell’imprevedibilità La bomba accompagna il rispetto e la coscienza deve andare a vedere dove abita il mandante Questa città non piange perché nella borsa non ha una lacrima da versare
31 L’occasione Il picciotto ingaggiato ha prodotto il risultato Il soldato è ritornato a casa ed ha mangiato Lo sbirro è un nemico e deve stare alla larga Ferma, controlla, arresta ci disturba il lavoro La morte è un evento scritto nella natura Bravo picciotto, hai svolto il tuo compito Hai la mia benedizione, stai a disposizione La prova sul campo mi ha convinto La partita di calcio, un’ottima occasione La bomba carta è stata una gran lezione Hai la mia protezione, nessuno ti chiamerà Qualcuno soffrirà ma riuscirà a salvarsi Bravo picciotto hai svolto un ottimo lavoro Sei autorizzato a sederti alla mia tavola Hanno perso il controllo e feriti nell’orgoglio azzannano il poveraccio ma sanno che sbagliano Hanno compreso che non abbiamo paura e possiamo fare una strage e tentano d’intimorirci, alzando un po’ di polvere Siamo i padroni del territorio
32 La disponibilità Le ore srotolarono lasciando che il giorno finisse preda della sera, riportandomi ad osservare il mazzo d’ortica nel vaso che pur senz’acqua, non intendeva seccarsi La pentola sul fornello della cucina, attendeva d’essere usata o che venisse messa da parte La televisione gridava, rideva, parlava di stragi della strada ed in famiglia Il desiderio di un silenzio pacificatore m’indusse a spegnere con rabbia il televisore e togliere dal fuoco e ripostare la pentola dicendomi che più tardi, se mi fosse venuta fame, avrei mangiato un panino e mortadella Accesi una sigaretta e nella fiamma dell’accendino m’apparve, il volto sorridente della Madonna La ragione, incredula spense la fiammella e con la mano destra mi detersi gli occhi Cercai di ritirarmi nella rivista trimestrale d’arte e cultura che non avevo ancora aperto La coda dell’occhio però era inquieta, spinta dalla curiosità s’alzava, s’abbassava e ritornava con l’immagine materna che attendeva paziente la mia disponibilità a parlare
33 L’allontanamento volontario La domenica passata sono sceso sulla spiaggia e con i vestiti da passeggio mi sono steso sotto l’ombrellone che avevo lasciato la sera, armato La sabbia era calda ma l’ombra mi conciliava alla serenità e con la faccia rivolta al cielo ho chiuso gli occhi cercando di scansare il volume delle voci e dei rumori molesti, entrando lentamente in una strana dimensione L’apertura di un sentiero nella valle cementificata mi ha preso per mano e mi ha condotto attraverso schiere di rovi, alberi d’ulivo bruciati, tronchi di quercia ridotti a cubi e sparsi a tre e quattro Una mano aprì il passaggio ed entrai nello spiazzo che separava la zona lavoro ed ho visto assisi un nugolo di ombre giuocare una partita a carte Il silenzio copriva ogni loro mossa e mi avvicinai a guardare con l’ingenuità di un bambino educato La luce cavalcava l’aria e non arretrava o deviava dalla loro presenza ma li irrorava di delicatezza Una voce dolcemente m’invitò ad accomodarmi e senza alcun tentennamento accettai e mi sedetti, spogliandomi dei mali e dei danni calcolati non assorbiti e sempre pronti a schiacciarti, a vessarti, minacciarti e mangiarti il riposo
34 La pausa caffè Avventori occasionali, colleghi, si era al bar ed in attesa che il barman servisse il caffè si discuteva dello stipendio che s’accorciava Una pausa per alleggerire il super lavoro al quale eravamo obbligati per mancanza di personale, di assunzioni e la saltuaria presenza, con arroganza degli scansafatiche Uno stacco, insomma per superare quel tanto di lucidità e non ritrovarci senza un ah! a terra Ho intravisto nella calca una faccia sconosciuta La ragazza, invero mi attrasse a tal punto che non aspettai d’essere servito e la cercai Ho sentito all’improvviso, la memoria correre ed il petto restringersi e tremare con affanno Il vuoto che mi trascinavo faticosamente all’istante si è riempito, facendomi sentire leggero Il sentimento riposto e creduto macerato, s i è presentato con tal vigore che non riuscivo a contenere lo stupore, guardandola, riscoprendo il bel sogno, la mia compagna delle scuola media L’antica saggezza mi venne incontro e mi resi conto d’aver perso mille anni, correndo sulle onde del vento di scirocco e la granita era servita
35 Il nemico Le montagne son compagne di passeggiate e scorribande ai laghetti e nei rifugi dei pastori Il mare è un cavallo che galoppa con il vento tiepido di primavera Ogni raggio di sole scende dal cielo a giuocare con le chiome degli alberi, a far ballare le barche all’ancora con la cima legata alle falanghe sulla spiaggia La luna con le mani sui fianchi, muove con malizia le spalle e si diverte a raccontar le favole più assurde La scuola ha spedito gli studenti belli al mare, quelli bravi a lavorare nel locali sul lungomare Il mercato ha piegato l’amore sulle ginocchia, gli ha riempito la bocca di polvere inducendolo a sputare la magìa sulle mani gonfie Il nemico si è svestito La moglie che ritorna tardi dal lavoro è un indizio che inficia la fiducia La pentola sul fuoco è diventata un peso e per ripicca latita nell’armadietto della cucina Le stoviglie da lavare, il letto da fare, la biancheria da mettere ad asciugare è la vendetta inflitta dalla regina del focolare al suddito consorte La televisione è una minaccia e scoppia la guerra sul tasto del telecomando che è privo delle batterie L’alba s’affaccia alla finestra ed inorridita si ritrae scorgendo sul pavimento ai piedi del letto l’amore in una pozza d’odio
36 La sagra della castagna Rimasto a trafficar per anni con volpastri, uomini in fasce ed associati per delinquere, si è liberato dei vestiti slarghi che il suo fisico smagrito era costretto ad indossare in mancanza di cambi Licenziato aveva errato alla ricerca di un lavoro senza riuscirlo a trovare Si è infilato nel sacco di carta svuotato della farina con la quale il cugino fraterno impastava i panetti per la pizza, pitoni ed altri prodotti mangia e fuggi e con perizia è rotolato nel forno del girarrosto La sagra della castagna aveva richiamato in piazza, per le strade cittadine , residenti e turisti e Dino aveva colto l’occasione per smettere di fare il burlone con ragazzini e coetanei Il contadino – imprenditore, con l’abilità del pubblicitario consumato, si è associato alla politica Ogni anno, la castagna d’oro richiama personaggi famosi del cinema e delle arti La gente parla con orgoglio di grembiulini indossati da bambini di cinquant’anni e sfila per il viale con Alani ed altri tipi di cani bardati alla moda Dino messo al bando da moglie, figli e parenti si è lasciato cuocere a fuoco lento, oleato dal grasso dei polli con le mani nei capelli La bara coperta di mazzi di fiori e ghirlande, è accompagnata al cimitero sotto lo sguardo lucido delle montagnole di castagne disposte sulle bancarelle e dai caldarrosti fumanti, in attesa sul marciapiede L’officiante saluta Dino e dice ch’era un bravo ragazzo ma la verità richiede responsabilità e la coscienza si nasconde
37 La morte Mi prende sottobraccio con la leggerezza, la forza dello spirito filiale ed andiamo a passeggio al parco comunale Ogni pomeriggio della domenica correva in bicicletta fino a che il buio obbligava il posteggiatore a chiudere ma senza mancare un giro sul trenino Mi ha lasciato da oltre dieci anni ma ogni volta mi par che non sia andato Avrei voluto vederlo tornare da scuola con la ragazzina per mano Corre alla montagnola della gabbia vuota dell’elefante e ritorna sorridendo Ama la corsa e non tralascia di praticare gli esercizi ginnici Gli occhiali li sente una condanna Vorrei convincerlo che ogni persona ha un fardello da sopportare Avvilito e scoraggiato scalcia gli aghi secchi che i pini han lasciato cadere e salta sul muro di cinta provando con voce greve “ Nessun dorma “ Ho paura che scivoli nel vuoto e lo chiamo Il dolore m’attanaglia le tempie Accatasto gli anni scontrandomi con la gioia degli altri genitori e raccolgo la morte sull’orizzonte ed aspetto.
38 La bellezza del mare Un vento birichino inchioda il mattino al muro della rivendita di sale e tabacchi L’orto di Bitto è incolto ed il pozzo coperto dalle falanghe e dall’ancora, protegge la barca con l’albero di fico, dal vento di libeccio Il riverbero del sole non porta i canti dei tonnaroti per ingraziarsi la Madonna della rocca Viaggia piano, a forza d’inerzia, sulle onde “ varze “ che dall’orizzonte raggiungono la riva La noia mi prende per mano e con noncuranza m’accompagna sulla spiaggia di ponente Il mare è un amico e la sua magìa m’attrae Scendo nell’acqua con rispetto e perizia Nuoto nel suo grembo con la gioia di un bambino e deliziato m’immergo ad occhi aperti La sua bellezza m’intimidisce Scopro seduta sulla soglia bianca l’oscurità che cattura la luce Ho paura ed esco trattenendo il fiato, colpito da brividi di freddo sulla schiena e salgo lentamente ed intristito al borgo La casa degli spiriti ha sfrattato i passeri dai buchi nel muro ove nidificavano Le carte da giuoco sollevate dal vento di scirocco danzano sulle foglie del fico catalogno riportandomi ragazzino nella mia strada a giuocare con la Calabrisella venuta con la famiglia per la stagione della pesca del tonno 39 La stazione La croce bianca stampata sul telo granata Della porta della cappella, par che voglia esorcizzare il buio che avvolge la stazione Il giornalaio ha abbassato la serranda e blindato le vetrine lasciando scoperta qualche rivista di nautica e pesca del pescespada Una donna malvestita, strascicando i piedi esce dal buio puzzolente della sala d’attesa e s’avvicina con nella mano una bottiglia di birra Beve e farfuglia preghiere, canti sbavandosi La luna, inseguita da una nuvola seminera, transita su una petroliera che ha scaricato il greggio alla raffineria e si lava la stiva Ripongo il panino appena morso nella borsa da viaggio e mi alzo dal sedile di granito Evito le braccia usurate della sconosciuta ed imbocco a precipizio il sottopassaggio per raggiungere il binario del mio treno, sperando nella presenza d’altri passeggeri Scivolo per le scale ma resto all’impiedi Un uomo impettito mi corre incontro estraendo dal fianco destro il telefonino allarmandomi, spiaccicandomi alla parete, accartocciandomi per terra Parlando non mi ha guardato ed ha continuato verso l’uscita salendo veloce le scale Ho raccolto la borsa e vado al binario scontrandomi alla svolta con una maniata d’insetti bavosi che mi colpiscono alla spalla sinistra togliendomi il fiato Svelto, recupero ragione ed equilibrio e sciogliendomi dal loro abbraccio urticante, gridando nel silenzio, salgo sul treno che è appena arrivato al binario convinto d’averla scampata per miracolo
40 Ragazzi sulla spiaggia Il chiarore dell’alba, andava facendo capolino dall’acqua del mare, spingendo l’orizzonte ad annunciare, l’apertura di un giorno sereno Sulla spiaggia, al riparo dei massi frangiflutti, scartati dall’acqua, distesi sulla sabbia, corpi di ragazzi sparpagliati, circondati da lattine, siringhe, alghe secche, piatti, bicchieri e posate di plastica, con residui alimentari L’assimilai a naufraghi “ stracquati “ nottetempo, sull’arenile da una tempesta ma compresi ben presto ch’erano rifiuti della discoteca oltre la strada Il mare non aveva saltato la linea di costa acquisita Figli e figlie dell’età incerta e da genitori distratti, caduti nel silenzio della noia e rimasti prigionieri Giovani uomini e giovane donne che non han saputo cogliere i valori che riempiono la famiglia, finendo preda delle jene che popolano questa società in guerra La rabbia mi soffoca e grido “ mettetevi all’impiedi “ che la notte è stata schiacciata e messa sottoterra La responsabilità non è un biglietto del gratta e vinci ed i figli, oltre alla paghetta, hanno bisogno d’amore La famiglia si è sciolta correndo dietro all’apparire lasciando libertà agli animali feroci, d’ingabbiare i figli, escogitando espedienti per i impinguire il portafogli, riducendo a burattini del vizio le generazioni L’uomo che cammina con l’indifferenza per mano, con sicurezza, a casa non porta, la dignità
41 La governanza del sottobosco Questa domenica aspettando l’ora di pranzo la lettura mi fa una buona compagnia Un bussare leggero ma invadente mi obbliga ad interrompere per aprire Un amico sulla porta è in attesa Lo invito ad entrare e dirmi il motivo ma rimane a guardare per le scale che scendono nel cortile Lo lascio con mio fratello e mi ritiro Uomini ben vestiti, dalle facce seriose, sono state fatte accomodare in casa e sedere sulle sedie disposte lungo le pareti del salone “ Cosa fa questa gente in casa mia? “ chiedo a mio fratello che sta all’impiedi “ Hai le mani sporche “ mi dice il più vicino “ Un’oretta ed abbiamo concluso “ mi risponde mio fratello senza guardarmi “ Noi ci conosciamo “ m’incalza un altro accavallando le gambe con un sorrisetto “ Non la conosco e non l’ho mai vista. La memoria mi guarda le spalle “ replicai ed infastidito, con fermezza intimai loro: “ Uscite da casa mia ed alla svelta “ raggiungendo la porta e spalancandola aspettai il loro passaggio senza accennare ad un saluto “ Accettare il loro giogo non salva nulla “ dissi a mio fratello prendendolo per mano
42 L’antico borgo marinaro A piedi, con la schiena sorretta a malapena dalle mani intrecciate e col mento affossato sul petto, i residui residenti avanti con gli anni, si ritirano nelle mura di casa dopo aver trascorso il pomeriggio in silenzio a guardar giuocare a carte i quattro cassaintegrati, naturalizzati e l’indigeno delocalizzato che terminato il servizio, viene a ricaricare le batterie d’aria pulita che il borgo gli riserva per il diritto di nascita La sedia in strada ed i piedi appoggiati al marciapiede, mio padre costruisce una nassa al brigadiere della finanza, al sommozzatore dei carabinieri che intendono cimentarsi nella pesca delle aragoste ed imbastisce una rete per la pesca sottocosta a quei figli che usano la sua barca e bisticciano nel dividersi i pesci pescati dimenticandolo Manutenziona la conzalora al cugino che dall’emigrazione si è ricordato della parentela donandogli una cioccolata ed aspetta il genero coi bidoni di plastica sulla porta per salire con l’auto sulla collina a raccogliere l’acqua da bere da una delle tanti sorgenti a perdere che l’acquedotto del borgo ha perduto il rigagnolo e le fontane pubbliche di ogni crocevia per consentire l’ottimizzazione dei servizi ed il turismo Osservo con malcelata tolleranza la corsa del pastore inseguito dal padrone col guinzaglio e la museruola in mano Una faccia semiconosciuta che la memoria mi nasconde e non mi aiuta a ricordare le geometrie del borgo antico, snaturato dalle nuove e le vecchie case restaurate A volte, l’antico borgo marinaro risorge e seppure detesto il vento che mi porta il mal di testa, son contento del Santulibranti che spazza con rabbia le strade, l’orto scampato alla speculazione e la spiaggia dai rifiuti dei vacanzieri
43 Alla destra del figlio Gli anni appesantiscono il corpo e conducono la mente a vacillare di questo padre che sta ancora piegato alla destra del suo unico figlio La mano destra gli accarezza con cautela la faccia temendo la morte che deforma Abbarbicato al catafalco quasi senza fiato lotta spasmodicamente per riportare nel binario questo giorno maledetto e riprendere il viaggio Il braccio sinistro trema convulso nello sforzo ma questo padre non può restare senza speranza e cerca nella memoria il suo bambino, le favole per cullare il sonno, le riunioni al sindacato con la borsa per il necessario, le dispute sulla precedenza del valore del denaro che la madre gli aveva inculcato Richiama Scurpiddu dal bosco per salvare l’infruttuosa raccolta della scampagnata Ha il cestino strapieno di funghi porcini sottratti all’anziano compagno contadino che ha distratto con un fiasco di vino Rammenta l’indesiderata presenza, alla prima comunione e l’ultima, inopportuna e frettolosa partecipazione allargata, al desco familiare Le spalle sul cancello chiuso, dell’Istituto liceale ed aspettare il termine delle lezioni, andare a passo svelto alla fermata della corriera e trascorrere le vacanze al mare, in casa dei genitori I racconti sorridenti, dei compagni di scuola che gli riempiono il vuoto apertosi negli anni, nel tentativo di consolare questo padre
44 L’archeologa precaria Un caschetto di capelli argentati mi sbarrò il passo sulla biblioteca La cartella aperta sul tavolo a prendere appunti ed esaminare con frettoloso impegno, la scrittura fitta, di un voluminoso trattato La salutai e di scatto alzò la testa mostrandomi la faccia piena, delicata, al colore di una pesca fresca Una straordinaria attrazione mi calamitò verso la scrivania inducendomi a credere d’averla conosciuta e persa di vista Scorsi nelle sue pupille riflessi di albe, prati in fiore e corse nei campi a montar asinelli e stuzzicar le mucche La mia mente si riempiva delle sue mani, degli orecchi, dei seni, delle spalle ed ero travolto dalla meraviglia Le parole mi scappavano dalla bocca ed estasiato cercavo di continuare, abbarbicandomi sulle frasi L’emozione con un’intensità sconosciuta mi spinse il coraggio e le baciai le labbra tumide Il suo sorriso accompagnò il mio respiro ma un forsennato battito di ciglia, confusione e spavento, mi nascose la gioia che recuperai con timore solleticandole il naso, riportandole le fossette in viso Quest’autunno, l’archeologa precaria avrà un altro incarico a termine e scanso le foglie che coprono l’asfalto, acchiappandone qualcuna che cade dagli alberi chiacchierando del più e del meno non avendo la prospettiva di un lavoro e progettare una famiglia
45 Il pagliaccio Ho percorso strade sterrate cosparse di pietre ed a notte fonda ho raggiunto la riva di un lago scintillante d’azzurro L’orizzonte buio ha spinto sulle acque, un castello di cristallo con le guglie avvolte in una nebbiolina rosa pallido che dolcemente ha navigato alla mia volta Una ragazza si è affacciata alla finestra del piano terra e con dolcezza mi ha cinto con frenesia, nella sua favolosa bellezza Ho levitato sul parco oltre gli alberi secolari ed ho giocato di testa e piedi, con le nuvole ma il viale altezzoso, mi sfida arrogante Il prato, lesto mi sboccia una rosa con petali gialli, striati di rosso e volo al portone Ho gli occhi pieni d’amore e la passione m’accende fino a bruciare ogni energia Un vento arcigno, diabolico, scende veloce, dalla chioma della quercia soprastante e tenta di strapparmi il sogno dalle mani La mia ragazza, però non si lascia soggiogare Mi stringe nella sua bellezza e non si distrae Il vento malandrino, si ritrae e s’allunga, ghigna e ritorna alla carica cercando di circuirla Tenta, nauseante di demolire la sua integrità Il castello si è acceso e sfoggia un vestito di aranci e limoni, gelsomini e pesche rosse Il portone si apre e m’invita a d entrare La mia ragazza m’accoglie raggiante di gioia e le porgo le mani colme d’amore Il vento, sconfitto si dissolve in fondo al viale Ha lasciato per terra una chiazza di cenere e mi sfogo disperdendola con una pedata La gioia mi soverchia e tiro dalla tasca Il pagliaccio che conservo da ragazzino e mi metto a ballare, a suonare con l’erba.
46 La mattanza L’esperienza acquisita nei secoli, ha calato la tonnara, alla bocca della baia del villaggio Sotto i raggi del sole che scotta, sferzati dal vento e bruciati dal sale, addossati alle murate delle barche, con le lenze in mano e gli occhi socchiusi, quasi sognanti, la ciurma cantando litanie alla Madonna, attende il tocco del passaggio dei tonni che imboccano la soglia della trappola verso la camera mortale La speranza dei tonnaroti s’accende la mattina e si spegne la sera ritornando stanchi a terra Questi sono giorni, poco più di una settimana, che i tonni s’aggirano irrequieti nello specchio d’acqua, distratti nella rotta del loro viaggio stagionale al luogo destinato alla riproduzione, da un pescecane a caccia di sarde ed acciughe Il gozzo ha distribuito il pranzo raccolto sulla spiaggia che le famiglie hanno cucinato per il proprio congiunto quando ad un tratto, un turbinìo scuote l’acqua chiara e nell’aria scoppia il “ leva – leva “ delle sentinelle, staccando maldestramente, il Rais dalla scodella La ciurma tira la camera della morte e trae a galla, I tonni che si dibattono, cercando una fuga dal sacco Nuotano in giri concentrici senza requie, sbattendo la coda sull’acqua che sempre meno rimane sulla rete La ciurma, bagnata fino alle mutande, sporca di sangue, con il fiato sulle labbra, arpiona e solleva a bordo del palischermo, le pinne gialle ringraziando il cielo L’acqua ha perso l’azzurro, pregna del sangue della mattanza e le barche s’allargano e ritornano a schierarsi, calando la trappola al suo livello, mettendosi in attesa che la preda venga abbondante
47 Il falegname mascherato Stavo costeggiando il canale limaccioso della strada provinciale che conduce alle costruzioni di periferia riservate agli immigrati che tentano di sottrarsi alla pesantezza quotidiana della propria terra La luce dei lampioni mi copre le mani di giallo che incuriosite si rivoltano osservandosi Il fumo della sigaretta, approfittando delle palpebre distratte,mi salta agli occhi inducendoli a lacrimare quando d’improvviso, vengo colpito al gomito destro dal manubrio di un motorino che mi toglie il respiro Recupero l’equilibrio ed evito di cadere in acqua Scorgo di sfuggita, la faccia della ragazza a bordo ed assimilo la sua bellezza ad una Madonna evasa dalla penombra della galleria del museo Il dolore s’attenua ed il rammarico aumenta osservandola allontanarsi ad andatura ridotta Avrei potuto inseguirla e magari acchiapparla, metterla sottovetro ed ammirarla, goderne con sapienza, secondo i riflessi del cielo ma l’educazione accatastata nella mia famiglia respinge la tentazione e col gomito in mano continuo a passo moderato, la strada verso casa Svolgo con impegno il mio lavoro, alla stregua di locali e conterranei stanziali, con figli grandi che del dialetto della terra dei padri, conoscono qualche parola vastasa Siamo accomunati, però per nomèa, alla malagenìa, e la nostra presenza, è mal tollerata senza capire che queste persone pur appartenendo alla nostra terra, ci sono nemici, ci tolgono la libertà, facendoci emigrare La difficoltà che colpisce il lavoro, è vero, crea paura e ci si scaglia sul più debole, il trapiantato, dichiarando, guerra alla ragione, sottacendo la civiltà acquisita Il passaggio a livello è abbassato e non ci credo di trovare ferma, in attesa, la pennellata divina Ma temendo di turbarla, m’impongo di guardare altrove 48 e con calma indifferente, aspiro dalla sigaretta, il disagio, aspettando che transiti il treno liberando la strada, che sono molto stanco ed ho tanta fame Mi giro verso la città per distogliermi dalla ragazza ma in fondo scorgo, un uomo alto, magro che avanza Ha uno sgabello con le gambe in fuori, sul petto La faccia cerea, poggiata sul bordo e cammina senza toccare l’asfalto, con un’andatura d’automa La paura mi prende le mani e mi monta sulla schiena Ho la sensazione che sia un fantasma che vaga sul territorio dove stava la sua casa abbattuta d’autorità Cerco conforto nella ragazza del motorino ma è andata La barriera è stata alzata e riprendo un po’ di coraggio Volto lo sguardo indietro a misurare la distanza Vedo l’uomo varcare il portone dell’ultimo condominio ed affrancato, realizzo che è un falegname mascherato, sporco di lucido e residui di legno che consegna a domicilio il lavoro terminato e riprendo a camminare canticchiando
49 Ama gli altri Le mani giunte nell’introdursi sull’altare, tremano un tantino e lo mettono a disagio. L’armonia dell’essere traballa e nella comunione cerca l’assoluzione dallo Spirito Santo La mortificazione, respira e convive sciogliendosi con religiosa sopportazione, nell’acqua santiera La fede nel Signore, lo trattiene all’impiedi e reclinando il capo con Santa pazienza, si rifugia con tanta vocatio, nella preghiera La bellezza delicata, sorniona della donna con lo scialle bianco a mezzacoscia, eccita i sensi, attrae gli occhi e riempie la mente di pensieri che l’abito talare non coltiva L’ordinamento ecclesiale gli proibisce d’amare questo essere che completa la sua esistenza Si stupisce che il clero sia arroccato nel pregiudizio che la donna sia strumento dell’entità bestiale Questa rissa nata per caso, non ha fondamento, è un accanimento, un disegno elaborato per mettere i “ poveri cristi “ in croce Le sacre scritture prese ad esempio, ripetono: “ Ama gli altri – Amatevi gli uni con gli altri “ e non si azzardano ad elevare barriere Cerca d’incollare i lembi dell’essere umano con la ragione del ministero della chiesa La coscienza, però non lo separa da questo bisogno naturale d’amare
50 La collina di Anaggio Una umanità di differenti strati sociali, ragazzi e ragazze, giovani ed adulti che la società non tollera, emargina, addita e mal chiama; che smarrita, manipola la solitudine e varca i confini della realtà, cercando una goccia di pace, è stata raccolta nei ruderi dell’antico Casato, sul fondo abbandonato, sulla collina di Anaggio Qualcuno ospite d’amici, s’era specializzato a scucir camice sulle spalle e staccare i bottoni dei pantaloni, sottraendosi con abilità alle mani legnose della zia che cercava di nasconderlo al disonore Altri consumavano rispetto e dignità nei sottopassaggi della metropolitana e grandi magazzini, razzolando nei rifiuti urbani, mescolati a spacciatori, prostitute d’ambo i sessi e malavitosi L’uomo che ha rinunciato all’abito talare, è diventato Padre ed è accorso e con grande pazienza, dolcezza e sacrifici, è riuscito a ricondurli, entro la cerchia dei pini, sulla collina incolta ed avvolti nell’azzurro delle tute da lavoro, saltano le geometrie che disegnano le siepi, recuperando il canto dei contadini, morti ed emigrati, andato in malora Seminano e coltivano la terra in comodato d’uso, raccolgono e vendono, anche pomodori, alle famiglie del villaggio che ogni anno trasformano e conservano, per uso casalingo, la salsa e sanno quel che mangiano La solidarietà del fratello, ha riacquistato il giorno che questa bella società, aveva interrotto con malagrazia La gente umile, sa sollevare la sofferenza e col lavoro delle braccia, isola l’animale in agguato ed oltrepassa i governanti mendaci che crocifiggono e sfruttano l’umanità, figlia di una grande sensibilità, che è caduta, facendo, in barba alla legge, profitti sulle loro spalle Quest’uomo, si è eretto a custode della fragilità e protegge le creature, anche dalle loro debolezze, distribuendo ad ognuno, la libertà della collina
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