IMASHITO
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( L’Approdo naturale
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ACCORDINO ANTONIO
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LA DEPRESSIONE DEL
CORVO
L’orizzonte, con
pazienza, cercava di contenere le montagnole
che con arroganza,
puntavano i piedi ed ergersi per raggiungere
il padre che
maestoso si stagliava nel cielo, fumando sereno
Il sole si alzò
lentamente da dietro e spinse i tiepidi raggi
a pennellare di
gioia, la vallata che scendeva lussureggiante
con alberi d’arancio
e mandarino, limoni e vigneti a pergolato
Il mare nascosto
dalla scura foschia, dai palazzi e dalle strade,
respirava piano
ascoltando i mezzi di trasporto urbano, le auto
che tentavano
d’evitare, il traffico caotico che stringeva il
fiato
Un corvo,
accovacciato sul susino, si manteneva in equilibrio
con l’ala sinistra
rabberciata, stringendo nelle zampe un frutto
immaturo
che gli era venuto
sott’occhio e con un salto periglioso, senza
un’indagine conoscitiva
aveva afferrato e per
necessità, s’accaniva a beccare
Una nuvola di
polvere, si staccò dall’alto della città e scese
a rotta di collo,
sopraffacendo l’aria, esplodendo con violenza,
senza emettere alcun
rumore, avventandosi sull’ignaro corvo
mutilato,
insultandolo con lunghi, affilati artigli velenosi,
schiaffandolo sui
rovi, sulle pietre con le lance in alto,
che circondavano
l’albero e credeva potessero proteggerlo
dalle varie specie
di parassiti del regno nel quale la criminalità
traffica
Il dolore lancinante
all’ala mutilata, per la violenza della stretta
gli costava meno che
la privazione della libertà e si macerò
la lingua, ogni
attacco delle penne ed anche le unghia dei piedi
IL respiro gli si
era talmente ridotto che si sentiva morto
L’ansia, gl’impediva
di mantenere il passo equilibrato e la paura
gli camminava a
fianco che un grido non l’avrebbe contrariato
La lucidità ch’era
stato il senso più alto della sua cultura,
fu attaccata da una
muffa confusionaria che gli toglieva
il senso della vita
e cadde in una depressione disastrosa.
Il corvo, con
inconsapevole energia, in un tempo non misurabile,
aprì gli occhi sulla sua
condizione e riuscì a
riconquistare una civile, dimensione quotidiana
Seduto su una
sedia di plastica, nel balcone di
casa, comunque è allerta.
Gli anni, lo
afferrano e gli raccontano di una luce immensa,
abbagliante
esplodergli negli
occhi, nella mente e tenta di circuire con pazienza,
l’insonnia notturna
che lo perseguita, correndo
dietro ai corpi luminosi che appaiono
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nell’oscurità che si
allarga sulla periferia degradata, affaticata e
senza diritti, in un giuoco
a nascondino che non
premia e si conclude con la timida luce dell’alba
che nasce e si
perde nei rumori nelle variegate
attività cittadine.
L’EFFETTO SORPRESA
Il viale oltre la
villa comunale mi spingeva
con misurata
allegria verso il lungomare
La compagnia del
marciapiede era giovane
e non si sottraeva
allo scambio di civettuoli
gorgheggi, stender
di lenze e ruotar di cazzuole
leggere nel
tentativo d’attaccare quella calcina
che in fondo
sollazza l’esperto muratore
Sebbene la mia
faccia s’atteggiasse a Santino
svezzato, ogni
parola che cercavo d’estrarre
dalle corde, mi
risultava d’estrema difficoltà.
L’effetto era
vecchio, non risolto e che mi portavo
sulle spalle fin dal
momento, a dire molto precoce,
della scoperta
dell’irresistibile attrazione verso le forme,
le movenze ed il
parlare semplice, gioioso, non artificioso
delle mie compagne
di giuochi, di scuola e pellegrinaggi
Il bambino mi
preoccupava e m’induceva a graffitare
nel sogno, nel
tentativo di trovare la soluzione
L’attenzione non mi
mancava ma non riuscivo a venire
a capo, afferrare la
cima e concretizzare l’effetto.
Una pioggia di
inaudita violenza, intanto ci appiccicò
alle mura dei
palazzi e tagliò ogni progetto di percorso
inducendoci in un “
si salvi chi può “ senza prospettiva
I grandi magazzini
avevano chiuso i cancelli e l’androne.
Le vetrine
d’esposizione, scintillanti di luci e colori,
indifferenti,
restavano a guardare sorridenti ed impietose
Senonchè all’angolo,
il viale declinò vertiginosamente
e l’acqua, erose il
selciato e scoperchiò il tombino in loco,
acchiappando e
risucchiando in esso, in un giuoco perverso,
uomini, cose ed
animali che circolavano o si trovavano nei paraggi
e magari spinti, non
avevano modo di sottrarsi.
Il tombino, invero
aveva creato un malverso ciclo continuo,
Il treno d’acqua,
catturava e trasportava gli ospiti, nel sotterraneo
in un giro
turistico e li schiaffava in aria per riprenderli a
bordo
e ripartire
accompagnati da una variegata sonorità di risate
degli astanti che
incollati l’uno all’altra e viceversa, pregavano
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o bestemmiavano
senza offesa per alcuno ma a cercare
un alito di coraggio
e non soccombere alla paura dell’impotenza.
Il potere perverso
della paura, ebbe però un effetto collante
e la sorpresa fu
tale da tramutare l’attrazione di un sogno
messo a letargo, nel
possedimento di un bassorilievo di fattezze
delicate, soavi, che mi
camminava accanto ogni
giorno e non ero riuscito a vedere.
LA CADUTA
DELL’AQUILA
La ghiaia colorata,
raccolta con allegria in spiaggia
nei giorni di riposo
settimanale e spalmata sulla terra
avanti l’ingresso di
casa, a tappetino di benvenuto,
si era scollata e
fuggita a precipizio oltre il cancello,
saltando addirittura
le alte campane metalliche adibite
ed inattive, alla
raccolta differenziata della spazzatura
Lo scirocco,
appesantiva l’aria e le parole, con maestria,
si ritorcevano
contro, assumendo la caratteristica e malversa
risposta di schegge
metalliche e chiodi infuocati, sprigionati
dal ventre di una
mina giocattolo, al tocco casuale di un dito.
Ogni stanza della
casa, con corridoio e terrazza coperta
avevano perso il
sorriso e la grazia dell’attesa, assumendo
la costumanza di un
mercato disordinato ed accidioso.
Ogni passo,
circolava con un’evidente precarietà d’equilibrio
che aggravava
perniciosamente la fatica profusa e la continua,
infruttuosa ricerca
di un nuovo posto di lavoro
che il precedente
era stato perduto per avere reiterato
al dispensatore che
lo considerava braccio destro nonché fratello,
la richiesta
della promessa di regolarizzazione
dell’occupazione.
La decisione
inappellabile di migrare con le suppellettili in
spalla,
nel volgere di una
notte,verso l’accattivante località nativa
adducendo la
necessità di riposo e cambiare l’aria maleodorante,
non era un pensiero
salutare ma l’accettazione del fallimento.
Il clima solidale,
non era la terapia adeguata, la soluzione consisteva
nell’affermare il diritto di occupare il posto di
lavoro, seppure la collisione continua produceva un
interrotto corto circuito che mal disponeva.
La mattina, mi
presentai in ufficio, con l’intenzione di riscattare
il naturale
e maledetto
principio della legalità, sacrificando l’orgoglio
del guerriero,
ma fu considerato
debolezza ed ogni ulteriore aspettativa, fu
sradicata.
L’auto
familiare, sbattendo gli sportelli, dimostrò la
superiorità
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dello stipendio
sicuro e divenne all’istante, l’officina meccanica
di manipolazione e
costruzione degli ordigni di distruzione
Il cambio di mano
della gestione dell’azienda familiare, manifestò
con isterica follìa,
l’arroganza del potere e maledì perfino la gatta
che sul muro
separatore della costruzione, all’ombra del ficus
del giardinetto,
sonnecchiava con dignitosa compostezza
La targhetta della
prudenza con la foto di famiglia, si scollò
dal cruscotto e
scivolò oltre il finestrino nascosto nella guaina
e saltò terrorizzata
sulle spazzole consunte del parabrezza
appena l’auto sgommò
inseguendo la striscia d’asfalto fresca
e si mosse alla
volta della superstrada per la montagna
staccando la polvere
nociva accumulatasi lungo la cunetta
urbana, sulle
facciate dei palazzi e contrassegnava i volti
delle persone, con
caratteristiche di maschere animalesche.
La salita
s’inoltrava nelle falde della montagna presentando
cespugli di ginestra
sparsi a macchia e confusi negli avvallamenti
che la terra nera si
preoccupava di mantenere a fiori serrati
Una curva, con la
calma di un esperto cacciatore sparò e l’aquila
cadde con il soffio
di un ramo d’ulivo carico di frutti, attenuato
dall’estensione
delle ali aperte in un tentativo istintivo di
riparo.
L’avanzata oltre il
sedile riconobbe l’imperizia e con cautela
si sorprese a
sorridere nell’incontrare i cespugli di ginestra
che con gaia
sollecitudine, si aprirono dolcemente colorando
di giallo il terreno
selvaggio con qualche sparuto albero bruciato.
LA DELUSIONE
DELLO SPIRITO
Ho circumnavigato l’altare con la mente brulicante
di voci gutturali,
ordini e richieste irricevibili, eppure
masticate e
metabolizzate ad unico salvacondotto
idoneo, a continuare
l’avventura nel mercato cittadino
Un percorso, invero
che conduce con atroce agonia
alla lenta deturpazione dei
valori ed alla sconfitta
Cerco di ricucire la
responsabilità spappolata e spero
di cancellare la
panchina sporca della città di sbarco
che vanta con le sue
molteplici attività, la nomèa di offrire
il lavoro che il
villaggio nega ad ogni suo pargolo benedetto
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L’abbraccio con
l’avito padre mi conforta ma mi richiama
alla mancata
frequentazione inducendomi ad inchinarmi,
con gli occhi del
figlio nelle mani, a ricevere con umiltà,
i colpi del cordone
che aveva liberato i paramenti sacri
Avrei voluto
chiamare indietro, il bambino e riportarlo
sulla spiaggia, a
saltare sulla barca all’ancora e tuffarsi
nell’acqua azzurra,
farsi gabbiano e volare a scrutare
il colore delle
onde, scoprire i pesci fare le boccacce
La salita è
faticosa, è il prezzo della bellezza della natura
e dalla gioia, con
voce stonata, canto a squarciagola
l’amore che mi
sbanca l’anima per l’invisa coetanea
Ho le spalle cariche
di dolore, mi scoppiano i padiglioni
La solidarietà è un
modo per truffare e mi ritrovo mortificato
a trattenere, i
principi che mi scappano, inorriditi dalle dita
Cerco l’uscita della
sacrestia per ritornare nella strada,
La sua voce rotta,
accorata, m’insegue e mi chiede:
“ Hai perso lo
Spirito? “ costringendomi a rallentare il passo.
Oltre la soglia, la
fame, la maleducazione, la sopraffazione,
spingono l’uomo,
bocconi sull’asfalto e le parole pietose
di ogni occasione
prendono il sopravvento lacerandomi.
L’impotenza mi sputa
in faccia e perdo il lieve sorriso
che mi sforzo di
mantenere per non tediare gli allegri beati
La luce si è perduta
oltre le stelle e lo spirito deluso, celato,
mi osserva
arrancare, con le gambe doloranti, verso l’auto.
LA MASSERIA DELLE
PALME
Rimasto appiedato,
cerco un appiglio per gridare
e scaricare la
disperazione che mi strazia la mente
Ogni volta,
l’impotenza per non avere avuto la capacità
di difendere la
proprietà del padrone, mi bastona
sugli occhi e le
articolazioni, creandomi disfunzioni motorie
Sono sconvolto, vago
sotto il sole abbagliato dal dolore,
e vado allo
sbaraglio, alla ricerca di un indizio allo scopo
di rientrare in
possesso della merce e del mezzo di lavoro
Avrei dovuto farmene
una ragione, questa è la terza
e dovrei ritenermi
salvato dalla mano divina per non avere
subito, danni fisici
irreparabili, incorso in mutilazioni o morte
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La denuncia si è
tramutata in un interrogatorio serrato, facendomi
sentire in
pericolo, inculcandomi la paura che possa finire in
prigione,
per concorso in
sequestro, truffa e non so per quanti altri capi
d’imputazione.
Il sospetto, mi
rimane sul collo ed aggrava la mia condizione
Scavalco una rete
metallica, un fossato ed emergo col fiato
che mi si è
rarefatto in gola e la distrazione della visione,
in una strada che si
perde in una spianata gialla, desertificata.
Ho la sensazione che
non mi resta altro da fare che ritornare
Indietro, concludere
ogni ulteriore ricerca ed affidarmi a Dio.
Un attimo, ritenni
che continuare fosse un atto velleitario,
qualcosa, però mi
venne in soccorso e mi aizzò
la ragione, con una
sottigliezza infingarda a non arretrare
di un corto passo,
alimentando quel barlume di speranza
che induce ogni uomo
sul baratro, a non dichiararsi sconfitto
ed indignarsi della
precedente latitanza impedendogli ogni reazione.
La rabbia, si è
caricata dell’umiliazione e mortificazione che gli
Agenti,
in gara con il
traffico dei mezzi in transito sull’autostrada, non
si esimono
dal risparmiarmi e
con acutezza, percepisco che non rientrando nella
lista delle merci a
rischio, per false fatturazioni,
si burlano della mia tragedia.
La sigaretta, accesa
per scansare l’aridità della bocca, mi trema nelle
dita,
cerco di distrarmi
col fumo che mi giuoca in faccia ed a dirla a
chiare lettere, mi offusca
di più, la vista,
tuttavia, non riesce ad impedirmi di percepire,
in fondo, in quel
che intendo ruderi, la presenza della mia stalla su
ruote
che viene condotta
verso una macelleria non dichiarata, di
contrabbando.
L’autoarticolato
lentamente, circumnavigando il perimetro della
masseria
in disuso, con le
mura diroccate, si cela alla vista, è inghiottita
dalla terra.
Il mio sguardo,
incattivito del predato, incuriosito insegue
la muratura
sbriciolata, la calcina erosa, i mattoni e le pietre
e col passo
titubante ma indagatore, s’incunea con il tracciato
e scende per una
strada lastricata di pietre, nella porcilaia vuota,
e continuo, col
passo e la precauzione di uno che viola l’altrui
territorio
affacciandomi, con la meraviglia dell’inesperto
cercatore,
in un cortile a
mezzaluna fronteggiato da cinque palme, un fico,
quattro alberi di
limone, tre d’arancio ed un gelso gigantesco
Estasiato da cotanta
bellezza, m’accorgo di un martellare
senza discrepanze,
inverecondo, che nasce dal sottosuolo,
m’afferra il
polpaccio delle gambe saltando le scarpe ed i piedi,
inducendomi a
credere a scosse di terremoto, incitando la fuga
Un farfugliare
inconsulto, di assestamento, mi tamburella la bocca
con un bollore alle
guance facendomi sobbalzare la protesi.
Mi colpisco con la
pianta delle mani alle cosce, nel tentativo
di scacciare la
paura e mantengo la postazione ricucendo la visione
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e stupefatto, vedo i
tronchi delle palme che si colorano di ragazze,
di sembianze
sfornite di veli, con qualche scialle vezzoso
e sul ritmo di una
danza morbida e sinuosa, sfilano e vanno a segnare
con varie pose la
base del gelso, sorridendo, invitandomi fra loro.
L’arma in dotazione
con l’eccitazione in canna prepara l’assalto,
dimentico di ogni
preoccupazione, affanno od altra incombenza,
senonchè vengo
sorretto dall’indiscusso aiuto che l’indole
mi riserva
mantenendomi all’erta, di quella zona ancora sveglia
della ragione,
stuzzicandomi, facendomi sovvenire che quella
sceneggiata, possa
essere una trappola per distrarmi o peggio
e tento di
bloccarmi, con una fatica non indifferente, restando
con una lieve
inclinatura in avanti, per l’attrazione incessante
alla quale, nolente
sono sottoposto ed anche per il dannato tremore
che continua a
produrre il sottosuolo della Masseria delle palme.
Una voce gutturale,
cavernosa, minacciosa mi colpisce la nuca
avanzando, saltando
dal fondo del fabbricato, costringendomi
a voltarmi,
strizzare gli occhi ed entrare nell’oscurità e
scoprirne
la proprietà e che
di colpo nella memoria, mi risulta conosciuta.
L’invito di
accomodarmi, si accompagna all’apertura del buio
in un morbido,
riposante azzurro che ricopre un ingresso, libero
di attrezzi,
suppellettili, mezzi meccanici ed ogni altro oggetto
di riempimento che
rendono comoda l’esistenza dell’uomo
La voce mi guida ed
io la seguo al pari di un prigioniero legato
ad una lunga catena,
senza tentennamenti o minima opposizione
Il percorso è un
corridoio con le pareti del colore pisello, solo il
tetto è giallo, diverso di
quello dell’ingresso che
consapevole, ho perduto alle spalle.
Il ricordo che
m’illumina e mi fa aprire la bocca in un sorriso ad
arcata intera, è la voce
dolcissima che mi chiama e
poi una mano d’acciaio tenero
che mi si attacca
nella parte posteriore del bacino e con forza, senza
fare rumore, mi
lancia in un buio trapunto di scoppi
di palline di zolfo
che mi pare di
giuocare con le stelle del firmamento e balzo,
nell’atterraggio,
non in braccio, ma
sulle grazie, l’avvenenze di una squadra di
poliziotte
che mi accolgono in
un telone che han cercato in ogni modo, di non
svelarmi.
Ho compreso che
l’arma, mi seguiva nei viaggi, teneva d’occhio la
Società.
Ogni mezzo di
trasporto, era controllato a debita distanza, aveva
indotto
i Funzionari ad
indagare sul proprietario, l’allevatore importatore
ed una fiorente
catena di supermercati d’indiscutibile onestà.
La Masseria delle
palme, nel suo ventre, macellava ed inscatolava
Il bestiame
importato con false fatturazioni, certificato
sanitario,
riceveva il
beneplacito e la compiacenza del perito, ed a bordo
degli autoarticolati
prendeva la strada per i mercati esteri o locali.
Il sequestro lo
dirottava alla Masseria delle Palme e scaricato il
macellato
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e derivati, con
altri veicoli procedevano alla consegna senza
preoccupazione, riportando
indietro,
l’autoarticolato, nel rettangolo ove si trovava al
momento del trafugamento, e
dunque ritrovato vuoto
e senza alcun danno.
Gli animali, i suoi
derivati entravano nella linea della
commercializzazione senza che
fossero intercettati,
perquisiti od altro, dalla polizia stradale.
L’intoppo che ha
portato l’arma all’intercettazione ed
all’azzeramento
dell’associazione, è
stato incidentalmente, il sottoscritto, vessato,
dileggiato, costretto
in detenzione in luogo
sconosciuto, ha perso il lavoro e con il nome
sporcato dai resti,
dalle interiora degli animali,
nell’androne della Masseria, lotta con il prestanome
della
Ditta che ha già in conto la libertà e
l’ingaggio
in un altro
supermercato o Società estera in mano alla Famiglia,
scevro comunque da
ogni problema di sopravvivenza,
invero mi lamento
per avere perso, nel
tafferuglio dell’evento, l’occasione
d’intrattenermi
in colloquio con la
poliziotta che mi ha accolto nel suo morbido telo.
Ho stampato nella
memoria, il suo volto con la chiarezza del cielo e
del mare viaggiando
sull’autostrada, il suo sorriso
mi nasce nell’orizzonte, mi avvolge
con la tenera
sollecitudine di una mamma e mi stringe dolcemente
sul petto
Ogni giorno, quasi
casualmente, mi ritrovo a transitare davanti alla
caserma, a volte mi
fermo e rimango ad aspettare
che esca, con la paura che possano pensare che sia
un
terrorista, voglia attentare alla loro incolumità
e l’amore, mi trascina la mente nelle
sofferenze e
mi privo del diritto di essere libero, inducendomi a
tentare un assalto e farmi
arrestare ma vi rinuncio
per paura
che la memoria mi
possa tradire e l’amore venire allo scoperto e
scoppiare
in un pensiero
inconsistente e costituire un episodio di
malcostume.
LA NOTTE DELLO
SCORPIONE
La luce, lievemente
offuscata da una nebbiolina tenera,
leggera,
s’accompagna ad un’aria tiepida, crea aspettativa
e chiama gli
animali, la natura, con serenità al risveglio
Il giorno mi viene
incontro, senza alcun cambiamento
mantenendomi
nell’avvilente, destabilizzante precarietà
A volte, vinto da
un’insolita stanchezza, m’apparto perfino
qualche secondo, ed
anche oltre il minuto a ragionarci sopra
La lotta non mi
spaventa e la decisione, invero mi risulta
alquanto
difficoltosa, seppure vedo e sono cosciente che a
meno
di quattro palma
dal naso, l’acquisizione conseguita con estrema
fatica,
un giorno dopo
l’altro presenta crepe ed il depauperamento, invero
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ha raggiunto e
superato il livello più basso, ossia di non ritorno.
La svolta che in
fondo, ritenevo necessaria, invero significava,
munirsi di un’arma
laser, abbassare la maschera sul viso, mirare
e sparare con calma,
badando a non farsi sfuggire qualcuno
Ho ritenuto le armi,
un espediente dei deboli, confidando, dunque
nel principi
fondanti l’umanità, nel rispetto reciproco,
dell’amicizia
ed ogni giorno, nel
tentativo di ricondurre i collaboratori, al
rispetto
delle condizioni
contrattuali e tenere a bada, le pretese
sconsiderate
avanzate,dalle forze
parassitarie legali e della criminalità organizzata,
rimandavo, verificando le cuciture allentate, gli
strappi nascosti alla vista.
La mano, nel
cercare d’acchiappare il filo per imbastire la
stoffa,
invero si era
slogata dietro la matassa che mi sfuggiva, rotolava
beffarda, negli
angoli più impensabili, sospendendomi il respiro,
mortificando la mia
intelligenza, con sfacciata impenitenza
L’andamento, si
identificava a quello delle settimane e dei mesi
che si erano
allontanati indecorosi, senza un cenno a voltarsi
L’inseguimento per
strade asfaltate, ripide e viottoli di campagna,
non aveva sortito
alcun effetto positivo, eppure m’incaponivo
L’ansia m’assaliva
astiosa e mi macerava i piedi, mantenendo
insoluti, i
problemi, conficcandomi nel fondo, i vecchi chiodi
Ho calzato i
pantaloni, la camicia, annodata con impegno e fatica
insoddisfatta,
l’inusuale cravatta ed appuntato il gilè, m’accingo,
a trasferire con
baldanza, la figura esile e di media statura,
verso la zona
commerciale e delle banche, residenza
dell’attività che mi ero
inventato giorno dopo giorno, con un appiccicaticcio
senso,
d’insoddisfatta
alleanza con il sistema aggressivo di questa città
Sono uscito dalla
camera da letto, con il grigio elettrico, inconsueto
che mi dipingeva
impietoso, la faccia fino al fondo schiena e scarpe.
Una sensazione di
freddo umido, invero s’accalcava, piano in spalla,
ora a destra, un
minuto dopo a sinistra, richiamandomi a rientrare
La mia nonna
paterna, sentendo il mio spirito, in grande
difficoltà,
alla sua maniera,
con la nota caparbietà, è scesa dal cielo, per
aiutarmi.
Mia madre a stendere
i panni, con un alto grado d’apprensione,
gira a metà ed
inclina la testa, gridandomi sulla nuca, copriti
per bene,
scombinandomi i
corti capelli, rammentandomi la folta chioma
che mi ornava con la
barba incolta, la faccia dello studente ribelle.
Sollecito, nel
tentativo di riappropriarmi, del clima salubre che
la famiglia
confidava mi
spettasse, ho disseppellito e sganciato
dall’affollato attaccapanni, riposto nell’angolo in
prossimità della porta d’uscita,
la giacca color
granato, sentendomi, con evidente subitaneità,
gratificato.
Ho fatto qualche
passo fuori soglia ed ho respirato a polmoni pieni,
l’aria che si
riscaldava, mettendo una mano nella tasca destra del
pantalone
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a prendere il
pacchetto delle sigarette e l’accendino per fumare,
riducendo
la visuale e non
avvedendomi di un pugno micidiale che mi s’abbatte
in piena faccia,
mandandomi la mente in ebollizione, espellendo fuori
dalle orbite, i
bulbi oculari che subito, esplosero in una luce
immensa.
L’eclisse m’indusse
ad estraniarmi e persi all’istante ed all’unisono,
la cognizione dello
spazio, acquisendo un equilibrio appesantito,
cancellando il
tempo e scivolando man mano, in un vuoto
gelatinoso.
Il silenzio che si
sprigionò, seppure puntuto, mi lasciò salire dalla
schiena,
una sorta di
calcolata reazione che lavorò senza reclamare nulla,
velocemente e con la maestrìa di un anziano
scalpellino, una piattaforma
che mi permise di
escogitare, una difesa sconosciuta all’essere umano
che manipolò ed
abbozzò la mia pelle, in una corazza coriacea ed
istruì
ogni cellula, ogni
apparato del mio corpo a mutarmi in scorpione
Le mie estremità,
gli occhi, i muscoli assunsero funzioni
scorpionesche.
La mutazione
nell’animale, dunque mi risultò vantaggiosa tanto
che riuscii
ad ammortizzare
senza affanno, l’attacco inconsulto degli scarponi
chiodati
che colpivano senza
alcun riserbo, sebbene fossi un portatore di
occhiali, L’arroganza creata dall’ignoranza,
alleatasi con il potere che di essa si nutre e della
quale a sua volta ne è dipendente, mira a sopraffare
il cittadino
che chiede con
educazione e rispetto, la convalida di un diritto
acquisito
L’alleanza creata,
stralcia le regole e si nasconde nelle pieghe della
legge secondo l’interesse nell’equilibrio acquisito
senza mostrare pietà per alcuno.
L’esistenza del
malcapitato è stravolta, sconvolta e disarcionato
dal cavallo
del pantalone, gli
viene strappato ogni bottone per evitare che la
disperazione
lo possa condurre
all’auto eliminazione e rivelare, un problema da
spiegare.
L’ arricchimento
indebito è un sistema collaudato, regolato che
produce lavoro e non può essere messo in discussione
da qualche animella delicata
e mi schiaccia la
faccia, l’addome, la gabbia toracica, le spalle
ed anche la
schiena, con un sorriso subdolo di coercizione
protettiva
L’incapacità
all’autodifesa, acquatta l’uomo sul tappeto del vano
nel quale era stato
messo, a decantare il proprio dolore, ritenendolo
vinto.
Il giorno, si è
sbrodolato, in un susseguirsi ingiurioso della
dignità
e mortificazione
dell’intelligenza, con il sovrapprezzo
dell’attentato fisico.
Il calare della
sera, quieta ed il buio scansa quel tanto che basta,
il rumore,
le voci e convoglia
l’inconsulta sopraffazione verso le succulenti
cibarie
La festa con le più
alte autorità, è il coronamento del profitto
dell’impresa
e serve da lezione a
coloro ritengono di doversi tenere fuori dal
giro.
La cocente giornata
è trascorsa ed induce lo scorpione in fasce, a
cercare
uno spazio adeguato
che il freddo pungente lo accoglie mettendolo a
disagio. Lo scorpione, in fondo è un uomo mutato e
cerca il toccasana degli angeli
La sopravvivenza,
seppure con fatica, richiede coraggio e lo sguardo,
seppure inorridito,
si solleva al cielo e l’uomo, esce dalla discarica
11
nella quale è stato
scaraventato dagli strumenti dell’ente per la
sicurezza.
La notte, con fredda
determinazione, propiziata dalla perdita d’identità,
mette a disposizione
l’armamentario più temerario acquisito dall’essere
nell’officina
dell’evoluzione e rientra nella caverna a costruire
e stampare
gli strumenti che
periodicamente gli procurano una precaria salvezza
Lo scorpione,
riproduce le scaglie frantumate, i tratti incurvati,
le punte spuntate e con il pungiglione carico, si
mira soddisfatto nella luce lunare.
L’armatura è ben
oleata e brilla fin nei più piccoli particolari, ed
illudendosi,
considera i fori,
addirittura delle gemme, le pietre preziose
dell’amore.
L’attacco letale, a
questo potere deviato, dunque è pronto a scattare.
L’uomo costretto a
trasformarsi in un animale per farsi rispettare, è
armato,
corazzato ed ha
disattivato i padiglioni ed ogni altra componente
acustica
La frequenza è stata
regolata e non ascolta, è sordo a rumori e parole.
Il silenzio è
assoluto ma nel lanciare l’attacco prefissato per la
distruzione
del nemico, con la
certezza del sopravvento, lo scorpione regredisce,
perde la sua
coriacea consistenza, le ossa si sbriciolano e
diventano polvere.
L’uomo, ha risalito
la china della sopraffazione e della vendetta ed ha
ripreso in mano, le redini del destriero allevato
con la sapienza della cultura,
la saggezza della
civiltà, fermandosi sul confine e prima di fare
male.
La legge della
magnanimità, invero crea nell’avversario la
superiorità
L’uomo, però confida
che l’altro, possa assimilare la lezione ricevuta
e sebbene questo, è
ricondotto nella cocente sconfitta a ritornare
indietro.
La pace, è la
dignità dell’esistenza dell’uomo, conduce le risorse
della guerra,
allo sviluppo ed
alla solidarietà dei più deboli, meno agiati,
sottocurati,
ridandoci la gioia
dell’ospitalità e la bellezza della terra, del sole
e dell’aria.
Ho raccolto, dunque
i connotati ricevuti dai miei genitori, tramandati
dagli avi
e rimodellato la
mente del mio corpo, mettendomi deciso, in viaggio
con l’intento
d’inventarmi, una soluzione lavorativa ed
affrancare la dignità.
La ricostruzione
dell’integrità è un percorso di disagio, invero
molto arduo,
con tratti di
pianura brevi e con l’orizzonte che indica una
marcia faticosa.
La scalinata è
ripida tanto che se alzi la testa a guardare, cadi
all’indietro,
è molto lunga, con
i lati ed il centro sporchi di rifiuti d’ogni risma
e liquidi nauseabondi che scendono allargandosi e
restringendosi senza concederti
un minuto per
portare il piede all’asciutto, questa invero è
l’ultima possibilità.
La piazzuola si
presentava disabitata, uno sguardo scrutatore nella
vetrata
della porta di una
casa a pianoterra mi ha svelato una presenza umana.
Ho tirato un sospiro
di sollievo, mi sono rinfrancato dell’energia
consumata
per avercela fatta
ad arrivare in cima e ritrovare le mura della
famiglia
che avevo perso
nell’incubo, nella discesa verso l’inferno.
Mi sono seduto sulla
soglia, ho acceso una sigaretta ed ho pianto il male
che aveva coperto i
miei pensieri, distraendoli e privandoli dei sogni.
12
LA STANZA DEL
SERPENTE
Il pomeriggio,
pervaso di canti soavi, andava in processione, per
le strade
tappezzate di fiori
di ginestra, garofani e rose bianche, inseguendo il
Padre
che col sole dorato
in mano visitava gli altarini che i devoti avevano
eretto
nell’angolo più
bello del quartiere, tentando di nascondere alla
meglio, i rifiuti, la disperazione e le malattie,
chiedendo miracoli, bene e pace, dilazioni
ai pentiti, la pena
di morte agli assassini e misericordia ai politici
considerati,
fratelli di latte,
incappati inavvertitamente, in distrazioni e
corruzione pubblica.
La fiumara umana,
stanca si era frammentata allontanandosi dalla
statale, lasciandosi alle spalle, la collina con la
villa baronale e la pineta secolare.
Una voce dolce e
suadente, lenta, silenziosa lasciò il solco
profondo del cervello, e s’avviò a percorrere la
distanza intera senza titubanza alcuna.
cominciò a viaggiare
per le circonvoluzioni, con sobri sbuffi e salti,
dondolii
ed allungamenti
combinati con altri segnali premonitori, vestendomi
di un’emozione che
al momento mi dava sbiancamenti e sudorazione.
L’affiorare di una
memoria capricciosa, incontenibile, mi piegò gli
ginocchi
e mi costrinse a
sedermi sui calcagni, allungarmi in avanti con le
mani chiuse a coppa sulla faccia, in un vano e
stupido tentativo di trattenere l’evento
che andava a
manifestarsi con virulenza e senza accettare
condizionamenti.
Il fenomeno
scomparso, rimasto a covare, all’improvviso,
espulse gli anni della scuola, fino a tagliarmi il
panorama ed indurmi a ripiegare nello spazio
ad inseguire un
branco di pecorelle giocherellone che m’indicarono
col muso
i filari delle
palme oltre la circonvallazione che scendendo verso
Occidente
risalivano il
promontorio che mi risultava nascosto e si fermavano
davanti
al grande cortile
del palazzo baronale lasciando intravedere una
stradina
conducente gli
scarponi, il vestito di fustagno con gilet , camicia
aperta
sul petto villoso e
fucile a pallini sulla spalla dell’inviso caporale.
Il lungomare
s’incurvava a raccogliere le barche, le giostre ed i
furgoni
attrezzati a
panineria, i capannoni in allestimento per la mostra
artigianale
e con una ridda di
pensieri poco confortanti, andai alla ricerca di
qualcosa che presumo potesse rassomigliare ad un
sogno stravagante, svanito
con l’arrivo dei
raggi del sole sulla faccia ma che mi teneva in
un’ansia
che si faceva sempre
più pesante e mi avviai per il viale che isolava la
città
dal palazzo del
casato dove da ragazzo con il diario, un quaderno e
libro
della materia del
giorno, legati dalla cinghia di gomma, sottobraccio,
accompagnavo alla
sua dimora, la mia compagna di scuola, ritornando
nei pomeriggi che lo
studio incitava all’approfondimento di greco e
latino.
L’emozione mi gelava
le mani, la testa e gli occhi mi bruciavano a
guardare
13
i giorni che
s’affacciavano alla finestra ed allegri e
spensierati mi saltavano
sulle mani, sui
piedi in un giocare instancabile, di una naturalezza
delicata
che esaltava ogni
sguardo, ogni carezza, un approccio, un cauto
contatto.
I libri, testimoni
silenziosi accompagnarono la crescita del nostro
sentimento
leggendoci pagine su
pagine di regole senza infastidirci e dichiarandosi
fidati.
La luce leggera
piegava le listarelle delle persiane e coatta
s’introduceva
a spiare nella
stanza, accompagnandosi ai respiri, ai rumori dei
nostri corpi
sul letto,
semiavvolti nelle lenzuola in una frenesia che
incitava a volare,
senza porsi alcuna
domanda, afferrati dalla necessità, dal piacere di
scalare la montagna e toccare il cielo con il naso e
giacere abbandonati l’uno nell’altra, schiacciati
dall’avventura, senza conoscere una soluzione.
La giovane età,
anelava a correrle dietro e seppure chiamato verso
l’altare, immolavo la vigoria nel tentativo di
assoggettare la natura, trattenere le onde che
impetuose, saltavano sui cuscini, oltre il perimetro
dell’amore.
Il sogno è l’evento
più alto dell’uomo e la genìa perderebbe il profumo,
senza il suo
contributo e chiamai la saggezza che è l’arte che
addolcisce
e gratifica ogni
risorsa e gli ordinai la chiave del lento, delicato
movimento.
L’amore mi rese gli
onori, m’atteggiai a padrone ed acquisii un
equilibrio
superbo e con le
redini salde nelle mani sconfissi la paura
dell’ignoto.
La cima era
esaltante e sublimato dal piacere sorridevo ad
osservare
i pori della sua
pelle respirare riprendendo piano il proprio stato,
la naturale posizione, pregustando lo spirito
spensierato che aleggiava nell’aria.
La sensazione di un
sorriso beffardo, mi colpì schiaffeggiandomi lo
sguardo,
mi girai sulla
destra e col gomito appoggiato sull’unico mobile
della stanza
scoprii un serpente
giallo, in agguato a saltare sulla preda ambita.
Un fiotto di veleno
mi riempì la bocca e mi stese sul pavimento in coma,
tagliandomi fuori dal presente, eliminando i giorni
che vennero, sconosciuti.
La scoperta del
corpo della mia compagna di scuola, non fu immediato
ed a trovarla,
ormai dissanguata, straziata, furono i cani del
padre.
La colpa fu
addossata agli animali e l’assassino, è rimasto
libero
impedendomi uno
sviluppo sereno, riservando al Caporale, il male
che non ho mai
lasciato, seppur lontano, rifugiato ed esiliato per
lavoro.
Ho scoperto la sua
tomba e la casa diroccata alla stregua, o forse
molto meno del palazzo baronale che seppure
imponente nella maestosità
del Casato, ha
allevato degli incapaci, maschi e femmine inette.
Messo piede sul
selciato, ai piedi della scalinata, ho alzato la
testa
e meravigliato della
bellezza architettonica e delle espressioni faciali
di uomini, puffi,
angeli ed animali raffigurati sulla facciata, mi
sentii
offeso dal
decadimento, eppure ho gridato rabbioso la loro
estinzione.
Ho evitato
l’ingresso principale e mi sono avviato lungo il
muro di cinta
14
nel tentativo
d’introdurmi nella stanza del serpente, spinto dalla
memoria.
Il sottopasso
m’accolse con una certa difficoltà sopraffatto
dalle erbacce, senonchè una mano calda, affettuosa,
con delicata cautela mi sostenne
e mi permise
d’uscire ed entrare nel giardino interno del palazzo
diroccato.
La veduta
paradisiaca con fiori in sboccio di vari colori ed
il sole a picco,
raggiante per ogni
angolo mi esaltarono e cercai il conforto della
ragazza.
La sua presenza
aleggiava nei fiori, nella fontana e danzava sul
selciato
suonando una musica
soave con i raggi che scendevano dolci, dal cielo.
Mi sedetti con le
spalle alla fontana e con la memoria in mano
respirai
la delicata
fragranza che il suo amore mi sapeva dare senza
ordinare.
IL CANE CON GLI
OCCHIALI
Lo scivolo, le
molle, le papere, la nave punica, la vela latina,
il girotondo ed il
coniglio, spezzati, sparsi sull’erba incolta,
sulla ghiaia che
trasborda dalle buche del terreno che necessita,
reclama e non
rintraccia, la mano ingaggiata per la sua cura.
Lo spazio, riservato
ai giuochi dei bambini, è stato violato, messo
a soqquadro, ridotto
in frantumi e creato un vuoto incolmabile.
I passeri, i
cardellini stanziali che cantavano beati, perfino le
gazze
scese al mare in
cerca di cibo nei cassonetti, hanno lasciato il
cielo,
che offuscato ha
perso il sereno e soffocato ogni corrente d’aria.
Gli oleandri, sono
caduti in una disperata, indicibile sofferenza, i
rami,
confusi, hanno perso
i boccioli, inducendo le foglie a cadere verdi,
a distaccarsi
improvvisamente e piombare sull’asfalto, per terra.
L’equilibrio, la
sanità mentale è messa a rischio, la coscienza
inorridita
non riconosce
l’innocenza e regredisce alla vista della madre,
che prostrata dalla
precarietà quotidiana, consuma l’ultimo grido.
Il parcogiuochi, ad
un tratto è stato trasformato in una discarica
nociva,
ed i gabbiani
attoniti, sconvolti restano a guardare senza
atterrare.
Il ristorante
abusivamente si è annesso il prato,oltre la strada,
creando un
prolungamento alla costruzione naturale del locale,
nascondendo alla
vista, lo spazio pubblico, i bambini a giuocare.
Il cane è seduto sul
cuscino con le spalle appoggiate, al grande pino,
si massaggia
lentamente la faccia, s’aggiusta gli occhiali sul
naso
ed osserva intorno,
con meticolosa curiosità il rumore del silenzio,.
La posizione
semieretta, allunga sulle cosce la maglietta
variopinta,
espande l’addome
prominente, rivoltante, abominevole dell’animale.
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La gente seduta ai
tavoli del ristorante è separata dal parcogiuochi,
da un muro sottile,
di canne e da una rete metallica e mangia,
ride, chiacchiera e
beve, estranea, distratta e non s’accorge del cane
che soffia col naso,
spalanca gli occhi al cielo, ed alla stregua
di un cucciolo di
felino, allunga annoiato, la zampa nell’aria, si
liscia
i baffi e fa le
boccacce, ai cardellini e canarini, bloccati in
gabbia.
Il cane, ha ordinato
gli strumenti, ha preso in mano, la borsa da
viaggio,
e lentamente, con
l’aria inoffensiva di un innocente, ha lasciato
la panchina
occasionale, e si è allontanato indisturbato verso
il locale.
Ha osservato il
cancello spalancato, del luogo adibito, ai giuochi
dei bambini ed è
andato a prendere posto a fianco degli avventori
e sedutosi, mangia e
beve, puffetta i bambini che corrono fra i tavoli.
Il cane con gli
occhiali, si è allocato, sotto il portico del
negozio del centro ottico e nella posizione
seminclinata, innaffia con la pompa di gomma,
il marciapiede a
destra ed a manca, offrendo un bel vedere, ai
passanti,
ai lavoratori e
disoccupati, agli amministratori ed alle forze
dell’ordine
La vetrina addobbata
a festa, espone in testa, il cane con gli occhiali.
Il suo aspetto
distinto, vestito in doppiopetto e camicia bianca.
annuncia
la trasformazione
che ha inizio, è nascosta e non la vediamo, varca
il portone di casa,
col pensionato, il tecnico delle telecomunicazioni,
del comune e
dell’enoteca, del professore ed artigiano e
s’accompagna
ad una santa fede
cristiana con la responsabilità del padre di
famiglia.
LA SERA DELLA FOCA
La cena con zii e
cugini, emigrati, venuti in vacanza dal Venezuela,
si era conclusa, in
simpatica allegria ma la saccenteria dell’anziano
capo famiglia,
iniziava a superare la mia cortesia e con
diplomazia,
ho preso congedo e
salutato, i padroni di casa e gli ospiti,
lasciandoli
a dipanare, alcuni
aspetti controversi, della divisione di cespiti
ricevuti
in eredità da una
zia celibe, morta quasi un anno fa, senza testamento
Ho evitato
l’ascensore, occupato e solleticato da un sottofondo
musicale
che saliva con
allegria, lungo la tromba e sono sceso per le scale
sfilando
dal taschino della
giacca, dove l’avevo posto, il grosso e lungo sigaro
che lo zio m’aveva
regalato, con l’enfasi di chi ha saputo conquistarsi
col sudore della
fronte ed anni di fatica, il rispetto e l’onore di
un’altra patria.
Un attimo ed ho
acceso di profumo all’anice, l’aria che si
trascinava
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bacchettona,
all’accaparramento di odori buoni, di condimenti,
pietanze succulenti e rumori variegati, eruttati,
con delicata naturalezza, dribblando
il tempo ed evitando
di allarmare l’agglomerato residenziale, che amava
crogiolarsi nell’incontaminato isolamento,
dell’oscura periferia cittadina
Il ritmo della
musica giamaicana, raggiuntami poco dopo, m’indusse
a battere le mani,
accelerare il passo e causarmi la perdita del sigaro
che mi sfuggì dalle
deboli labbra, e precipitare nel vuoto della
ringhiera,
senza lasciarmi
alcun rimpianto, anzi sollevandomi, da un enorme
peso.
Lo sbattere della
porta dell’ascensore e la presenza sul
pianerottolo,
un piano sotto, con
movenze inebrianti, di una donna diretta verso la
porta semiaperta dell’appartamento di sinistra, mi
spinse a precederne l’entrata
in casa, osservarne
più da vicino le fattezze del suo corpo appetitoso.
La focosa baldanza
con la quale mi accinsi a scendere i gradini della
scala, che mi ritrovai posato su uno scheletro
traballante e fui costretto, per evitare che
piegassi gli ginocchi, e l’equilibrio mi giuocasse
un tiro di imprevedibile risultanza, lentamente mi
addossai contro il muro portante e lento, scivolai
col fianco sinistro,
riuscendo a gabbare sotto le scarpe di gomma
antiscivolo, due o tre gradini e per darmi un
contegno, non perdermi in una favola atroce,
m’inventai di
cercare nelle tasche dei pantaloni, l’eco di un
vecchio sorriso.
e la guardai
pensando che ritornasse dall’avere buttato, la
spazzatura, restando senza fiato nel riconoscerla, a
rivedere quel viso d’arte antica.
Un anno ed oltre era
stato la mia meraviglia, e di più mi aveva
ossessionato quel sorriso leggero, delicato, la sua
voce, le sue movenze leggere, delicate. Un tempo
non molto distante, ci eravamo intrattenuti con una
frequenza assidua, stimolante e talmente eccitante
da mutarmi il maxillo facciale.
L’improvvisa
decisione di smettere la separazione e ritornare ad
occupare
il suo posto di
sposa con l’Ufficiale di marina, mi precipitò in un
burrone
ed adesso, il suo
sguardo, mi schiacciò in un pugno, l’amore che
nutrivo
e che negli anni,
non sono riuscito a scansare, seppure m’usava
violenza.
Milena dissi e
tentai di comprendere, se la miopia non mi
cazzzeggiasse
ed alzai la testa al
tetto, inalando col naso, il vapore emesso dalla
bocca,
senonchè persi lo
spazio e d’istinto m’afferrai alla ringhiera, così
evitando
d’andare a sbattere,
alla stregua di un pupazzo con la testa di zucca
gialla,
ai suoi piedi e
magari, rompermi gli occhiali, le ossa e rivisitarmi
la faccia.
Il saluto contenuto,
leggero ma pieno della dolcezza donatale dal creato,
raccolto delicatamente nelle fossette delle guance,
con beata incoscienza,
mi sollevarono dalla
paura contratta e riacquistato l’equilibrio, quasi
saltai
gli scalini rimasti
e le allungai la mano destra, per salutarla in
sobria amicizia,
titubante, se
stringerla fra le braccia, baciarla ovunque mi era
possibile, guance, naso, occhi, fronte, capelli,
petto ed ogni altra parte della sua figura, tanto
ero rapito, dal bisogno di ritemprarmi del profumo
di pane che emanava
Non ero a conoscenza
di questa residenza e spinto dalla curiosità, non
certo
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per il trasferimento
ma per informarmi degli sviluppi presenti, forse
sperando
di riaprire la
conversazione interrotta con un effetto traumatico
da risentirne,
ancora il bruciore,
mi stavo accingendo a nominarla, senonchè la
lingua
mi cadde sui denti e
le parole mi scoppiarono frantumandosi sulle labbra,
sopravanzato, dalla
sua azione repentina, rivolta a stuzzicare la
serietà
che intendevo
mostrare, a cui lei, conosciuto l’uomo, certo non
credeva,
inducendomi, con
modi e gesti scherzosi, ad inseguirla
nell’appartamento,
ricostruendo, con un
godimento bambinesco, la non dimenticata giocosità.
Mi si pose, prona
sul petto e lottavo con le sue labbra, col seno
pieno, sodo,
che mi pungeva le
carni, in una gara all’ultima goccia e sebbene sul
punto d’affogare, non sazi, a recuperare il tempo
trascorso, in un lampo, ravvisai
la presenza, quasi
senza che me ne rendessi, realmente conto, un cane
da compagnia, di
piccola taglia, glabo per il corpo intero, escluse
le zampe,
la coda, calzati a
gambaletto, da peluria rossa con un ciuffetto simile
in testa
e dietro, sulla
parete della scala che fa angolo e scende dal piano
di sopra,
l’ombra alta,
robusta di una donna anziana, avvolta in una
vestaglia bluastra.
Il silenzio delle
pantofole, e lo scodinzolìo del cane, mi spinsero
con forza, con un balzo scimmiesco a rompermi le
ossa, a rifugiarmi sul lembo estremo,
verso il portone
d’ingresso, del divano situato contro la parete del
salotto,
evitando
miracolosamente, un cestino di spille, aghi,
forbici, uncinetti, ditali
ed anche occhiali,
posati, credo su un lenzuolo ingabbiato in un
cerchio,
lasciato in attesa
che la ricamatrice riprendesse l’interrotto, lavoro
d’intaglio.
La presentazione
della suocera dichiarandomi compagno di scuola, ebbe
il sopravvento sulla
pagina del capitolo di storia testè aperto,
congedandomi.
Il viale che
imboccai, brulicava di tende, bancarelle attrezzate
con cucine
per bollire ed
arrostire, carne suina, bovina, ovina, caprina e
perfino equina, salsicce ed insalata d’interiora
che andava ad infarcire succulenti panini.
Uomini, donne,
anziani, giovani e bambini, riempivano ogni spazio
libero,
si rincorrevano
sciamando, saltando, cantando, festeggiando la Santa
che dopo aver
percorso le strade più luminose, piene di negozi e
vetrine,
riportata nella
nicchia dell’altare, chiusa a chiave con gli ori e
le preghiere,
aveva concesso loro
di riversarsi nello scacciapensieri ed invadere la
città.
La confusione
cittadina, con i fumi che appesantivano l’aria, mi
circolava intorno e dentro la testa, negli occhi e
mi sospendeva l’orientamento.
Camminavo a tentoni,
con la volontà senza energia, segnavo il passo
inseguendo la marea di persone che mi trascinava con
la cavezza libera
e mi spingeva lungo
la strada, guardando, cercando il numero, il
balcone,
senza avere la
capacità di ritrovare la dislocazione del portone di
casa.
Il dolore, mi
bruciava e m’attanagliava il petto, dallo stomaco
alla gola
e mi toglieva,
perfino la forza di respirare, come fossi caduto sui
talloni.
Ho camminato e
percorso il viale, avanti ed indietro, per ore di
chilometri
e stanco mi diressi
verso un rettangolo di spazio alberato, verso la
marina.
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Avevo bisogno di
riposare, di ritrovare la lucidità di pensiero, di
mettere
a punto, il sistema
cognitivo per riprendere coscienza della stabilità
perduta
e sebbene mi fossi
ridotto a trascinare i piedi, riuscii ad evitare
l’impatto
con un numeroso
gruppo di bambini e bambine, i figli del Medico di
famiglia
che indaffarato a
non perderli, non arrivò in tempo ad inquadrarmi, a
mettermi a fuoco e continuò la sua gimcana tra
attrezzature, persone e non rispose
al mio saluto,
lasciandomi inconsapevolmente, l’opportunità di
raggiungere
il luogo, l’oasi che
desideravo e della quale ne avevo, estrema
necessità.
Il parco, costruito
con esultanza, intenti altamente sociali, grande
impegno
e spreco di denaro
pubblico, non finito ma inaugurato ed abbandonato
all’incuria, mi riservò, un’inaspettata sorpresa,
irradiando sulla mia psiche, una terapia guaritrice
che una veggente non ne avrebbe avuto ispirazione.
La mareggiata dei
giorni precedenti, evidentemente aveva scavato,
ricreato
nel rudere della
piscina, il canale che permetteva all’insenatura, di
fornirla
d’acqua di mare e
richiamare, gli animali dispersi, a partecipare
alla festa.
Una foca, emerse
dal passaggio e salì quel metro circa, di spiaggia
nuova
e con estrema
timidezza, si avvicinò e mi posò la testa, sulla
scarpa destra
guardandomi con gli
occhi acquosi, vibrando i baffoni e sbattendo la
coda
in uno
straordinario, lento moto corporeo, inoculandomi
una variegata gamma di emozioni, con una piena,
incommensurabile dolcezza materna, pulendo e
raccogliendo in un angolo remoto della memoria, i
dolori
che i giorni, mesi e
anni, indifferenti e senza discernimento, buttano in
faccia
Senza smettere di
guardarmi, dunque scivolò piano all’indietro e
raggiunta
l’acqua, virò
velocemente e con un balzo estremo, si tuffò in
un’alta e grossa
onda, formatasi in
un istante nell’insenatura oltre la barriera e
scomparendo.
Mi riportai, passo
dopo passo, sulla strada e con gli occhi pieni della
gioiosa
e gratificante
sensazione di leggerezza, mi accinsi a ritornare
nella bolgia della festa, a riprendere la ricerca
della mia casa e rientrarvi a riposare.
La gente vociante e
parte ubriaca, m’impedì più volte di saltare
sull’angolo
del marciapiede,
nell’intento di evitare la massa più invadente ed
orticante.
Lo status ritrovato,
alla fine l’ebbe vinta sul disordine creato dalla
festa
e con salutare
invadenza, ritrovai il portone e scansai con
contorta cautela, senza acrimonia, soprattutto
profferendo qualche parola, evasiva, scherzosa,
il gruppo di ragazzi
e ragazze aggrovigliati nei motorini coi caschi in
mano,
che bivaccavano a
lato del cancelletto, sui pilastri di media
altezza, non alti, da cui si dipartono, a destra ed
a sinistra i muretti che squadrati, girano intorno e
racchiudono il giardino che circonda e separa la mia
casa a due piani con terrazza panoramica, non grande
ma confortevole, dal caotico traffico della strada e
dalle auto posteggiate a spina di pesce, a come
capita, che impediscono il transito soprattutto a
chi è un diversamente abile ed inutili risultano i
reiterati richiami alle occasionali guardie
municipali, che restano
a guardarti per
qualche minuto, fanno spallucce e si dirigono in
altro loco.
19
Superato con affanno
il blocco ed aperto il cancelletto chiuso a chiave,
entrai
riaccostandolo e
chiudendolo lentamente, nel tentativo di non
provocare
alcun malumore e mi
avviai cercando di creare il minimo rumore, attrito,
con le scarpe, alla
ghiaia che a volte, pare che stia aspettando
l’occasione,
per sviluppare
scintille ed incendiare il mondo, e neanche ad
invocarla, accadde l’inverosimile, l’impensabile,
trasformando una serata chiara, beata, da favola,
di calde stelle, in una tragedia che a raccontarla
pare uno scherzo.
Un gatto, una gatta,
ad ogni modo, animali sconosciuti che armeggiavano
con attrezzi sulla porta, sgomitando, disturbati,
con un miagolio criminale,
mi assaltano
avventandosi alla faccia, alle braccia, alle gambe,
con l’energia a disposizione, raddoppiata
nell’occasione, pari ad ossessi, si sono rivoltati
contro, determinati a ridurmi in ammasso informe di
carne ed ossa, a farmi
in sottilissime
strisce, a sbranarmi, a lasciarmi scarno fin
nell’arcata dentaria.
La morte mi stava
sbiancando che parenti, amici ed autorità non
avrebbero recuperato un brandello per degnarsi di
posare un fiore a remota memoria,
ed avere la
possibilità di declamare con veemenza, che la
coscienza civile
di ognuno sia
presente, a chè non accada ad altri, si ripeta
questa barbarie.
Il Benefattore,
l’Unto, l’Illuminato, mi venne in soccorso e si
elevò a garante della mia sicurezza, forse stanco di
martiri, beati e porre nel dimenticatoio, uomini
caduti in strada per compiere il proprio dovere,
scomparsi in traccia
e commisurati, che
soverchiano gli altari ed i loculi cimiteriali, e
magari coperti dall’ignominia e che altri non
vengano trasformati in eroi di valore nazionale.
La difesa istintiva,
naturale e l’intervento a fortunale dei ragazzi coi
caschi,
con un intervento
solidale e tempestivo che solitamente non accade,
misero in fuga le bestie feroci e mi salvarono
dalla mutilazione se non dalla morte
uscendone con
qualche graffio, ammaccature varie ed una paura
atroce
che ebbe il potere
di concludere una serata cominciata discreta,
culminata
coi fuochi e persa
con una sgommata, proseguita con acutezza dolorosa,
rinata dal vuoto
totale, quasi condotta verso un meritato riposo e
magari qualche sogno, buttato in un fosso e
scollata, da sul cavallo del pantalone.
L’indomani, verso
l’ora di pranzo che per qualche giorno di ferie
arretrate,
non avevo ripreso il
lavoro, il campanello mi chiamò alla porta
d’ingresso
e nella camicia
bianca con la stampa di due boccioli freschi, aperti
al cielo,
sul petto candido,
magro, si presentò, bella, con un sorriso quasi
identico, molto simile a quello rivisitato la sera
prima, con un piatto fumante in mano
e l’amicizia
riservata, l’Universitaria della palazzina vicina
che per scherzo, chiamavo amoruccio e che invero mi
stavo coordinando a prenderla in casa.
Venne così, a farsi
avanti nel mio petto, un sentimento impegnativo,
conscio
che potesse essere
frettoloso, con i precedenti che camminavano ben
vicini.
L’occasione è la
condizione che colta riesce a resettare gli elementi
liberi
che in movimento,
sono in attesa di un incastro per stabilizzarsi ed
accadde.
Il riciclaggio delle
sofferenze in una gioia insperata, pensai stesse
iniziando,
20
e mi affaccio alla
finestra, prospetto mare e guardo la luna a prima
sera, ritornando ragazzo coi sogni in mano, supino
sulla spiaggia di Imashito.
UNA RAGAZZA SALUTARE
Una folata di vento,
si scosta dall’auto, scivola veloce sul prato verde,
s’alza leggera al
piano e con le labbra fresche di rugiada, mi bacia
sulle guance,
accendendomi la fantasia ed entro, in un frutteto
fiorito.
Ha ripreso la
corsa, s’allontana lungo il corridoio e scompare in
fondo,
lasciandomi negli
occhi, le morbide movenze del corpo, un equilibrio
misurato ed un
desiderio che a fatica, riesco a tenere sotto
controllo
Una bolla d’aria
profumata mi avvolge e mi sussurra, tenere parole,
mi apre orizzonti
nuovi, sconosciuti e raccolgo libertà perdute, i
giuochi
di un bambino in un
cortile ombreggiato da un grande gelso bianco,
a rincorrere galline
che razzolano canticchiando, a combattere la guerra
ai gatti che
minacciano assalti ai passeracei, ai pappagalli,
nelle gabbie
appese sotto il
pergolato, alla facciata della casa colonica,
ristrutturata
e con ammirazione,
osservare i maialini a zufolare, i cani a riposare
Le mani, grandi ed
affusolate, odorano di lavanda e di una nutrita
varietà
di piante officinali
che riempiono le nari, sollevandomi, perfino lo
spirito
e ridanno speranza a
chi sottoposto a sostenute sofferenze, l’ha perduta
Un alone di
leggerezza, mi circonda la testa ed in un soffio mi
scansa
l’emicrania che
accompagna con la sua ombra, i giorni ed a volte le
notti, tenendomi, lontano dalla gente, dal
divertimento, nel buio della solitudine. Questa
ragazza è salutare, vorrei amarla ma sono costretto
ad alzare
lo sguardo ai rami
dell’eucaliptus e nascondere nella chioma, la voce
che erutta amore,
frustrare la grinta che mi sobilla e cerco un
appiglio
per distrarmi
dall’aspettativa nella quale, con dolcezza, sono
precipitato.
L’insicurezza, mi ha
reso incapace, ho paura di scalare, questo mondo
e mi rifugio nella
residua pineta, scampata alla mano della
speculazione.
Il pianerottolo
delle scale di ferro, subisce da un passeggero in
soprapeso,
un disequilibrio che
scosta la porta e scivola, chiudendomi il passaggio.
Sono escluso
dall’accoglienza militare ma tengo il seminchino
orientale,
e nascondo il
pensiero miracoloso che mi è nato, in una battuta di
scherzo.
21
UN PENSIERO D'AMORE
Ogni giorno che
nasce e mi riempie gli occhi di luce,
cerco nelle pieghe
leggere dell'alba, un pensiero d'amore
Le scorie che gli
anni mi hanno lasciato in custodia
creano una barriera
che la ricerca, mi risulta faticosa.
Vorrei trovarne
quel tanto che possa avviarmi,
mi accontenterei di
qualche briciola per raccogliere
la speranza,
scioltasi sbattendo in mille facce spaventose,
mostruose,
riducendomi a sospettare anche delle lumache.
Alcune ore si
sollevano dalla striscia velata che segna
l'orizzonte, colgo
l'occasione e le vado incontro, spero
siano buoni, belli,
a breve distanza, la palpebra mi cade,
sono brutte, e la
bocca presenta una mente acquitrinosa.
Il caso, in uno di
questi viaggi esplorativi, sul dito pollice
che la mano è
rimasta a mezz'aria, anchilosata, mi è sbattuto,
un pensiero piccolo,
magrolino, malandato, non sapendo che fare,
se scacciarlo od afferrarlo, stavo per perderlo in una latta di vernice
bianca e nera,
precipitata all'improvviso senza alcun rumore,
con l'aria in
compagnia di ombre scure e scarsa visualizzazione,
tanto che dovetti
fare un salto, verso, recuperando per l'urto,
l'equilibrio che mi
era scappato da sotto le punte delle scarpe.
Lo convinsi a venire
alla mia dimora, pulirlo ed accudirlo,
conoscerlo,
rassicurami sulla buona fattura che il timore
di ritrovarmi con un
serpe in tasca mi faceva balbettare.
Sulla soglia,
cercavo la chiave della porta di casa, la lingua,
refrattaria alla
prudenza, mi disse: " potresti adottarlo "
Il consiglio, non
era ancora sbarcato sulle labbra che un nugolo
variegato di manine
aperte a coppa ed occhioni spalancati, m'accerchiò
offrendomi la
possibilità d'osservare, ogni filo di luce, molti
sfilacciati
che li tenevano
sospesi al cielo e non c'era un angioletto che gli
stesse dietro.
La paura mi entrò da
sotto il plantare dei piedi e mi saltò nel cervello
in un tentativo
insano di privarmi della lucidità mentale,
resistetti e mi trovai,
graziosamente
allocato, sul divano a giuocare, raccogliere domani
chiari,
sabati e domeniche
di passeggiate al mare, in campagna, viaggi
culturali.
con fisarmonica e
videocamera per immortalare il pensiero perduto.
22
IMASHITO
Il Professore
Giovanni Gallo, cucita con rabbia, la laurea di
storia
e filosofia, nel
risvolto del gambale sinistro del pantalone del
vestito buono, aveva indossato la tuta dell’operaio
ed ogni mattina presto,
a passo svelto, si
recava in piazza a cercare la junta di un lavoro.
La pettorina,
sdrucita della tuta, custodiva qualsiasi mestiere
utile,
uno diverso
dall’altro, secondo l’offerta, che servisse, tanto
il rischio di restarci secco, lo inseguiva a guisa
di un predatore addestrato.
Giovanni, comunque
riusciva ad accumulare mensilmente, quattro, cinque
ed a volte, anche se raramente, sette prestazioni
per sentirsi occupato e tenere nascosta nella
mappina che avvolgeva, pranzo e caffeino, la
frustrazione che accompagna la ricerca della
dignità. Le parole sono una miscellanea di sostanze
cariche, elettivamente positive, l’ incontro con un
elemento diverso, provoca una reazione che sottopone
la conversazione a guisa di dichiarazione di guerra,
il più potente,
lancia bombe a grappolo, missili, insomma sferra
un attacco
distruttivo e se il contendente è equipaggiato alla
buona,
ha una protezione
inadeguata e tuttavia riesce a tenere in spalla
la fisicità per
svolgere il giorno, cammina a guisa d’inetto,
percorre le strade, si siede sul marciapiede e
consuma a mano il rispetto,
si degrada
trascinando il tempo che gli cola nelle dita, in
silenzio.
La scelta
d’ascoltare, non chiedere l’osservanza del proprio
diritto, è scontato, conduce ad una perdita del
lavoratore e del valore
del lavoro, invero
la richiesta di applicare la legge, è un rischio,
avvia la trasformazione delle parole e relega
l’individuo, in fascia fannulloni, destabilizzatori
del sistema e sarà dichiarato, bandito,
La conoscenza è
arroganza, il sapere fa crescere, invero il dottore,
è il denaro, dunque una persona deve mostrarsi
contento, quanto
riceve gli basta,
non ha nulla di che lamentarsi e grato, ringrazia
La saggezza della
nonna paterna, la voce dell’esperienza, rende dunque
Giovanni, meno mortificato, pensa a quanti altri
sobillatori camminano ai margini di questa beata
società e cerca il coraggio ritornando con la mente
alle vacanze trascorse nel borgo paterno.
Il villaggio, con
la maturità, invero gli ha regalato, oltre una sana
amicizia, la sicurezza, la libertà di passeggiare
fino a notte fonda.
23
La città, invero
questo lo nega e la sua indole subiva gran disagio
La sera, varcata la
soglia di casa, dunque gli saltava sulla faccia,
la convinzione di
bighellonare, da mani a sera a carico di moglie,
suoceri, genitori e fratelli compresi, sebbene non
avesse chiesto,
neanche scherzando,
alcun aiuto e non per superbia, la semplicità
che lo imbastiva
glielo impediva, ognuno, fa fatica a risolvere
i propri problemi e
cercava di racimolare quel tanto che riusciva.
L’angustia più grande, che gli dilaniava la
coscienza e gli scavava la tomba, secondo la misura
che l’Entità suprema, ha pensato
di dovergli
comminare, insomma restava quella di non costituire
quel gran bell’esempio
che sperava dovesse essere per i suoi figli.
Il principio che il
lavoro riempie di dignità l’esistenza di ogni uomo,
che gli aveva
trasmesso il padre con l’esempio, nascondendogli
i sacrifici, le
privazioni, ogni altro avvilimento, pur
perseguitandolo,
l’assisteva e non
gli rendeva vane, anche le uscite a vuoto, di casa.
La famiglia del
Professore Giovanni Gallo, emigrata in città col
figlio in fasce dall’estremo lembo del territorio
nazionale, con la religiosità immacolata, incollata
sulla carta d’identità, cercando nella femmina
l’apoteosi genitoriale, crebbe la numerosa prole,
legando il rispetto,
nell’operosità,
nella speranza di un’offerta per un domani
migliore. Il Bravissimo Giovanni, laureato in
storia e filosofia, invero colpito
da sindrome
vertiginosa parossistica, ubriaco d’amore, mise in
atto l’antica fuga dei genitori con la giovane e
bellissima Araldi Ariana.
L’amore, nato
timidamente nel coro parrocchiale della chiesa madre
che con le gotiche
vetrate piene di luce e di colori, mostra bellezza
e confonde la
ragione, esaltò a tal punto, la semplicità degli
esseri
che non riuscirono
a contenere, il sentimento di entrare nel giardino
incantato, e con l’incoscienza della giovinezza,
saltarono la realtà. La figlia prediletta del
Giudice Araldi, di gloriosa ed antica famiglia del
circondato, neo laureata in Legge e depositaria di
aspettative professionali di casta, non poteva
estraniarsi ed acquisire il diritto di autonomia,
dunque andava recuperata e se necessario, costretta
con la forza, a rientrare nei confini che il Padre
le aveva ritagliato. L’inconfessabile, operazione di
polizia, scattò all’alzata e tosto ebbe termine, nel
lasso di tempo di posare la cornetta del telefono,
prima
24
della normale
denuncia scritta e regolarmente firmata; che la
chiesa madre, che di norma veglia sui suoi figli,
dichiarasse la mezzanotte.
Il popolo autoctono
che è depositario di antiche memorie, racconta di
un’altra verità; che la campana millenaria
alloggiata nelle mura ottagonali del campanile, fu
abbandonata in piazza da un artigiano di un antico
contado, per tentare di sfuggire all’imboscata
notturna di un manipolo di paleocristiani armati di
pale e l’ignoto cavaliere che figurava, alla testa
del trafugamento, confuso con un padre missionario
di passaggio, fu dichiarato Santo,autore di
miracolose guarigioni ed eletto a maggioranza,
Protettore e guida amorevole, delle attività
salutari cittadine; mantiene sotto attenta
osservazione, l’imbarazzante territorio di periferia
e delle contrade; l’invenzione della festa odierna,
nel supposto periodo dell’evento, dunque posa su
un misfatto, in contrapposizione alla rivendicazione
di proprietà, della città vicina che non riuscendo a
portare a termine, dopo anni lunghi, faticosi e
dispendiosi, la causa giudiziaria, non ha la
giustizia L’imperturbabilità sovrana, alza le mani
al cielo e con fiera serenità declama che l’unica
verità è rilevata in documentazione segregata.
Il Professore
Giovanni Gallo, trascorsi sette giorni, con le
insistenti ed affannose ricerche dei Carabinieri,
risultava un inutile latitante. Un pomeriggio, tre,
cinque, sei greggi di nuvole, seppure stanziate
pro-tempore sulla città, organizzarono un assalto
all’ufficio postale con il non celato intento di
scovare una missiva, un indizio e avviare almeno uno
straccetto di ricerche, su questa anomala scomparsa.
Gli impiegati, oberati di lavoro, dichiararono una
settimana in arretro nella regolare distribuzione
della posta, ma sottoposti a disperata pressione,
confessarono che con molta probabilità, è oltre il
mese.
Il servizio di
sportello, dunque con uno strappo, interrompe e
decide di fare un inventario, riscontrando un
carico, scarico molto confuso, Una sciatteria
straordinaria che adduce sospetto ed induce
ulteriore indagine per conoscere, appurare dove sono
finite le buste, i plichi, risultanti consegnati ai
destinatari, pur con parecchi mesi in anticipo e
molto prima che il mittente l’avesse spediti, dunque
presumendo che vi fosse un’ associazione per
delinquere che agiva indisturbata nell’Ufficio
postale, nella città, con agganci, nella Dirigenza
ed oltre. I cittadini, seduti sulle panchine della
piazza del Municipio, allo snac
25
bar, intorno ai
tavoli dislocati sul marciapiede, inalando polveri
sottili e veleni di varie etnie, aspettavano con
beata pazienza le risultanze dell’ approfondimento,
e se non fosse stato, per la ferrea caparbietà dei
cani randagi del circolo ricreativo e sportivo, a
fare luce, lo scuro sarebbe continuato; tuttavia lo
scoppio della bomba, non fu ritenuto un evento molto
grave e non causò alcun cambiamento; sprigionò
insomma, un
effetto contrario, compattando e rafforzando il
potere che la cricca aveva organizzato e conduceva
con grazia arrogante.
Il fiuto dei super
ispettori, insomma si fece beffe di quei
ingenui,sani cittadini che andando per boschi, in
cerca di funghi, di ritorno, fuori, ai magrini, in
una discarica abusiva, col ferrovecchio, altri
manufatti, nella vegetazione avevano scoperto ed
estratto, senza la presenza istituzionale, una
montagnola di reperti postali, alleggeriti dei
valori.
Le Istituzioni, per
coprirsi la faccia, imbastirono una falsa inchiesta,
spargendo nell’aria fumogeni; insomma il traffico
continua rigoglioso La fiducia dei cittadini, subita
la scossa ed il sobbalzo, subito dopo, magari
nauseato da cotanta supponenza, si risolse a
sonnecchiare Un buon cittadino, risultato anonimo,
supposto agente delegato del servizio, armatosi di
zelo, nei giorni successivi segnalò in caserma, la
presenza di un giovane sulla grande pala
dell’orologio della villa comunale, in mutande,
circondato da rosette, che sembrava morto.
Il Comandante
dell’arma, che stava a gustarsi il caffè che la
moglie gli aveva preparato con amore e pazienza,
seduto comodamente sul divano del salotto, alla
notizia, sbrodolandosi alcune goccioline del
nettare, sulla camicia candida, appena stirata,
saltando in piedi, ordinò con voce alterata, che la
villa, fosse isolata e con la pattuglia personale,
accorsa a sirene spiegate, si recò sul luogo, ove
trovò
il giovane,
incollato con polsi e mani, dalla cervicale fino al
coccige, alla pala dei minuti che nello spazio
dell’aiuola, saliva e scendeva.
Giovanni, astemio
dichiarato, sopranominato il santificato, fu visto
vagabondare per boschi e gozzovigliare con compagni
disadattati. Un testimone, con l’orario del treno in
mano, smarrito in autostrada, dichiarò di averlo
visto amoreggiare con animali selvaggi, assumere
droghe, vendere pure, pozioni magiche a donne al
lavoro nei campi ed abusarne inseguendo una sbronza
e dopo un’altra di proporzioni incalcolabili, e di
sicuro per oltre una settimana, che certo
l’intelletto
26
gli era evaporato,
insomma il Professore Giovanni Gallo, era privo
d’onorabilità, di quel titolo per aspirare alla mano
dell’Araldi figlia.
La diffamazione
atta a cancellare ed a screditare la supposta fuga
d’amore con la ragazza, inondò la bocca della città
e le contrade.
Il neo professore
Giovanni Gallo, invero fu estratto a forza dal
letto, separato dalla giovane e picchiato con metodi
superbi, specializzati. Le forze dell’ordine
addestrate all’uopo, residui di scuola raffinata ed
ineguagliabile, rinvigorita di nuovi e micidiali
innesti, non procura danni evidenti, salvo qualche
inevitabile ematoma, un paio di ferite lievi,
superficiali, guaribili in pochi giorni; insomma
possibile causa, una caduta accidentale ed ovvio non
assoggettato ad un pestaggio. Il Professore
Giovanni, dunque è stato abbandonato in un casolare
diroccato, ove dei topi di montagna, ne avrebbero
causato la morte, senonchè, un contadino in groppa
alll’asinello, di ritorno dal bosco, si è fermato, a
riposare e dunque entrare in città con le prime
luci. La notte rigida mostrava le fredde stelle nel
cielo e dunque prepara il giaciglio, accende un
fuoco e nello scaricare la legna, nei bagliori
scorge l’ombra di un ragazzo disteso sulla brulla
terra, e lo chiama, lo scuote, s’accorge che è
conciato male, dunque allarmato, rimette in groppa,
adattando alla meglio il carico di legna, lasciando
spazio in una misura adeguata all’ospite, mettendo
in un angolo la rimasta, pensando di recuperarla in
un successivo viaggio; con dell’acqua
da bere rimastagli
nell’otre, gli bagna la fronte e poi per sicurezza,
le braci e sotterratele, con cautela, afferra il
ragazzo per le ascelle, a guisa di quel figlio che
ha perduto nell’età che la misura par corta, ed
induce a sentirsi insuperabili, invincibili, i veri
padroni del mondo Il ragazzo è magro ed alto e non
fa fatica a recuperarlo dal misero, e devastante
abbandono in cui versa; con perizia, la corsa
attenta e misurata, comprendendo l’urgenza, scende
la valle, oltrepassa
e supera le case di
periferia, attraversa la piazza e l’accompagna
al pronto soccorso
dell’Ospedale Centrale, vanto di città e regione.
Il ritorno a casa,
lo coglie di soprassalto, sulla strada ove è ubicata
la caserma dei carabinieri e si fa carico
d’informare la benemerita, raccomandando al piantone
d’interessarsi, dopo sarebbe passato. L’onorabilità
della ragazza, non era da recuperare o in
discussione.
27
Il tentativo di
suicidio della rampolla di casa Araldi che mise in
atto qualche giorno dopo, liberò la verità, nello
spazio verde, della città
e recondite
contrade, destando l’allarme con un vento
bisessuato, di scirocco e grecale che un uomo sano,
ha difficoltà a disinnescare Il Cavalierato della
Casta, insomma non riesce con tale disinvoltura, a
calzare la maschera di Gesù e Polifemo mantenendo
con vigoria la mano, sul bastone nodoso con
l’intaglio dell’ amore e l’arroganza. Il ventaglio
con il turbante ed un sano impasto di pietruzze
laviche che gli conferiva un’efficacia graffiante,
invero non esige violenza,
dunque rovesciò
l’uso feroce del potere e spazzò, oltre le strade,
torri, case e chiese, gli altarini addobbati dal
papà, con garofani
e violette, fiori
di ginestra, boccioli di rosa e tanto muschio
natalizio.
L’Araldi padre,
dunque scelse di masticare con filosofica pazienza,
a guisa di possedere un’arcata di denti decidui, le
fave secche
che l’amico Aldo,
il mite e generoso compagno contadino, magro,
che lo junco è
dichiarato obeso e che a dirgli di mangiare i
bambini,
a colazione, pranzo
e cena, se fossero porchetta, è uno spergiuro, una
grande mistificazione, fu costretto a ritornare sui
suoi passi,
con il sorriso
sulle labbra, declamando, bene e felicità alla
bambina.
Il Gallo padre,
invero ritrovò la tempesta, un’esplosione
silenziosa, nell’ occhiello della giacca grigia
comprata per la laurea del figlio, un bottino
raccolto e conservato negli anni con umiltà ed
orgoglio.
La celebrazione del
matrimonio nella cattedrale, il tappeto rosso,
la carrozza
scoperta, i cavalli in pompa magna, riempì la
cittadina, del profumo della primavera, le strade di
rimbombo, invero lasciò
penzoloni al
campanile, la famiglia del Professore Giovanni
Gallo, soprattutto il padre che sentì sfuggirgli,
senza possibilità d’arresto, l’appartenenza alla
città, d’aver perso la pazienza dell’accoglienza.
Il Professore
Giovanni Gallo, salvato in seconda istanza,
introdotto in famiglia con guanti e pinze, per
alcuni anni, invero troppi, svolse
la professione
d’insegnante, soprattutto per opportunità, di
materie che rimanevano scoperte; una casualità
quotidiana, che gl’impediva di trasmettere agli
studenti la conoscenza specifica della laurea,
conseguita con
centodieci cum lode; invece continuava a studiare,
doveva impararne e
misurarsi con altre, dunque domarle e donarle ai
ragazzi, scansando la superficialità; rendere la
materia, semplice,
28
molto facile,
amichevole; dunque non riusciva a soddisfare l’amore
per la storia e la filosofia, sottoponendo
l’intelligenza al giuoco ovvio della speranza; che
un giorno, messo in regola, potesse insegnare.
Il monumentale
istituto parificato, era amministrato con arroganza
ed ingenerosità, da un anziano sacerdote straniero
che annoverava l’ordine al profitto, recandosi a
versare, con una inusitata periodicità il fruttato
delle rette ed altro, nelle casse di una chiesa
semisegreta. La congregazione con sede sociale nella
nazione originaria, sezioni sparse ovunque per il
mondo, dichiarava cura e solidarietà agli altri. Il
generoso padre, chiamato dalle alte gerarchie a
lasciare, teneva, resisteva, s’opponeva,
raccoglieva, rasentando la lucidità mentale. La
ricchezza, invero è un richiamo potente e la chiesa,
a tale virus, non è assolutamente immune, così lo
costrinse a mettersi a riposo,
per raggiunti,
meglio superati, limiti d’età, cedendo il
governatorato, all’aitante neo reggente della chiesa
madre, ricca, pure d’ori ed arte Il Professore
Giovanni Gallo, insomma con l’intento di
conquistarsi
la cattedra a tempo
indeterminato, a racimolare qualche buon punto da
utilizzare all’occorrenza, visse un precariato,
molto mortificante. La professione, non
gratificata, è divenuta per necessità, un nodo
scorsoio; raggiunta la saturazione, ebbe il suo
epilogo, inducendo Giovanni ad armarsi di coraggio,
e presentare le legittime spettanze e restando
comunque nei parametri dell’educazione, accompagnato
dall’insegnamento dei genitori, un esempio di valore
insostituibile.
Le sue parole,
comunque furono considerate, fuori i canoni vigenti,
non contemplate dalle sacre scritture delle
gerarchie, e con stima
ed infinita
costernazione, con estrema delicatezza e
disponibilità,
di rimando gli
ordinarono di dirigersi, a passo accelerato, di
corsa, verso il grande, luminoso portone di vetro,
dunque postata la luce alle spalle, superare quello
di legno stagionato, intarsiato d’angeli
e piante,
irrobustito con liste di ferro, ed accogliere
l’invito paterno,
con il divieto
tassativo di porre un piede sul selciato della
chiesa,
inoltre che non si
azzardasse ad avanzare, una qualsiasi richiesta
economica, un’indennità di fine rapporto, altrimenti
avrebbe ricevuto una montagna di guai da fargli
rimpiangere il caldo fuoco infernale.
Le offerte che lo
lusingavano negli incontri e nelle riunioni
clericali, evaporarono e qualche promessa rinviata
con un si faccia sentire
29
in appresso, non
riceveva risposta, anzi l’interlocutore si negava.gli
Il giorno, rimaneva chiuso, sigillato ed ogni
intervento di alto livello, ma cosparso di
compromessi, con sofferenza optava a respingerlo Il
bambino, non era ancora nato, la necessità di un
qualsiasi lavoro sarebbe andato bene ma che ledesse
la sua dignità, non rientrava nella sua mentalità,
nella sua etica morale e respinto cocciutamente
Questo consorzio
civile, dunque lo costringeva a camminare fuori
dai percorsi
naturali che le attività produttive cittadine,
disegnano, comunque cercò di piegarsi ed accettò
ovunque, in altre province, alcune ore di supplenza
che pensò fosse un piccione viaggiatore che ha
perduto il messaggio e quel viaggio ha perso la sua
utilità.
Lo studio, a questo
punto non gli serviva, credeva perfino d’avere
dimenticato, il sapere acquisito con sacrificio ed
impegno, se talora per giuoco, gli sfuggiva una
qualche frase, lo sberleffo dei presenti, gli
lacerava ogni neurone, la mortificazione, lo faceva
balbettare
e ritornava a casa,
sconvolto, distrutto, scoprendosi nello specchio,
la faccia
martoriata, piegava la testa sul mento, si
dichiarava stanco e sconfitto, deponeva l’armatura,
le armi sul pavimento e seduto sulla tazza del
cesso, in mutande, ordinava al battito di smetterla.
Il desiderio di
farla finita, invero preso in contropiede dalla
gaiezza dei bambini, dalla voce della moglie, che
lo aspettavano a tavola
per cenare,
diventava molle fino a sciogliersi in un vapore di
odori buoni e Giovanni riusciva a ritrovare il
vigore e recuperava il sogno.
Quella mattina, il
Gallo, si era ripromesso che non sarebbe ritornato
frustrato nero; sognava un rientro a casa con il
viso, bello, sereno, senza la traccia di stanchezza
esistenziale che si trascinava dietro.
La smorfia di
sofferenza, che con prepotenza, si era allocata
ospite permanente, sulla faccia cominciando dalla
bocca e comprendendo gli orecchi, da deturpargli il
maxillo faciale, a guisa di una maschera della
tragedia greca fino a rasentare la deformità, da
indietreggiare nella scala evolutiva della specie,
lo mortificava che compiva azioni
che della luce non
possono farne a meno, quale la barba o similare, in
totale oscurità e rivedeva le foto degli uomini ai
primordi in grotta Il rischio, di cadere sotto
l’occhio indagatore di Professori fidati, cari amici
di famiglia della moglie, di una variegata gerarchia
di eminenti
30
scienziati,
rinomati antropologi, inclusi anatomopatologi,
incombeva Le sporadiche, doverose riunioni in casa
Araldi, sapevano di tortura ed assolutamente di
festa, anziché avviarsi e contribuire a mettere
Giovanni a proprio agio e trascorrere serenamente il
tempo, invero a cominciare dal poggiare il piede
sulla soglia di casa, dico a vista, dunque prima
dei saluti, presentazioni, senza fallo si
trasformavano in puntigliose disquisizioni,
discettazioni medico filosofiche;a tavola,
prendevano posto le indagini masticatorie, la
conformazione ossea, sulla scarsezza del tessuto
muscolare, insomma l’energia mentale accumulatasi
rasentava il corto circuito e senza tema si
arrogavano il diritto di sottoporlo, di doverlo
analizzare, a viso aperto, ritenendo di possedere il
crisma, un grado di esperienza tanto alto, da potere
redigere, un inequivocabile, puntiglioso referto
sulla sua condizione.
Il Professore,
insomma è un reperto ambito; gli scienziati di
famiglia Araldi, riunitisi in circolo, lo paragonano
ad un ritrovamento fossile.
L’indiscussa
amicizia unita all’amore per il progresso della
scienza, li induce, anzi li obbliga a prendere in
considerazione, la possibilità di poterlo stendere
su un freddo tavolo di laboratorio ed esaminare,
ossa e tessuti, arterie, ogni cellula, scrutarne il
nucleo e le particelle Il più grande sogno di un
Accademico, il coronamento, gratificatio di una
carriera è la scoperta di un reperto che nessuno ha
identificato.
Il Professore
Giovanni Gallo, invero è ostaggio di una malattia,
resa intrattabile, da un’accozzaglia di Barbari,
Governanti e Benefattori
Pubblici, che hanno
trasformato la società in un’arena con le bestie in
autodifesa, votati alla sofferenza, l’uomo è ridotto
ad un attrezzo. L’infezione, si è estesa,a angoli e
pareti, piazze e chiese, l’erosione, ha contaminato
ogni superficie, è scoppiata l’epidemia e le
autorità, promettono, con impudenza abbindolano le
persone per televisione La soluzione non può essere
rimandata, il male deve essere curato, comunque non
serve progettare tavoli di studio, produrre montagne
di chiacchiere e documenti, rinviare, attendere
altro appuntamento. La politica, è un contratto di
servizio, i governanti, gli amministratori, che
ricevono il mandato pubblico, si assumono l’impegno
di operare nell’interesse dei cittadini, altrimenti
si configura un conflitto; l’uomo accende fenomeni,
la passione acceca, il lampo apre il cielo, a volte
31
smuove gli
elementi; la corruzione è perniciosa, dunque urge
pulire La maturità determina il grado di civiltà,
l’esercizio della democrazia misura la funzionalità
della giustizia, un paese è salutare se morale. .
Gli eminenti
Cattedratici, insomma intendendo scovare la causa
generatrice della smorfia che possiede la faccia di
Giovanni Gallo,
lo tallonano,
l’odorano, gli sollevano il respiro, gli tolgono
l’appetito.
La conformazione
facciale assunta dal Professore Giovanni Gallo,
è insito nel
progetto politico economico, sopraffattore, che
calpesta senza pudore, l’ambiente, il lavoratore;
una vera contro mutazione. Gli scienziati, amici
della famiglia Araldi, che si sono autoincaricati di
portare alla luce e risolvere il caso, chiusi nelle
fredde cattedrali, esenti dai bisogni quotidiani
degli uomini, non collocano il fenomeno e
dilapidano sostanze che potrebbero convogliare a
salubri risposte
La mancanza di
rispetto, il considerare i lavoratori uno strumento
usa e getta, disconoscono l’umanità, il pregio
degli altri, il principio sul quale si regge la
creazione, l’equilibrio, l’armonia degli elementi.
L’oppressione,
invero si espande, la macchia abbrutisce gli uomini,
cassa i meno abbienti, il male si è molto diffuso,
insomma il tempo si è molto ristretto, è necessario
soffermarsi un secondo, afferrarlo per i capelli, e
riportarlo nei parametri di una umana convivenza.
I sintomi in
realtà si conoscono, la malattia è visibile, opera a
cielo aperto, addurre ad altri la mancanza di
rispetto dei principi fondanti, è nebbiolina creata
ad arte; serve attuare uno eco sviluppo, volto all’
equa distribuzione delle risorse, invero domina la
speculazione. Il giuoco delle tre carte, insomma è
un genere mondano in vigore, si è ammorbidito nel
tempo, comunque senza mai perdere il vizio
di fagocitare i
pesciones; baldanzoso è riemerso ritornando in voga
nelle capitali con governi, costituiti a larga
maggioranza, di avvocati, faccendieri, rapetti di
stagione, che malversano le amministrazioni. Sono
abili, nel gridare rigore ed esultano nascondendo le
malefatte.
Il capitale,
l’accumulo indiscriminato di denaro, ha l’identico
volto, dei secoli trascorsi, magari cambia nome,
comunque non si tradisce Questo è un carico penale,
risulta a tutti, insopportabile, comunque
32
è una condanna
derivata, invero l’espediente, serve a mantenere
legati al muro, con le mani nei pantaloni, gli
ingenui, i timorati di Dio
La gente costretta
a strisciare con le spalle alle sbarre della gabbia
è convinta che qualunque guerra faccia, l’unica
scelta è di emigrare insomma di tentare di
procacciarsi altrove, un abbozzo di dignità, invero
non è scontato, la disperazione serpeggia ovunque,
moglie, figli, hanno lo sguardo senza speranza,
sono terrorizzati del domani
Il giorno,
introducendo l’ottavo anniversario di matrimonio,
tentava di costruire una serata magica, non uguale
alla prima, ma buona, una cena a lume di candela per
riprendersi, quella goccia di sole,
di giovinezza che
la borsa della spesa quotidiana, aveva distratto.
La Dottoressa
Araldi Ariana, svolgeva il lavoro di segretaria a
metà giornata, spesso si protraeva per qualche ora,
nel centenario studio notarile del fraterno amico
del padre, che si affaccia sulla centrale piazza
cittadina del popolo ed il lungo, alberato viale del
plebiscito
Il pomeriggio,
badava alla casa, ai figli e stava in attesa di
Giovanni,
a volte
raccogliendosi a meditare sugli avvenimenti, nello
studiolo
del marito che
frequentava molto di rado e stava a guisa d’orfano.
La curia, aveva mortificato ogni progetto
d’insegnamento, Giovanni costretto a tenere il
giorno semiaperto, non risolto, cercava udienza.
La partecipazione
agli ultimi concorsi faraonici con esito scontato,
ormai completamente eliminati, per la pace dei
temerari, il ricorso alle offerte dei giornali e
perfino alle umilianti promesse politiche, non erano
servite a materializzare quel sogno che fin da
bambino, teneva legato al polso; dunque Giovanni si
era determinato in altro espediente per procacciarsi
un sostentamento, secondo il mercato
La Signora Gallo,
al settimo mese di gravidanza, preparata la cena,
aveva fatto
mangiare la bambina di quattro, il bambino di tre
anni
e dopo avere
giuocato per quanto possibile, li aveva messi a
letto
poggiandogli sul
guanciale, la preghierina della Madonna bambina che
zia Agatina, sua grande devota, le aveva insegnato
ad amare.
Ariana, si era
trascinata per l’intera giornata, dallo studio per
strada, per le stanze di casa, con un moto stizzoso
che la rendeva nervosa.
33
Ariana, aspettando
che il marito ritornasse dal lavoro capitatogli,
rientrò in cucina e si mise ad apparecchiare la
tavola per la festa.
La tovaglia di
lino, perfettamente stirata, accolse con orgoglioso
abbandono, il servizio di porcellana, lavato ed
asciugato, regalo
di matrimonio dei
genitori, disegnando con i bicchieri alti e sottili,
coltelli, cucchiai,
forchette d’argento e tovaglioli, una tavola
pregiata Le rose rosse, regalo dei genitori di
Giovanni, ben disposti nei vasi, baciati dalla luce
azzurra, tenue, delicata del settecentesco, mini
lampadario artigianale, rendeva la cerimonia,
gioiosa, commovente I regali dei fratelli di
Giovanni e la busta di papà, discosti, in segno di
omaggio, assistevano la metà del tavolo, ove calava
la penombra
Il metodo imparato,
dall’esempio genitoriale, perfezionato dall’indole
rigorosa ed
esaltato dal magico evento, combinati avevano creato
un angolo romantico, poetico e soddisfatta, accese
la televisione
a volume molto
basso e si sdraiò sul divano respirando profondo.
Il traffico di
sottofondo le serviva da compagnia, intendeva
evitare
d’ascoltare le
sventagliate di beltà, solidarietà e democrazia dei
vari ed influenti soggetti della politica, che in un
continuum incontinente, usano sciorinare con corde
turgide e dalla dentatura cavallina tirata a lucido,
nelle stanze da pranzo delle famiglie che a fatica,
col collo stretto nei lacci dei bisogni, le
necessità della quotidianità, tentano di utilizzare,
il poco che riescono a racimolare per non
soccombere.
Ogni mattina, con
il buio malandrino e senza timore del climatologo,
la cagnetta nascosta sotto il cuscino, con guaiti
incisivi, delucidava Giovanni, sull’ora che
esilarante, annacannusi a guisa di ballerina del
ventre, entrava inducendolo a svegliarsi, uscire dal
letto, lavarsi e vestirsi, afferrare la mappina a
quadri e correre veloce, in strada.
La leggera
oscurità, si scansa contrariata, spinta dalla luce a
basso voltaggio dei lampioni, dipinge di giallo le
mani e le facce che tocca;
ho piacere di
pensare, a mettere in parità le persone, accompagnò
il professore Gallo
in piazza, l’aiutò a mettersi in fila, volare verso
il mezzo e tuffarsi
senza fiatare nel furgone al cenno del caporale.
34
La giovane e dolce
Ariana, afferrata dalla stanchezza dell’attesa,
abbassò la veglia e lentamente, senza rendersene
conto, si ritrovò in un torpore travagliato che la
trascinava nel corridoio, le stanze,
in terrazza a
guardare nel buio e di nuovo a sedere, in un
confuso, affannoso, angoscioso, assopimento, mirato
ad inculcarle disagio.
Il presagio, un
avvertimento dell’inconscio, un tentativo per
metterla in guardia, a prepararla ad affrontare un
evento tragico ed in mezzo fra sogno e veglia, la
mente la condusse dal marito, lo scartò, andò da suo
padre, cercò un’interpretazione, una bonaria
spiegazione.
Il ritorno, invero
non fu agevole, combattè con le palpebre cercando
di rendersi conto
ove si trovasse; ripresa la coscienza, si
consultò, osò guardare l’orologio, vide le lancette
posizionate sul nove e due, pensò che il marito,
fosse in arrivo, provò a raddrizzarsi per alzarsi,
fece forza sulle mani, cercando un equilibrio che le
desse stabilità. Qualcosa, invero la mise indietro,
un dubbio le fece alzare il polso, l’ora la ferì
agli occhi, il braccio sinistro con l’orologio, fu
sottoposto a ripetute scosse inconsulte ed Ariana,
per due, tre, quattro, cinque volte, ingaggiò una
lotta con la vista e non gliela dava vinta, invero
rifiutava di prendere coscienza e quando ebbe a
concretizzare l’ora esatta, le due e tre quarti,
repentinamente, col fiato corto, la spalla sinistra
contro il divano e la pari mano, senza fatica, si
mise in piedi. Un moto spontaneo, un atto di
compensazione per mantenere sotto controllo l’ansia,
le sorse dal profondo e la indusse a fare qualcosa,
ad occuparsi, la portò girare intorno alla tavola,
l’ordine meticoloso costruito in precedenza, le
risultò insoddisfacente, riprese tovaglioli,
bicchieri, piatti, posate, la tovaglia, le bastava
un tocco, un tentativo di riallacciare, di
coordinare i pensieri, i lembi sfilacciati, e
volavano forsennatamente nella calotta, sbattendo
contro le pareti, per terra ritornando increduli,
terrorizzati nell’aria a guardare il tempo andare.
Ariana, invero aveva il bisogno di ritornare alla
normalità, dunque doveva regolarizzarli, metterli in
linea, riportarli sulla strada piana, scansando
scuri precipizi che improvvisi si aprivano,
frastagliando la corsa, tentando di straziarla di
dolore, togliendole la sicurezza. Ariana, riuscì a
saltare ed afferrò il pensiero che il marito, fosse
ritornato, avesse provveduto alla pulizia personale
e stanco morto, senza toccare cibo, anziché
svegliarla, visto che riposava, piano
35
silenzioso, fosse
andato a letto rimandando la festa alla domenica. La
mattina si sveglia nel lavoro ed il domani non
ammette ritardo.
Un’idea raminga,
che la illuse per un attimo, insomma che scartò
avvilita, rammaricandosi, riconoscendo nel marito,
la delicatezza, l’esclusività, la dignità d’amarla
con dolcezza, seppure questo cielo, che li guarda, a
loro non dispensa, non esprime, un po’ della bontà,
riservata a quegli uomini che ne disperdono tanta
con noncuranza.
Cercò un rifugio e
si disse che fosse passato da casa dei genitori,
fermatosi coi
fratelli in visita, a scambiarsi qualche
informazione, quel che si dice in giro, una
proposta, appuntamento per colloquio,
insomma una parola
tira l’altra e non si accorse che si era fatto molto
tardi, il tempo si era trascinata l’ora tanto
lontana, lasciandolo nei pressi di quella del
lavoro, dunque sorpreso aveva accettato
di restare, nella
casa dei genitori, nel letto ove era cresciuto, anni
consumati a formare la mente, occupati per
conquistare il mondo, una speranza morta presto,
comunque la piazza era una risorsa.
La telefonata di
Ariana, fu accettata dalla suocera, che allarmata,
riempì di grida soffocate, di antiche giaculatorie,
imparate ragazzina ascoltandole recitare dal
parentado, imbastendo pantaloni, camicie, ricamando
lenzuoli, tovaglie, centri, insomma imparando di
cucito, che la memoria, senza alcuna avvisaglia, le
accumulò sulla lingua, sconquassando il silenzio che
sovrastava la città, cercando il marito fino nella
stanza da bagno a causa di una prostatite, traendolo
fuori. Il Signor Gallo, a lunghe falcate e con i
pantaloni in mano, a guisa di un avvoltoio, si
buttò sulla cornetta del telefono, ascoltò la
nuora, attaccò e corse sul filo della notte, chiamò
a raccolta, i figli residenti in città e quegli
altri fuori, che si erano allontanati dalla casa
paterna per costruire il proprio nucleo familiare e
con la moglie sottobraccio, a passo svelto,
percorrendo un tratto della strada centrale, alcune
secondarie, raggiunsero trafelati, la a casa di
Ariana che attendeva L’arrivo dei figli, ricostruì
la tavolata, un obbligo domenicale o feste
comandate, in casa Gallo, in questa era imbandita,
di gravi pensieri.
La caserma dei
Carabinieri, allocata in una palazzina con facciata
verde, due piani fuori terra, a circa duecento
metri, fu il riferimento più immediato per avviare
le ricerche, a dare una mano a Giovanni, farlo
ritornare a casa, da moglie e figli, magari
accoglierlo meglio,
36
farlo sentire meno
solo, stargli più vicino e renderlo più adeguato.
L’accoglienza del piantone, invero si stava
tramutando in una lotta, l’Agente semiaddormentato,
intese il trillo del campanello alla porta
d’ingresso, una chiamata al fronte e si rivoltò,
propinando nei Gallo altro disagio, tanto che
decisero di rimandare l’intervento a domani. La
prospettiva, invero li lasciava, alquanto
insoddisfatti, era l’unico verso, dunque anche se
l’ora non era quella che ogni santa mattina
praticava Giovanni per la ricerca di lavoro,
decisero di fare un salto in piazza, comunque non
mancava molto e munitisi della speranza che
potessero infilare un evento favorevole, la
condizione volgesse al meglio, riuscissero ad
acchiappare, uno dei tanti cugini tunisini,
marocchini, colorati in genere che ti scontrano per
strada a venderti
qualcosa, a guisa
di un animale che non intende lasciare la preda, un
accendino, un pacco di tovaglioli, orologi, monili,
vestiti, li guardi infastidito, li mandi da dove
sono venuti, o peggio, comunque eviti. Questa
mattina, insomma per i fratelli Gallo, non avvezzi a
questa emarginazione, poteva essere un’opportunità
per ritrovare l’umanità Il sistema di grinta
estrema, di competizione senza regole, adottato da
questa società, invero man mano negli anni, gli
aveva nascosto.
I fratelli Gallo,
dunque si recarono in piazza alla ricerca di
Giovanni, lasciando Ariana, che intendeva seguirli,
con i loro genitori, cercare di capire cosa gli
fosse successo, di trovare una persona, qualcuno che
l’avesse visto, che potesse dare loro un indizio
utile, scovarlo.
La piazza e le
strade adiacenti, già brulicavano di uomini di
statura media ed alta, di taglie diverse, forse
donne, a gruppi di tre, quattro. La speranza
attaccata ai lobi degli orecchi, la frustrazione gli
colava dai denti che trattenevano la sigaretta, le
labbra arricciate, stavano muti, senza parole, e si
spostavano girando le scarpe, stando fermi. La
chioma degli alberi, li riparava dall’umidità,
insomma quel posto, era un riparo alla meglio,
sostavano allo scoperto, lungo i bordi rotti del
marciapiede della piazza, semidivelti per lavori in
corso da tanti, troppi anni, infastiditi accolsero i
fratelli e non fornirono loro alcuna, una minima
notizia, non osarono concedere, uno spiraglio,
neanche quell’aiutino nel quale confidavano, che
chiunque spera gli venga concesso e si trovarono,
ciechi e senza cane, in luogo sconosciuto.
Un uomo, con un
basco nero in testa, la faccia scavata, ravvivata,
da enormi baffi bianchi e neri, i lunghi lobi degli
orecchi, agghindati con catenine intercalate da
piccole monete antiche, dorate, invero con un moto
d’istinto, si scostò lentamente dal gruppo ove
sostava. La solitudine è la caratteristica che
distingue ogni individuo, ognuno è per conto
proprio, pronto a scattare verso il mezzo che li
preleva, aggrapparsi al trasporto è amicarsi il
posto, un tentativo disperato, di conquistarsi
l’ingaggio, insomma l’uomo si mise a rischio,
s’avviò verso i fratelli di Giovanni con un
dinoccolarsi titubante, invero poco convinto,
insomma spinto da qualcosa di più forte di una
necessità. “ Il Professore “ gli disse che già
voltavano le spalle, richiamandoli alla loro
domanda, increduli, gli andarono incontro a mezzo
sorriso e si disposero speranzosi, ad ascoltare di
che intendeva informarli. Un furgone nero, il
serpente d’acqua, un lavoro pericoloso, gli disse
in un balbettìo
contorto, con voce gutturale, raccogliendo le
parole, prendendo a prestito vocali, consonanti, da
una lingua sconosciuta, che aumentò l’apprensione,
l’angoscia dei fratelli, che arruolavano ogni
appiglio per scardinare il linguaggio dell’unica
persona, rimasti soli, si chiedevano di capire,
l’ansia crebbe e si fece tanto pesante
che non riuscirono
a trovare la forza nelle gambe e restarono fermi
a guardare l’uomo,
i capannelli intorno, lasciare il posto e correre.
La ressa verso i
furgoni, troncò ogni altra, possibile informazione,
un tal indizio che potesse indirizzarli verso una
pista, identificabile. Una frenata, improvvisa,
l’accelerazione conseguente e sparivano oltre la
piazza, confondendosi con gli edifici, nella
nebulosa oscurità La necessità di non ritornare a
casa a mani vuote, li condusse oltre la piazza,
fuori dalla fioca luce dei lampioni, la curiosità di
scoprire, di sapere qualcosa, l’opportunità di
trovare un’ appiglio, striminzito quanto sia,
comunque meglio che nulla, li costrinse a
considerare la possibilità di dividersi, ad
inseguire ombre fatue, a raccogliere bile. La
disperazione, invero si trasformava in un
insospettato desiderio di non abbattersi, in
un’energia diversa e rimettevano all’incontrario, la
faccia verso i calcagni, i fianchi ed andavano con
calma a girare gli angoli, entrare nelle traverse,
cunicoli impraticabili, maleodoranti, insalubri,
usciti a fatica, correre nell’ascoltare un passo,
accorciare il fiato corto, guardarsi intorno a
cercare uno barlume di speranza, squartare le piazze
deserte, buie e senza un albero ed avventarsi sul
sociocassonetto che affranto, occupava un posto
sulla panchina pubblica, ginocchia e pancia,
incollate alla busta di plastica coi resti raccolti
nella discarica della società civile, e proseguendo
per prato, rifocillarsi sul nucleo scartato,
sull’elemento improduttivo di famiglia considerata
serena che la perdita di lavoro ha decapitato, che
russa col caratteristico tubare della colomba,
invero è un grave rantolare che meriterebbe, almeno
una visita se non un ricovero nel reparto di
pneumologia, la mappina con dentro il misero cibo
che gli servirà da pranzo, detenuta per i lembi, a
passante e cintola, dei pantaloni. La sconfitta del
mancato ingaggio, è affogare le ore nella poca luce,
nel tentativo di ritrovare il coraggio per un altro
giorno senza lavoro. La mano sinistra chiusa a
pugno, la sigaretta nelle punta delle dita
a fumare, osservare
i gomitoli di fumo galleggiare nell’aria, gli
insetti
che si raccolgono a
gruppetti, a breve distanza, annusano l’odore del
cibo ed aspettano danzando, l’occasione per tuffarsi
in picchiata nella scodellina e senza ritegno,
battendo il pover’uomo sul tempo, sedersi a tavola e
mangiare, in fondo ogni essere deve imparare presto
l’arte d’arrangiarsi per sopravvivere, raccoglie
dell’opulenza i resti, degli altri quello che ha
disposizione ed ognuno si trascina.
La richiesta di
notizie, avanzata dai fratelli di Giovanni, colse il
cane randagio in fragrante, l’uomo appisolatosi,
dunque sorpreso, sbalzò fuori dalla sonnolenza,
annaspò con gli occhi, cercò gli scarabocchi caduti,
nella consuetudine dei giorni perduti, ben
collaudati, serviti all’occorrenza, conditi senza
tema, con una folata di vento gelato, insomma la
repentina intromissione, mise a soqquadro il disegno
consolatore del disoccupato, precario senza salario,
che la società ha appiedato, leso nella dignità,
ebbe una reazione semisquilibrata, l’autodifesa,
assunse l’aspetto di una rabbia feroce, isolò la
mitezza che gli riempiva gli occhi castani ed emise
dalla bocca, un violento soffio di dolore, una
vampata micidiale, che consigliò i fratelli Gallo ad
allontanarsi a gambe in spalla, senza fiatare, uno
vicino all’altro, cercando di mantenere la paura, a
debita distanza, evitare le ombre assetate di
lavoro, affamate di rispetto che camminavano
solitarie.
La mattina,
affacciatasi sulla città, scorse i fratelli che
amareggiati, scorati, rientravano a casa della
cognata ove erano rimasti i genitori Una pausa, per
tirare il fiato, sciacquarsi la faccia, mangiare e
bere un caffè, s’avviarono, invero il ritorno in
caserma, non si presentò molto accogliente, l’agente
addetto alla ricezione, non conteneva
la misura idonea al
servizio, contrariato per l’esigenza di doversi
produrre nella redazione della denuncia, con voce
alterata, mandò la famiglia Gallo, padre e figli, a
cercare il congiunto, probabilmente fatto e
strafatto, sotto una panchina, della secolare villa
comunale.
La pazienza,
gonfiatasi paurosamente, fu trattenuta a forza,
invero grazie al pacato intervento di un altro
Agente, un collega anziano che venne dalla stanza
adiacente, adducendo l’urgenza di cercare una
pratica nello schedario, ridusse alquanto la
pressione climatica.
La presenza del
secondo Agente, comunque non mitigò l’arroganza
del primo che pur
costretto nell’angolo, bofonchiava spavaldamente La
gola stretta nell’ignoranza, s’abbrutiva
d’irascibilità, osservando il collega, che con
umana naturalezza e sobria gentilezza, porgeva ai
familiari di Giovanni, il foglio usobollo, la penna
biro nera, legata al bancone, affinchè potessero
compilare la denuncia di scomparsa L’Agente, con gli
occhi vitrei, a guisa di una bestia ferita,
aspettava il collega che ritornasse ad occupare la
sua scrivania nella stanza accanto, pronto a
graffiare, lo seguiva andare allo scaffale a muro,
firmare con calma quanto prelevato, aprire lo
schedario, prendere qualche appunto, cercare,
insomma redigere un nutrito documento. Il fascicolo
sottobraccio, invero una carpetta di colore giallo
sporco, con inserito un foglio bianco, che
rispecchiava la faccia dei Signori Gallo, era una
scusa, il collega intendeva proteggerli e
s’attardava. L’intento era quello di ritirare la
denuncia, farla scorrere nel canale e dunque
evitare un probabile intervento fuori le righe,
dell’Agente
La velocità di
compilazione della denuncia dei fratelli Gallo,
invero meravigliò l’Agente addetto alla ricezione,
che con una manovra repentina, paonazzo,
mortificato, s’allungò sulla spalla del collega,
afferrandogli il foglio dalle mani, staccando la
penna, dall’elastico ed eccitato, con voce
stridente, sarcastico, titolando padre e fratelli,
Professore, col telecomando, fece aprire, con uno
scatto, la porta, dichiarando loro, con un sorriso
canino: “ Buongiorno, Vi faremo sapere, “ evitando
lo sguardo del collega, girandosi di scatto, verso
la macchina del caffè, situata nell’angolo,
stridendo forte sui tacchi. L’introduzione della
cialda, nell’apposito incavo, non gli risultava
agevole e con forza, s’accaniva sullo sportello, che
non chiudeva. L’Agente, insomma scaricava il potere
delle sue armi, scontrandosi col vano deposito colmo
di cialde consumate, un osso duro, oscuro,
inespugnabile nemico, un elettrodomestico che sa
fornire un caffè da bere, un meccanismo semplice,
che una manovra elementare fa entrare in funzione e
che evidentemente, l’onnipotenza dell’arma, non lo
soccorreva a sufficienza, invero la divisa gli dava
alla testa.
Le ore, i giorni
con i mesi, si appiattirono sul calendario, piegati
sui programmi
televisivi dei bambini, infarciti di notizie
inverosimili, di finestre giornalistiche, definite
polemiche, scanditi dall’inusuale ritorno sugli
scanni, di uomini politici con la fedina penale
pesante, con procedimenti in corso, pur con condanne
passate in giudicato, nonostante questo, convinti
di essere legittimati a potere legiferare.
Il popolo sovrano,
uomini e donne che credono nella giustizia, legge
uguale per tutti, invero piegabile, modificabile, a
secondo il bisogno, nell’interesse personale in
giuoco, sono pronti a consegnarsi, mani e piedi,
all’uomo forte, all’uomo della provvidenza, volti a
rinverdire
i fasti di un
passato indegno, la memoria frantumata nella fiction
tv. Questo popolo, ama l’autoflagellazione, crede
che la forza gli possa dare la sicurezza, osannano
il Padrone, inchinati racimolano bave.
La vigliaccheria, è
la loro potenza, hanno eletto una maggioranza
straripante, denigrano la minoranza, marciano a capo
basso, rivolti all’altissimo, considerano gli altri
rei, quelli che pensano in altro modo, diversi, da
spogliare della dignità, da mortificare e magari,
eliminare fisicamente, insomma acquisita la forza,
invero nascosti scaricano la debolezza, la mancanza
di sani principi, sul nemico.
Le forze
dell’ordine, oberate di problemi, uomini e donne
coniugati, con figli e relative esigenze, fare conto
con uno stipendio, seppure la costellazione di
annessi e connessi è considerevole, comunque non
lascia scialare, la quotidianità s’incunea nelle ore
straordinarie, sulla strada in servizio di pronto
intervento, lo stress sale, dunque stanche,
infastidite, ripetevano che le indagini
proseguivano, erano in corso, insomma non erano
emerso nulla, neanche una notiziola. La famiglia
Gallo, la moglie di Giovanni, costretta a riciclare
il tempo si tuffano di stomaco nel giorno con gli
occhi gonfi, con la speranza in mano trattenuta per
le ali, non abbassa la guardia, insiste, chiede
assistenza, prega il Santo Patrono, si prostra,
s’incaponisce, pensa che le notizie brutte, sono
veloci, fanno presto ad arrivare, Giovanni
ritornerà, ritroverà la strada di casa, tenta di
mantenere, la dignità. La Signora Ariana, stringe i
denti fino all’ultimo, non vuole apportare ulteriore
disturbo, a suoceri e cognati, dunque sfinita, con
le acque sull’orlo della rottura, impossibilitata a
resistere oltre, con le lacrime agli occhi,
all’ultimo spasmo, cede e dice alla suocera di
trasportala
in Ospedale, il
suocero ed i cognati che si alternano, si assicurano
che i bambini non abbiano a soffrire dell’assenza
paterna, prendono la valigia in attesa, caricano la
cognata in auto, la mamma e volano.
La corsa all’
Ospedale, il pronto soccorso, la consulenza, il
ricovero in ostetricia e ginecologia, la richiesta
del proprio medico di fiducia.
I medici in
servizio, aspettando il collega, s’attengono ad una
visita superficiale, ritengono i dolori lamentati
dalla Signora, un fisiologico adattamento
gestazionale, insomma non è bene raccogliere i
frutti del campo del collega, dunque in attesa che
arrivasse, prescrissero che le venisse
somministrata, una terapia blanda, di mantenimento.
La notte di Ariana,
scorre in un torpore indotto, la mattina, il medico
di fiducia che avrebbe dovuto seguire la gestazione,
non è apparso, risulta irreperibile, la situazione
andava aggravandosi, a peggiorare, il collega di
servizio, ordina l’immediato trasporto in sala
operatoria. La causa è il distacco della placenta,
il parto cesareo, ha anticipato l’evento, di oltre
un paio di settimane, il tempo minacciava tempesta e
col rischio eliminato, la salvezza della madre, ha
messo al mondo una bellissima bambina, alla quale
Ariana, impone il nome di Maria Il bisogno di
miracoli è un segno degli uomini, la difficoltà di
credere fa recuperare una dipendenza negata, il peso
del cielo è insomma la forza del Padre Creatore, in
nomine, un augurio a questi uomini, che riportino
l’ordine trascurato, nelle famiglie, nel lavoro, lo
stato amministri con rispetto, altrimenti ogni
miracolo, resta incompiuto. La Signora Ariana
raccoglie un fascio di sole , bagna la mattina,
bacia i figli e con
la speranza di una donna consapevole, aspetta.
I Fratelli, il
padre ed anche la madre di Giovanni, facendo la
spola, piazza e le strade di raccolta, caserma dei
Carabinieri e secondo esigenze indotte,
all’occorrenza, recarsi nel vecchio supermercato a
gestione familiare, in prossimità della stazione
ferroviaria, dove non è difficile scovare, oggetti
dimenticati, insomma quel sabato pomeriggio, dovendo
ricostituire le scorte alimentari, la Santissima
volontà del Signore, volle intromettersi, guidare i
passi, uno scaffale dopo l’altro e fare incontrare
il Gallo padre, con il ragazzo Ghanese, Emanuele, di
bassa statura, robusto, un cognome, impronunciabile.
Il Signor Gallo, lo conosceva bene, parecchie
volte, l’aveva ritrovato e visto, accompagnarsi a
Giovanni, gli aveva destato, un’eccellente
impressione, legato alla famiglia, coltivava sane
tradizioni, ragazzo altruista, rispettoso del figlio
che chiamava Giovannino Professore.
L’extracomunitario, era rientrato in patria dopo
quattro anni lontano dai suoi genitori, fratelli e
sorelle anche molto piccole, con i risparmi aveva
comprato una Fiat 1100 Mirafiori, vi aveva montato
sul tetto, un enorme portabagagli, racimolato nel
recinto di scavi archeologici abbandonati, adibiti a
discarica abusiva, aggiustandolo, adattandolo alla
meglio, vi sistemò le valigie raccolte presso gli
amici, compagni di lavoro, che pur malridotte, per
prudenza, tenevano sul traballante armadio, nella
stanza d’appartamento, al terzo piano del fatiscente
palazzone, dell’antico centro, detto storico, invero
spinto e relegato verso la periferia, adibito a
dormitorio per extracomunitari e copari. L’aveva
riempite di scarpette, stoviglie, vestiti e svariate
utensilerie, che la civiltà nostrana, abituata ad
una maggiore velocità, impartita da un progresso a
perdere, non ritiene molto prestigioso da usare,
dunque ha tolto dal suo quotidiano, risultandogli
periglioso chiuderle L’inverosimile contenuto,
invero lo costrinse a legarle, con lo spago, oltre
le cinghie, in largo e lungo, dividendole a quarti,
con tanti giri. La raccolta era andata avanti, forse
per anni, il sabato, la domenica, quando gli mancava
il lavoro, consumava la giornata “ scafuliando “
nelle bancarelle, dei mercatini che di solito si
armano, nei quartieri periferici delle città,
esponendo assieme ad altro, residui di bottega.
Emanuele, era un operaio specializzato, aveva
ottenuto di lavorare in una industria
metalmeccanica, era un clandestino, aveva bisogno di
munirsi della documentazione necessaria, per avere
il permesso di soggiorno, insomma l’ingaggio e la
regolarizzazione del rapporto L’impegnativa della
ratificazione a tempo indeterminato, lo riempiva di
felicità e sicurezza, il ritorno in patria, era
rivivere l’altra tragedia,
insomma la partenza
a ritroso, la liberazione, la strada conquistata,
lo accompagnò alla stregua di un mulo, lasciando
perdere la paura.
La speranza l’aveva
stretta per anni fra i denti, qualche volta l’aveva
presa in mano per respingere l’ansia che gl’impediva
di respirare, determinato a farcela, si faceva
aiutare dai ricordo sul peschereccio
scricchiolante,
carico di uomini e donne senza identità, animali
belli diretti al mercato, privi di bere, con l’acqua
del mare che minaccia, Emanuele e molti altri, non
sanno nuotare, gli scorre sotto gli occhi bruciati
dalla salsedine, scampati, mettono piede a terra e
stremati, cadono, s’inginocchiano, le mani alzate al
cielo, ringraziano, sviene nel canneto che costeggia
il fiume, comincia una lunga navigazione
Impegna ogni
risorsa di braccia, gambe e della mente e si
confonde nella città, è invisibile, ha per compagnia
la volontà di non perdersi.
Il suo rientro in
città, contava alcuni giorni, stava facendo la
spesa, sceglieva gli alimenti necessari, Emanuele
era parsimonioso, parco oserei dire, sapeva le
regole, le rispettava e non si faceva fuorviare. Il
Signor Gallo, girava per gli scaffali spingendo con
la mano destra il carrello e tenendo in alto,
nell’altra mano, un foglio di quaderno, sul quale la
moglie gli aveva scritto, il peso, gli articoli da
comprare. Il signor Gallo, prelevava il prodotto,
scatolame, altro, assicuratosi di non avere
sbagliato, lo deponeva e con pazienza ed oculatezza,
riprendeva a cercare gli alimenti segnati a grandi
lettere sul foglietto Il ritorno a casa, non poteva
trasformarsi, in uno stupido battibecco, non
intendeva provocare, le ire della moglie per una
disattenzione. Il Signor Gallo, aborriva il
conflitto con la compagna, l’avere scelto una cosa
non proprio uguale a quella scritta, invero molto
similare, a volte, era ritenuto un motivo
plausibile, per imbastire una litigata. La donna
amata, rispettata, ogni anno di più, era divenuta
greve, scorbutica, e molto più spesso, oltre ogni
ragionevole sopportabilità. La scomparsa del figlio,
l’aveva abbrutita, insomma resa diversa, stava
sempre sul piede di guerra, non riusciva a tenersi
sollevata. La gioiosa serenità, la semplicità che li
aveva legati fin da ragazzini, si era dispersa e
nell’aria, gli uccellini, avevano perso il bel
canto. La famiglia, che viveva isolata, si,
invisibile. disinteressata a quanto la cittadina
spazzava quotidianamente, sentiva il peso
dell’esclusa. La mente di Concettina, invero si era
dissolta e perfino Giacomino, messo fuori alla
stregua di un cane randagio, a letto contava pedate
Il grande divertimento che ricavava, nello
stuzzicarlo per i calzoni corti, nel pizzicargli con
grazia le gambe, nei giuochi alla canonica, tanto
che Giacomino, senza avvedersene, per farla
smettere, colto da un moto irrefrenabile di
virilità, la inchiodò nell’erba alta, secca del
prato intorno, quietandola per raccogliere i suoi
baci, le lacrime di gioia, ogni carezza, scordati,
cancellati nel giro di alcuni giorni.
Quel pomeriggio,
verso la seconda metà del diciassettesimo anno,
Concettina, chiacchierando con le compagne,
disegnare, tagliare, nel laboratorio di cucito e
ricamo della signora Iolanda Bevacqua,
si sentì mancare,
chiamata la zia paterna, di tre anni più grande,
sposata ed infermiera, venuta a conoscenza che la
nipote, stava asciutta da due cicli, s’insospettì,
le pose altre domande ed arrivò a Giacomino che
seppure inesperto, accettò il disposto del verdetto.
Il risultato delle
analisi di laboratorio, nel volgere di qualche
giorno, confermarono l’ipotesi della zia, Concettina
era in cinta, Giacomino si assunse le proprie
responsabilità e convolarono a giuste nozze.
Concettina, divenuta madre di Giovanni, accettò di
lasciare il borgo, il disagio d’emigrare era
mitigato dal pensiero che sarebbe tornata. Gli anni,
correvano, ogni tre, qualcuno meno, seguirono altri
sei figli, che presto si dispersero andando in varie
città, alcuni lontani, il primogenito era rimasto,
ad un tiro di voce, comunque, pur se i figli erano
stati una grande fatica, il rimorso per non avere
partecipato alle esequie del padre morto, ch’era in
attesa di dare alla luce, Pino, marito e moglie,
una notte, non erano rimasti divisi, l’uno
dall’altra, invero questo dramma, aveva prodotto una
lontananza insuperabile Il Signor Gallo, dunque
nello scrutare lo scaffale in alto, non scorse,
insomma non fece caso all’uomo che se ne stava quasi
in ginocchio a tirare fuori, un sacco, un’altra
confezione di riso, posta sul fondo. Il Signor
Giacomino, fermatosi il carrello, spinse più forte,
convintosi di un malfunzionamento delle ruote,
abbassò gli occhi a guardare, fu grande la
mortificazione, la meraviglia, nel riconoscere il
ragazzo Emanuele, l’amico visto tante volte con
Giovanni e lasciò il carrello, stringendo il
foglio nella mano, l’abbracciò e s’informò della
salute, travolto dall’eccitazione, senza attendere
la sua risposta, gli chiese se avesse visto suo
figlio, se sapesse ove fosse andato a lavorare. Il
Signor Giacomino, informava Emanuele dell’accaduto
e col fiato in gola, attendeva qualche notizia,
invero senza dargli modo di dire, riprendeva con
foga, in un tentativo canino, di estrargli la
memoria. Emanuele, profferì a stento la parola, il
Professore, esaminò ogni giorno che riuscì a
trainare dalle giornate neanche nate, cariche di
buio, disperazione e paura, costernato, muovendo la
testa, pianse.
Il Signor
Giacomino, si fece forza a non seguirlo, in tal caso
lo sfogo non serviva, si rese conto che questo
incontro, vestiva l’importanza di un fenomeno
celeste, un grande avvenimento e ne fu sopraffatto.
Emanuele, gemeva sotto il bombardamento di domande
del Signor Giacomino, gli premeva conoscere
l’itinerario, scoprire un percorso per raggiungere
il figlio, sapere il giorno, i precedenti, il
programma, se fosse stato in grado di indicargli
qualche persona, se avessero parlato di qualche
proposta, se fosse andato…e ricondurlo indietro.
L’ultima volta che
Emanuele aveva visto il Professore, la mattina,
erano saltati, uno dietro l’altro, nel furgone
malandato, del Topone. Emanuele, situato a fianco
del portellone, fu scaricato in un luogo che non
conosceva, il Professore è rimasto, ha proseguito la
corsa,
L’alba cominciava a
disegnare le linee dell’orizzonte, con pennellate di
colore, tenue, delicato, dolce che la natura avesse
mai espresso. Lo spazio, in ogni lato ed in fondo,
andava riempiendosi di gioiose sfumature che
inducevano ogni persona, di qualunque sesso, razza o
studi, seppure fosse stato vago, distratto, o si
trovasse, per caso a guardare, ad una commozione
tanto forte, da riuscire a cancellare le sofferenze
pregresse, patite in tempi remoti, perfino senza
traccia
Giovanni, quella
santa mattina, a guisa di un soldato a guardia, uscì
dal posto di sosta e corse verso il furgone
sgangherato e vi si tuffò dentro a pesce, l’assalto
alla santa barbara doveva essere perfetto. Il
segnale dello stridore delle ruote in frenata, era
l’allarme atteso, dunque adattata la vista, aveva
tagliato il buio, in testa al gruppetto. Lo sbarco,
in groppa ad una rocca, avvenne tre quarti, forse un
’ora dopo, comunque l’accesso al promontorio, dico
che non fu agevole, i passeggeri furono sballottati
per una strada sterrata, raffazzonata, segnata da
grosse ed informi tracce di pneumatici, cingoli,
allargata per il passaggio di automezzi pesanti, che
riuscì a dilatare il tempo. Il Professore Giovanni
Gallo, adattatosi a svolgere i lavori manuali più
disparati, chiamato dalla necessità di mantenere
integra, quanto possibile, la dignità che il padre
gli aveva inculcato fin dalla nascita, messo piede a
terra, cercando di riassestare l’equilibrio
minacciato dal viaggio, con modi per niente urbani,
fu comandato allo smontare il resto della
carpenteria dell’ottavo o nono piano, della
costruzione. Lo scheletro d’acciaio e cemento,
eretto sull’estremità a strapiombo sul mare,
oltrepassa le dodici elevazioni fuori terra, la
rocca sfidata nella sua stabilità, misura con le
spalle, i legami che la trattengono. Il progetto
denominato AREA UNO, contempla il lussuoso albergo,
piscina, campo di tennis, discoteca - sala da
ballo, teatro, ristorante. Il riposo pomeridiano al
circolo dei Saggi, al bar del centro a sorbire il
miglior caffè dei paraggi, senza indugio, organizzò
una tal cordata di emeriti Imprenditori, che in
anni di speculazione, non si era vista. Un bel
progetto concordato con i meri rappresentanti di
quel popolo sovrano che periodicamente,
all’occasione, viene circuito con visite al circolo
ricreativo, con una birra ed un panino infarcito
con carne di cavallo cotta al sangue, sul fornello
con la brace rovente, situato sul marciapiede
all’ingresso del cortile – circolo ricreativo, un
tuffo veloce nell’aceto ed i bocconi succulenti,
riescono a ben alimentare, la promessa di miracolo
e sottrarre con affabulazione fraudolenta, la
dignità, alle persone che ascoltano a bocca aperta
speranzose. Gli eletti con fiducia, impegnati nelle
istituzioni, non si distraggono. L’ inizio del
saccheggio della rocca, ha inizio, le leggi
d’ingegneria, sono inficiati dalla volontà politica,
il rigore intellettuale, perso strada facendo,
svalutato nelle passeggiate, sottobraccio col
sorriso a fiore sulle labbra, per celia, insomma i
progetti per affrancare il territorio, sono slegati
dagli affari politici, predestinati a geologi miopi,
di grevi calcoli, a professionisti catastrofisti,
dunque costretti alla defezione.
Emanuele, aveva
riferito di quello che conosceva, non sapeva altro,
e lasciando il padre di Giovanni, si offrì di
accompagnarlo
in piazza, nei
luoghi di frequentazione, ove il lavoro non si
guarda
in faccia, si
prende al volo senza parlare, insomma si era messo
a disposizione per
dare una mano alla famiglia Gallo, per riportare
a casa il
Professore Giovanni, resosi irreperibile, da troppo
tempo. Emanuele, aveva condannato quei padroni che
gestiscono il lavoro in modo brutale, criminale, gli
autisti dei furgoni che sono addestrati a trattare
alla stregua di animali, viaggiano con le armi e
pagano
se vogliono,
gridano, sputano, sono carichi di veleno, non
parlano
e sparano
obbligando ogni lavorante a prendere quello che
capita.
Questo è un lavoro
che cammina con la morte al fianco, si vorrebbe
rifiutare, intanto si va a cercalo e quando si è
trovato, quel che resta è sperare di ritornare a
casa, salvo, anche se ammaccato, magari con le ossa
sane per ritornare domani sulla strada, per
rincorrerlo.
Il Professore
operaio, Giovanni Gallo, sceso dal furgone, fu
presto armato di martello, tenaglia e scalpello,
dunque comandato al nono piano ed incaricato di
liberare, smantellare del legname che copriva le
traverse, i pilastri delle porte e delle finestre,
senza che un chiodo od altre scorie anche piccole,
rimanessero ad intralciare i muratori.
Lo scheletro di
cemento, si stagliava nel cielo, sul mare, ai piedi,
un’ecatombe di arbusti e piante rare, di alberi
d’ulivo, carrubo, pini secolari e specie autoctone
della flora Mediterranea, a decantare nella terra,
nel fango, insomma un territorio, messo a nudo,
divelto, squartato, dunque reso incompatibile alla
specie animale, la natura, deturpata, estirpata, la
bellezza, schiaffeggiata, è resa orripilante.
Il creatore, era
stato sopraffatto ed il denaro aveva vinto, insomma
il connubio
malefico, sostava ai piedi di Giovanni e minava la
rocca.
Il professore
Gallo, dunque ritrovatosi con in mano quegli
attrezzi da lavoro, testimone oculare del misfatto,
giunto al piano, col fiato grosso, fu colto dal
panico, scontrandosi con l’aria che scoppiava,
sfrigolava di versi, sbuffi, con l’altezza che si
apriva nel buio, verso il mare che scivolava piatto
a riva, nel cielo che andava lentamente
schiarendosi, lasciando che la luce si espandesse
piano per terra
La stagione delle
migrazioni era iniziata, ogni specie, instancabile,
rispettosa dei canoni del creatore, andava per il
cielo, per il mare, con l’armonia del ritmo
biologico, diretta ai luoghi di riproduzione.
Le stanze del
piano, i balconi, le terrazze, i davanzali delle
finestre, pullulavano di ospiti di taglie diverse
che allargando a piccoli colpi, le ali, si
muovevano, uscivano dalla nottata ed iniziavano il
giorno.
Il Professore
Giovanni, eccitato, acuiva lo sguardo e li
inseguìva fino a che non si nascondevano nella luce
che tenera si apprestava ad aprire l’immensità che
in allegria, si lasciava allargare le maglie.
Il Professore, a
quel punto, sentì la mente, alleggerirsi e forse
pure liberarsi dei grevi pensieri, che negli anni,
erano divenuti compagni inseparabili, tanto fedeli
che a qualunque prezzo, non intendevano abbandonarlo
e li strappò con vigorose manate, con altrettante,
osò sbarazzarsi dei residui che s’infilavano in ogni
scucitura, allargando, tentando di entrare nelle
tasche della tuta, che ogni santa mattina, gli
faceva da vestito, per prostrarsi ai piedi dei
dispensatori di lavoro
Una nazione che non
riesce a garantire, occupazione ai propri figli,
tradisce i principi fondativi sui quali è stata
costituita, è senza nome.
L’orizzonte
sull’acqua, accompagna l’alba che nasce con
pennellate magiche, inventando miscele di colori,
che fanno a gara a dipingere
il cielo ed il
mare, il creato, anche il più nascosto e seppure
lontano, la bellezza s’incontra con il castano delle
pupille di Giovanni, si bea e non si sazia, gli
scoppia la vista in miliardi di stelle, ha raggiunto
il culmine, è
pieno di leggerezza, gli orecchi si chiudono, il
richiamo lanciato dai piani sottostanti, dal
responsabile dei lavori, è disatteso e si perde per
le scale, i lavoratori, seppure si dice che la
schiavitù sia stata debellata da secoli, invero
trattati a tal guisa ed in un modo che a dire
cafonesco, è un eufemismo, minacciando, non
ascoltano
Giovanni, ad un
tratto, senza alcuna possibilità di reazione, è
colto da un poderoso colpo, alle natiche, e spinto
fuori, oltre il balcone. Una coppia di volatili,
esemplari di Cicogne cinerine, disturbate,
innervosite dalla compagnia schiamazzante, forse
della presenza
di Giovanni,
ritennero che fosse giunta l’ora d’interrompere il
riposo. Un beccamare dolcissimo ed uno strofinìo
delicato, non prolungato di collo ed ali e
s’avviarono a riprendere l’emigrazione programmata
L’occhio rivolto in alto,dunque in accelerazione,
percorsero, il tratto di piano della costruzione
presa a dimora notturna e si lanciarono verso lo
spazio aperto, che prendeva chiarore, a navigare a
vista. Il Professore Giovanni Gallo, ristretto
nella tuta sbiadita, ammirando i giuochi
meravigliosi, che la natura, a mano gli scopriva,
ingabbiato nella sua beatitudine, sul balcone privo
di ogni protezione, fu preso a bordo ed
inconsapevolmente trasportato, nel viaggio
migratorio.
Il Professore
operaio, dunque sollevato per il sedere, di riflesso
s’alleò allo spirito di conservazione e trasformò il
balzo all’ndietro,
in un volteggio in
avanti, in un perfetto salto doppio alla cavallina.
L’ora settimanale d’educazione fisica, contestata, a
forza praticata nella palestra polverosa della
scuola media, gli salì dalla memoria, appendendolo
miracolosamente, alle ginocchia dell’una e
dell’altro. Le mani, strette a morse d’acciaio alle
zampe degli animali e volare nel cielo, a coronare
quel sogno rincorso fin da bambino, realizzato
a mano, costruendo
un aquilone col foglio di giornale, appiccicando le
canne a croce con la colla di farina, tante prove,
superate le forze e legato sulla tre quarti della
verticale, farlo volare tenendolo in aria con il
filo della spagnoletta grigia, usata dalla madre per
i loro abiti, per rinnovare i vestiti usati di
papà, dunque tenuto sotto il cuscino.
Il desiderio di
Giovanni, superò i rimproveri e le grida della
madre, la sua età, le riteneva un assurdo, invero
una famiglia numerosa,
non adeguatamente
fornita di mezzi, ha necessariamente bisogno di
risparmiare ogni cosa considerata spreco, sia il
filo che la spilla, questo insomma non è un giuoco
riservato ai lavoratori, giornalieri, atipici,
altrimenti impiegati, che con salari e stipendi
bassi, ritenuti inconcepibili, resi inutili,
falcidiati dall’inarrestabile, perdita di potere
d’acquisto, l’inflazione che mangia a quattru
janghi, dunque cucire, pantaloni, calze, camicie ed
altri capi di vestiario, per i componenti della
famiglia, è un risparmio non indifferente che
volendo permette l’istruzione dei figli, ossia per
coloro che amano lo studio, l’ impegno
Il Professore
operaio, Giovanni Gallo, dunque riuscì ad
aggrapparsi e forse salvarsi da morte sicura,
comunque incosciente del pericolo corso e del
rischio presente, guardava curioso, i luoghi
sottostante. La lingua a ridosso della guancia di
sinistra, combatteva e soffiava, digrignava i denti,
nel tentativo di evitare che gli artigli degli
animali, nell’ossessione di liberarsi di quel corpo
estraneo, raggiungessero le parti del corpo e gli
straziassero le carni che non erano granchè. La
gravosa situazione, richiedeva la massima allerta,
occhi sbarrati. Giovanni, dunque stringendo il petto
sullo sterno, gomiti ai fianchi, si contorceva,
secondo gli attacchi, a guisa di chi è colto da “
turcimi i stomucu, “ tanto che la struttura del
maxillo facciale, si trasformava in una maschera
spettrale, confermando agli antropologi, cari amici
di famiglia che gli correvano dietro, i sospetti, le
ipotesi propendenti a scartarlo dalle specie animali
e soprattutto umana, dichiarandolo, inspiegabile,
indecifrabile, certo irriconoscibile, insomma una
deriva confusionaria, in sostanza una mutazione
assimilabile ad un aborto. La disamina delle
scoperte recenti, passate, d’indizi emersi da scavi
in corso, indotti rompendosi il capo, da alcuni
strani reperti ritrovati, comunque ancora da pulire,
selezionare, non dicevano che il vuoto. Gli anni,
tanti, di dedizione e di risorse profuse,
disponibilità di titoli, e di altro, d’interrogativi
risolti, dunque ora, per aiutare una famiglia
amica, sarebbero stati costretti a chiudere i
carteggi, nel pacchetto destinato all’uopo e
scriverci sopra l’incapacità di eminenti Luminari.
Il Professore
Gallo, insomma teneva per quanto riusciva, il panico
sotto controllo, nel contempo per non soccombere
alla disperazione cercava di estrarre, dai gangli
vitali, dai nuclei delle cellule, le rese d’energia,
ogni goccia esausta, ch’era stata accatastata per
smaltita Giovanni, dunque raccoglieva ogni briciola
da eliminare, la riciclava e ne traeva, una tale
adeguata vigoria da riuscire a scansare, giusto in
tempo, ogni attacco, impedendo agli animali, di
allungare gli arti, di piegare le ginocchia,
trattenendo le articolazioni, salvando i polsi,
gli avambracci ed
ogni altra parte del corpo raggiungibile, di finire
tagliuzzata in mille piccoli brandelli e sparsi
intorno, tanto che l’aria l’avrebbe accolti con
assoluta leggerezza, rendendoli bocconcini prelibati
per i predatori, ovunque andassero, dispiegassero il
volo.
Il Professore
Giovanni Gallo, comunque non si scoraggiava, teneva
duro, non si perdeva d’animo e nel contempo, con le
ridotte, scarse capacità, ad onore del vero
irrisorie, che gli permettevano destrezze e
movimenti vari, cercava di connettersi un
ragionamento, prendere buona visione della
situazione e pensare d’ammarare in quell’acqua
azzurra che quando la guardava, all’inverso di ora,
lo commuoveva.
La perdurante
perdita di quota dei pennuti, certo l’avrebbe
condotto all’impatto, se non velocemente, in un
tempo molto breve, secondo comunque la resistenza di
volo, degli uccelli, invero non calcolabile
Giovanni, insomma doveva tenersi pronto a saltare,
appena avesse raggiunto la distanza ragionevole, in
grado di sopportare la caduta, prendere un respiro
molto profondo e lasciare con cautela la presa.
Il tuffo nelle
acque, non sarebbe stato l’armoniosa acrobazia
estiva dalla barca all’ancora, del nonno paterno al
borgo, aveva lo scopo di ritornare a galla, non
annegare e sperare nella sorte ragionevole. .
I volatili avevano
svolto una parte fondamentale, dunque dovevano
lasciarlo e proseguire nella loro rotta, il resto
restava nelle sue mani Giovanni, insomma doveva
badare a riprendere la propria esistenza La
disciplina del nuoto, l’aveva imparata ogni giovedì
sera in piscina comunale, la scuola ne era
sfornita, non poteva dichiararsi a guisa di un
pesce, comunque sapeva nuotare, avrebbe dovuto
cavarsela. Il dubbio che l’avesse dimenticato,
invero gli scoppiò all’improvviso nella mente e
sorpreso, addirittura fu indotto alla drastica
sentenza che sarebbe annegato, un cambiamento di
vento, lo riportò indietro e si disse sputando sulle
zampe degli uccelli, che avrebbe resistito, e
sperato che un natante lo avvistasse e lo tirasse a
bordo, in salvo. I Signori della politica, invero
con la pretesa di combattere lo sbarco delle
carrette sulle nostre coste, l’immigrazione
clandestina, tentano di cancellare, s’avviano a
mettere fuorilegge, il giuramento del mare Ogni
marinaio, dunque incorre nell’onta di dover subire
un processo per aver tirato in barca un naufrago, in
pratica la minaccia di sentirsi chiamare correo di
un atto criminale, rischia di smorzare il coraggio.
I governi che osano
scrivere queste leggi, invero sono impotenti,
sopravanzano la ragione, calpestano le regole che ci
distinguono.
Giovanni, comunque
si aiutava nel modo che poteva, di mantenere vigili,
non deprecabili, i sensi, le condizioni, nel caso
fosse avvistato da un osservante dei sani principi
popolari e tentasse di raccoglierlo
I governanti,
chiusi in un’ottica di potere unico, sprezzanti al
dialogo e dunque incapaci di fornirsi della
democrazia, sono indotti al parto di questo tipo di
leggi repressive, gridando di farle per dar
sicurezza alle popolazioni, nell’interesse
collettivo, invero si beano nutrendosi della paura
dello straniero. sottraendo le risorse rimaste nelle
casse
La solidarietà, i
principi dell’accoglienza, sono ritenuti di un
fastidio insopportabile, dunque escludono la
ragione, tentano di respingere questa umanità
debole, uomini, donne e bambini, in fuga da fame,
guerre ed ogni altro, nelle braccia dei carnefici,
addirittura di buttarli in mare, manifestano con
rabbrividente arroganza, determinatezza, che
l’unica soluzione, la migliore per questa
situazione, sia la forza.
I depositari della
verità, denigrano la disponibilità altrui e
scaricano la morte a guisa di un materiale nocivo,
nella pattumiera del mondo.
La popolazione si
lamenta dell’insostenibilità quotidiana ed annusa
l’altro, quello dopo, non il più vicino nell’intento
di carpirle il segreto
Giovanni, temeva
che nel planare potesse andare a finire in buca,
nelle macchie nere che aveva scorto sull’azzurro,
pensò fossero recinti d’allevamento dei tonni o di
altri pesci, ne aveva conoscenza dai documentari
televisivi, andando in bagno prima d’andare a letto.
La distanza, non
gli permetteva di distinguere bene, gli rimanevano
lontani, comunque non aveva esperienza diretta di
tale attrezzatura, però questo esercizio di pesca,
lo riteneva contro natura, estraneo alla tonnara,
alle barche nere acquattate sulla trappola calata
lungo la linea di transito dei pesci in viaggio
verso le zone di riproduzione.
L’allevamento ha
soppiantato la tonnara, il palischermo, una barca in
secca, semi coperti di sabbia e spine, quasi
decomposti, mostra dunque dei borghi la memoria ove
l’uomo aveva rispetto dei pesci,
L’abilità del
pescatore è stata mortificata, cancellata, la lotta
ridotta a tirarli fuori dal sacco ove sono stati
allevati, cresciuti a mangime.
Giovanni, qualche
volta l’aveva comprato e la festa della domenica,
gli era divenuta insipida, insomma fu indotto ad
un’altra riflessione, gli sorse il dubbio che
potessero essere, carrette legate, stracolme dell’
umanità africana alla deriva sul mare, alla ricerca
di una punta di terra, ove possa riprendersi
l’esistenza che la patria gli ha negato ed emigra
per non morire, invero cammina con la bara sotto
braccio
Giovanni, sentì il
pensiero ed un forte pugno lo colpì sotto il mento,
il cuore gli sobbalzò in un conato d’acidità e mancò
che svuotasse, recuperato il controllo, un po’
d’energia, dichiarò con una fermezza quasi
dimenticata, la sua fratellanza in faccia
all’onnipotente, ebbe coscienza e sperò che la
comune disavventura in corso, si volgesse al
meglio, cercò di darsi coraggio e dunque si sorrise,
sulla barbetta che gli copriva il mento, nel
tentativo beatico, di sciogliere la paura.
Giovanni, insomma
voleva credere e si diceva con colpetti di tosse
sulle corde vocali, che presto, sarebbe ritornato a
casa, da Ariana, figli, Genitori, fratelli ed
amici, rafforzando il pensiero di un miracolo,
se tale era, non
poteva interrompersi, dunque lottava per
verificarlo.
La coscienza,
invero pur nella difficoltà della situazione,
vegliava accompagnandolo con leggerezza,
pungolandolo, la situazione nella quale versava,
era molto grave, dunque bisognava restare vigili, in
grado di comprendere l’occasione propizia, l’attimo
buono.
Le cicogne, intanto
continuavano a sbattere disperatamente le ali,
tentavano di resistere nel volo, di mantenere la
quota di sicurezza, invero questa decresceva, andava
scivolando, gradualmente verso il basso, insomma
l’acqua del mare, in un giuoco di onde birichine,
attendeva oziosamente, Pennuti e Carico per farne un
bel boccone. L’angoscia di rimanere legato,
parossisticamente, ai volatili, dunque afferrò
Giovanni, che ebbe la paura di rimanere con le dita
contratte e di non riuscire a svincolarsi dalle
zampe degli animali, trascinato sul fondo del mare,
annusò l’odore agre della vendetta di un Santo
arrogante che ogni volta che poteva, si glorificava
con la sua bontà.
La faccia visibile,
resa pulita, atteggiata nello stupore, nascondeva
l’avversità e lo vessava, lo strattonava
riconducendolo alla partenza Le azioni ed i
comportamenti, divenivano fumogeni ed
incontrollabili e l’ ’ennesima sofferenza, la fatica
sopportata per arrivare colà dove si trovava, veniva
vanificata, questa volta era diverso, non accettare
il dispotismo del Santo, significava ringraziare chi
l’aveva miracolato Giovanni, dunque s’indusse a
provare le articolazioni, a muovere dita, uno dopo
l’altro con cautela, gli uccelli di riflesso,
rispondevano Gli artigli armati, reagivano
all’unisono, gli attacchi dei volatili, silenti e
con molti effetti irrilevanti, invero qualche
stilettata, seppure lieve, superficiale, ad ogni
modo, comportava un dolore assai straziante.
La perdita di quota
dei volatili, il progressivo rallentamento invero
non era dipendenti dal peso di Giovanni, quei
cinque, forse otto chili che aveva accumulato,
grosso modo superate le scuole elementari, seconda
media, che si era portato fino al Ginnasio, li
aveva perduti, con altrettanta junta, per lo stress
accumulato nel periodo della leva L’altezza non era
cambiata, insomma lasciate le armi, era rientrato
nei ristretti ambiti della normalità, e dunque non
era questa la causa
Soleva dire che il
servizio militare gli fu imposto, lo conosceva bene
però non riuscì ad evitarlo, zii e parenti ne
facevano parte, arruolati in varie armi, dunque per
non contraddire lo zio, non oppose alcuna resistenza
ed accettò di partecipare ad un corso Ufficiali,
scartato, intese che non fosse idoneo neanche al
servizio militare, insomma che dovesse essere
esonerato, invero la Richiesta non fu accettata La
cartolina precetto, gli ordinò di presentarsi al
C.A.R. e Gennaio, lo vide in abiti grigio verdi, di
misura abbondante, che la pienezza del suo corpo,
non riusciva a soddisfare, armato di un grosso
fucile automatico, addestrarsi per difendere dagli
attacchi nemici, i confini.
I barbari erano
alle porte, l’invasione era imminente, allarmi
allarmi, il nemico ci assale, bisognava difendere
lo stivale, i soliti Signorotti che debbono giuocare
a preparare, una guerra che serve a portare fame,
dolore e morte, nella povera gente, reclamano forze
fresche, altrimenti, i magazzini e le riserve,
restano a secco, che altro fare? L’idoneità, insomma
gli servì per dimagrire e a rafforzare la volontà
di non sentirsi a disagio nei confronti degli
altri, soprattutto di quelli alti, belli, la bocca
piena di parole, ma se l’interrompi, smarriscono la
memoria, cadono preda del vuoto e sorridono con
labbra protese.
L’avventura
militare, insomma scremata la pur naturale,
inevitabile Santissima ignoranza, gli ha consigliato
di nascondersi nella società civile, le persone in
divisa, impegnarle a misurare aree di tendopoli, a
gestire gli attacchi senza scontri del pericoloso
serpente a sonagli Questi uomini, difensori della
patria, capaci di vivere in un anfratto
impenetrabile, in cima alle montagne, privi dei
baffi e delle stellette, perdono il coraggio, sono
innocui, con questi strumenti, si arrogano il
diritto di mortificare l’intelligenza di centinaia
di migliaia di giovani diplomati, laureati, padri di
famiglia, umili operai di borghi, insomma credono di
dover confezionare cervelli per una società
maccheriata, gli fosse accaduto di conviverci,
Giovanni si sarebbe dato latitante.
Resosi, dunque
conto, che Il progressivo ammaraggio dei volatili,
non dipendeva dal suo carico, la causa stressante a
disorientarli, precipitarli, debilitarli, poteva
imputarsi, alla mancanza di libertà,
agli ginocchi
legati, alla privazione dei movimenti e
precipitavano.
L’escursione di
Giovanni, seppure in una situazione inverosimile,
diciamo meglio, precaria per tenerla a bassa
portata, proseguiva tirandosi dietro a strappi, le
giornate, la notte per le ciglia e l’alba, invero
quando s’affacciava sull’orizzonte, rosea, col
ciuffetto di lato,
i radi capelli
reclinati nella nebbia, gli mostrava l’inutilità del
viaggio, di quanto tempo aveva superato, gli
mancavano le forze di lasciare.
Le punte delle
scarpe sfioravano l’acqua, alzavano qualche spruzzo
fino a bagnargli la faccia, era un refrigerio per
respirare, un leggero aiuto per tenere duro, di
lasciare una scia sulle onde e poi, d’intesa con le
altre, arricciarsi e disegnare, pur se in modo
approssimativo, comunque distinguibile, la sua
presenza su quel mare, agli uomini di buona volontà
che per lavoro, notte e giorno, in calmarìa o forza
sette, li solcano, quando d’improvviso, le cicogne,
con dei rabbiosi colpi d’ala, si sollevavano e
risalivano per confondersi nella nebbia, col Signor
clima che manteneva a bada gli elementi, con il
colorarli evitando che liberando l’energia
contenuta, disturbassero il viaggio.
Le linee della
terra, invero restavano invisibili, probabilmente,
tanto distanti che gli risultavano indistinguibili e
gli alti e bassi dei volatili, che riempivano il
giorno e la notte, distraevano ogni orientamento.
Giovanni, si
ripeteva di staccarsi in uno dei ritorni sulla
superficie, guardava le navi che navigavano in fondo
al cielo, cerca, sbircia, gli aerei che
oltrepassano leggeri, osserva qualche nuvola strana,
sbandata, uscire e volare nel cielo sereno, con il
privilegio che vede l’indifferenza e la propria
immagine riflessa, le persone ai suoi piedi, di
fianco, che soffrono per ogni elementare
sostentamento umano.
Giovanni, in uno di
quei momenti, non sentì la presa con i volatili,
si ritrovò sommerso oltre la testa dall’acqua,
d’istinto risalì e sputò quel tanto che aveva
bevuto, ma ritornò sotto tanto che fu indotto
a credere stesse
per affogare, emerse di nuovo e prese fiato, provò
dunque a posizionarsi sul dorso a galleggiare,
alcuni lenti passaggi della lingua sulle labbra, gli
diedero la calma, il respiro dall’affanno. Giovanni,
immerso in quell’immenso liquido blu, cercò di
recuperare qualche riferimento e muoversi. verso, “
si sbarruò “ e si rilassarono le membra ed il
cervello, da non trovare un grammo d’energia, forza
di muoversi, rischiando di colare a picco, una voce
lo chiamò, sentì la nonna accarezzargli la fronte,
allietato dall’affetto, l’adolescenza gli riportò il
giuoco del morto, un sistema usato nelle lunghe
nuotate con la stanchezza che ti assale, giorni di
mare, ragazzi, le vacanze estive, saltuarie,
biennali, triennali, secondo la situazione familiare
del momento, al borgo dai nonni paterni, la
timidezza che spingeva ad evitare i compagni, allora
nuotavi verso il largo, vinto, il bisogno di
riposare e mise in pratica il principio di
Archimede, trasformando la fuga, in un sondaggio
inconscio, alla ricerca della prova, un corpo umano,
la possibilità a convivere nell’ambiente liquido,
rasserenato inseguì il continuo rigenerarsi delle
linee multicolori, i molti giuochi dei raggi
solari, con la superficie dell’acqua, e sotto il
caleidoscopio. Giovanni, cercò di carpire le copiose
frequenze alla luce, dipingersi la vista dei colori
del paradiso e si rituffò ad occhi aperti nel sogno.
La nuotata leggera,
dunque lo riportava a riva, i granellini di sabbia
lo accoglievano
rumoreggiando, sotto gli sguardi amorosi, acquosi
delle ragazzine, si distendeva indifeso a faccia in
giù, s’abbronzava trattenendo negli occhi bagnati di
sale, una dimensione di distacco, la pace degli
sguardi, dunque riprendeva la coscienza e scendeva
al piano, la realtà con la scala metallica di
materiale non adeguato, poggiata su una superficie
inclinata, il rischio e si lasciò galleggiare.
L’assetto, assorbito in un primo momento, per una
causa oscura, incomprensibile, andava perso,
lentamente si rivoltava sul fianco destro,
faticando a ritornare indietro per non bere e poter
respirare. L’equilibrio, rispolverò con garbo la
fisica, testò la legge, una, altre quattro volte
senza risultato, si disse di stare calmo, la mano
legata alla paura, cercò di guardare sotto, intorno,
se magari, un pesce tamburello, l’avesse preso di
mira e gli stesse giuocando un brutto scherzo,
spingendo il suo corpo, ma nel raggio di due, tre
centinaia di metri, addirittura di chilometri
quadrati, non si alzava una pinna, dunque esclusa
questa presenza, cercò di non preoccuparsi, lanciò
uno sguardo di sbieco verso il cielo, che non
riusciva a stare fermo e nel ritornare a faccia in
acqua per cercare la stabilità che voleva, colse con
un occhio, il cielo pronto per una festa, indossava
l’abito da grande serata, blu, lungo fino alle
caviglie, con le stelle lucidate, a impreziosirla,
insomma una meraviglia, ecco un’ultima, leggera
pennellata sulle gote, sta terminando di prepararsi,
sciolto il colore, l’ha messo dove le piaceva,
s’accarezza il corpo, le stelle si fanno più vicine,
sono belle, è scintillante e s’affaccia orgogliosa
sul mare.
Giovanni, stanco,
sfiduciato, allungò le braccia e rimase incredulo,
sfiorando il fianco con la mano destra, toccò,
dunque gli sovvenne che sotto la cinta dei
pantaloni, negli appositi attacchini di stoffa,
tratteneva in sicurezza, gli attrezzi di lavoro,
martello con tenaglia, lo scalpello che sfilò con
cura e con rabbia, lasciò calare a fondo, un sospiro
di sollievo, altri due, un sorriso e trovò il
galleggiamento.
Le onde, dunque
avevano accettato il corpo supino e lo cullavano con
amorevolezza, il moto armonioso, la leggerezza dei
movimenti arreca alle membra di Giovanni, un grande
sollievo che si distrae, lentamente socchiude gli
occhi, il sonno svelto gli corse incontro,
Giovanni non riuscì
a sottrarsi e si abbandonò, preda incosciente. La
festa nel cielo, con la sua bellezza sfavillante,
rese nell’assoluta o quasi indifferenza, domiciliati
in partenza e qualche altro, arrivato in attesa di
residenza, altri, indistinguibili al momento, e pure
Beati e Santi, ed ecco che un carro traballante,
venne fuori dallo squilibrio che si era creato,
attraversò la dimensione di competenza e scivolò
con le correnti. nell’area visibile, intorno non una
nuvola, nelle onde, il silenzio, avanza
singhiozzante, disarmante, andava e rientrava dalla
rotta stabilita, un ubriaco che non era fornito
dello strumento della vista, dunque raccoglieva quel
che gli veniva incontro, parava davanti, gli
ombreggiava, che scorgeva, non sapeva l’appartenenza
e la natura, dunque sciolto senza i dettami propri,
del regolamento, passando sull’acqua imbarcò, issò a
bordo, Giovanni, e poi s’infilò,
per attrazione, in
un canale stretto, ancora più sbrindellato del
carro sul quale aveva tratto, attraversando la
città, Marco Rego, ragazzo di circa dieci, undici
anni, caduto da una vecchia scala, un incidente
Giovanni, senza
alcun discernimento e d’altronde non era previsto,
fu depositato, disteso nella posizione supina del
morto apparente, in una nebbiolina gialla,
nell’estrema periferia, il ragazzo esamine per
terra, nei pressi del Tribunale per i minori, in
una luce bianca.
La faccetta
paffuta, il nasino a patata e la testa coperta di
riccioli con una macchia nella parte sinistra della
nuca, dando al biondo una sfumatura ramata, con
negli occhi castano chiaro, lo sguardo corrucciato,
di chi ha scoperto troppo tardi ed in modo
irrimediabile, d’avere commesso un’imperizia
madornale, incuriosì il Missionario Padre Crispino
che uscendo dalla nuvolaglia gialla, che l’
avvolgeva lo speronava con la barba aggrovigliata
con fili di sterpaglia, lo vide con l’occhio
sinistro pigro e gli si avvicinò, s’inginocchiò,
l’esaminò e non riscontrando alcun male, gli
accarezzò i capelli e sulla faccia, gli lasciò un
buffetto incitandolo a svegliarsi e svelto, con la
rabbia che tentava di sopraffarlo, si diresse senza
guardare indietro, verso il portone colore rosanero
con velature bianche e verdi, del grande palazzo a
fronte, nel quale, al millesimo piano, la triade
Sanctorum detiene il monopolio e stabilisce secondo
Giustizia, l’accoglienza. Marco Serio, al pugnetto
di Padre Crispino, aprì gli occhi e si alzò, si
mese in attesa, con il piede destro contro un
muretto, una striscia bianco lino, il sinistro
piegato e le mani, appoggiate a delle listarelle
sfrangiate, meno chiare, a sinistra dell’elefantiaco
edificio insistente su delle mura di nebbia grigia,
una cupola grondante di luce verde, sfavillante, con
delle linee dolcissime, caratteristiche, di
architetti, certo attribuibili a grandi artisti,
forse divini, sicuro molto illuminati.
Il ragazzo, un
semispiritello, non ancora formalizzato, di quella
luce oscurato e del luogo non pratico, inconsapevole
di quella posizione, rimase in attesa, ad aspettare
che venisse liberato da quell’insolito stato, che
accadesse un evento risolutivo, diverso e pure
divertente La Cupola sembrava ribollisse, forse
Padre Crispino, con l’ irruenza del suo carattere
rude, voleva che si stabilisse la sua collocazione,
che gli venisse assegnato, almeno il livello nel
quale soggiornare. Marco Serio, stanco, annoiato,
ad un tratto, per scacciare lo stato comatoso che
l’immobilità gli arrecava, incitato dall’innata
curiosità di conoscere il luogo di sosta, non
riuscendo a tenere a freno l’età, socchiudendo gli
occhi, girò lo sguardo, scese il gradino, assunse
una posizione trasandata, ribelle ma rispettosa, si
eresse in schiena e lemme lemme, danzando sui
piedi, sinistra e destra, s’allontanò dal perimetro
nel quale era stato allocato e camminò, corse e
volò. Il bighellonare a destra ed a manca, senza un
riferimento, un ponte od un altro che si voglia
puntello nello spazio infinito, non soddisfa la sua
voglia di conoscenza, non cambia il desiderio e lo
ridisegna. La città biancastra si allungava e si
perdeva senza tracciare confini, invero candide,
basse colline, spuntavano qui e là, gobbe di nebbia
evanescente, alcune si lasciavano inglobare dalle
inseguitrici, altre proseguivano mantenendo un
profilo basso, dunque si gonfiavano assumendo
perfino la forma di una montagnola, ecco che
l’altezza, invero li accendeva per spegnerle e
metterle a sedere, in un giuoco birichino, una
naturale inclinazione dei mediocri, tristi figure,
umide, vanagloriose, che ne uscivano riottose e si
mettevano in cammino, l’abbraccio della luce, a mano
che s’allontanavano, si faceva tanto potente, forse
un segno premiante? che si confondevano, altarini
che sparivano, altre che cambiavano strato, alcune
altre migravano, percorrevano un itinerario mediano,
accucciate, par che andassero a perdersi oltre la
nebbia, invero la definizione, è impropria, la toppa
è strapiatta e pur restando sul posto si rendono
invisibili ed operano Il territorio è
un’ipotetica distanza, la misura è uno spazio,
disegno bianco, un’incognita che esprime una ridda
di canti, melodie, voci gioiose, perfino squillanti,
risate di colori, di fiori, di sbuffi ingloriosi,
di notifiche inusitate, di giuochi scombinati che
calcati su una lucida piattaforma, fanno intendere,
di non esistere, invero non dichiarano nulla, ma
raccolgono il consenso popolare, la panacea della
paura.
Il ragazzino,
gironzolando, a tratti, si gira e dice il suo nome,
Marco Sesio, alza la mano destra, altre la sinistra
e saluta, evidentemente oltre, vede qualcuno
eseguendo ed interpretando i movimenti, segni di
locali, di residenti in quei luoghi, a lavoro nei
campi, dunque colà presenti, in movimento, ove a
lui non è concesso alloggiare, serve un permesso per
accedervi e comunque oltrepassare la dimensione per
andare a fermarsi su un livello che lo rende leggero
per cullarlo. L’autorità autonoma di quello status,
invero ha bisogno di accertare l’adeguatezza del
passaggio, vagliare i peccati e la bontà, se adatto
e dunque ad essere assunto, ed il risultato, è il
frutto di un esame laborioso e complicato, la
burocrazia coinvolge una pletora di Santi
Il comportamento di
Marco Serio, invero è basato su ingenue burle, e
transitando davanti, nei pressi di un tavolinetto
inavvertitamente fosforescente, o meglio di un paio
di ciabatte gialle, fuori dal luogo deputato, in
evidenza, oltre lo spazio di pertinenza, non gli
sembrò vero, oltre il confine, la monotonia era
raccapricciante, e vi si tuffò.
Il Ragioniere
Speziale, era il titolare delle ciabatte gialle, gli
davano una tale leggerezza che si era appisolato
scivolando con i piedi fuori dalla pedana situata
sotto la scrivania ove stava a lavorare.
La geometria delle
linee, a mano che proseguiva, assumeva forme
latenti, similari a strade che si diramavano, a
piazze senza una pur piccola buca, vuote, in
giardini contenenti ai bordi lastre di ghiaccio
che a brevi
intervalli, in una danza argentina, evaporavano
miscele colorate, flussi, getti che dal bianco
diventavano azzurro, poi giallo ed infine verde e
rosso, assumendo le forme di campanule giganti.
Un montagna bianca
ecco che alza due o tre capocchie di ghiacci eterni,
trasparenti nella sostanza, che improvvisamente,
implode su se stessa e si mostra nuda, apparve
dagli strati una figura viola, eretta su una specie
di graticola, sopraffece e cancellò il panorama che
pur nella fragilità, esprimeva una bellezza
delicata, la memoria
di un evento
verificatosi ma non compiutosi, strozzato sulla
strada.
Marco si rese
conto, di non conoscere questa descrizione di stato
studiato a scuola, s’accorse di stare in una
dimensione molto strana e d’essere rimasto senza
compagnia, i riferimenti, segnali, elementi,
cancellati, era una diversità, non proprio
accattivante ma comunque senza alcuna prospettiva,
si girò a guardare la desolante uniformità, colse
assiso sulla superficie e fin dove poteva allungare
lo sguardo, la massiccia presenza di un allucinante
silenzio, si mise ad origliare mostrando
indifferenza, alimentando a piene mani, la inutile e
stolta solitudine eppure attendeva e creava, stava
allerta, la mente lavora, elabora, qualcosa deve
accadere e si preparava, accetta una sfida, insomma
la risposta doveva essere pronta e nell’occasione,
s’involò
Il giovane Marco,
osservava le ciabatte gialle che teneva nelle mani e
pensò al segretario Ministeriale che dormiva, mentre
era al vaglio, la decisione sulla sua posizione, la
sentenza sulla sua destinazione, e sorrise,
levargliele, era stato un atto spontaneo, lo
immaginò, vide la posizione della testa reclinata
sulla scrivania, le braccia ripiegate su se stesse,
con le mani una sopra l’altra a tenersi i gomiti, la
testa ed il piede destro a cavallo della caviglia
sinistra, con il tallone fuori immerso in una pedana
fumante, l’altro appena lambito, di leggere carezze,
lo scenario, gli ispirò lo scherzo, si gliele
avrebbe riportate,
di ritorno per
ritirare il responso, gliele avrebbe ridate con le
scuse
In quel deserto,
dunque si ritrovò con lo strumento in mano, certo
qualcosa da trasformare in un elemento divertente,
la sua salvezza a quella noia mortale, non aveva
nulla di che e capovolse la piatta uniformità,
decise che doveva assumere un segno diverso, il
senso di compagnia, di gioia, e con inventiva,
infuse la bellezza, il sogno.
Il bisogno di
distrarsi, gli apparteneva, insomma doveva scacciare
la solitudine che lo debilitava, le ciabatte, vi
cercò un’ispirazione, doveva escogitarsi un giuoco
graffiante e per sottrarsi a quanto, s’inventò un
campo di calcio, indirizzò nella mente, le
convocazioni Lo spazio non era invitante, allora
organizzò una partitella, quattro passaggi coi
coetanei. una porta, a presidiarla Francesco
Bottaro, sulla linea mediana Salva Vecchia, Parisi
Giacomino e Nino Solato, Marco si scelse l’ala
destra, a sinistra vi collocò Turinnu Buffardeci e
la palla cominciò a saltare dall’uno all’altro, in
un bel crescendo.
La domenica, per le
feste o nei pomeriggi, in piedi con le braccia
conserte, dietro la porta, seduto, coricato
sull’erba, non lasciava nulla al caso, osservava i
grandi giuocare, imparava ed eseguiva nel chiuso
della mente, contro il muro che sorreggeva la
ferrovia.
Il giuoco,
esprimeva una passione infinita. una classe
eccezionale, guidata, ragionata, esprimeva lo
scibile del calcio mondiale, infuso nel passaggio,
un calcolato colpo di tacco, un altro, un
pallonetto, un lancio millimetrico, l’elevazione
adeguata, a colpire con la testa con potenza
misurata, la palla nell’incrocio, sotto la traversa,
i pali, invero Bottaro ha spiccato un gran volo, le
lunghe leve a braccare, abbracciare il pallone, il
suo bambino che la moglie aveva partorito.
La dichiarazione di
guerra è costruita di false accuse, un contorno di
parole, per fare credere a chi sta ad ascoltare che
voleva la pace, ha cercato in ogni modo, con ogni
mezzo di evitarla, la storia riporta la verità, i
fatti sono nei documenti, le prove, la scrittura, i
compagni, schiavi dello sguardo, ingannati dalla
bassa statura, dall’apparente robustezza, lo
chiamavano Malento e lo respingevano, diffidavano
della pesantezza, non intendevano accettarlo, non
gli davano peso.
Marco non si
arrese, soffriva e preparava il suo attacco nel
silenzio, determinato a superare l’ostacolo, saltava
in strada con decisione, la consapevolezza della
pratica di cavalcare un cammello, rinviato
ritornava indietro, un salto acrobatico, montò in
groppa dalla testa, si girò sulla gobba e palla al
piede volò, sull’ala destra, entrando nell’area di
rigore, una finta, un passaggio, un lancio a
pallonetto sotto Bottaro, un colpo di tacco, il goal
è stato segnato, un gollazzo, preparato con la testa
e confezionato col piede destro, la squadra, lo
volle, lo chiamò, entrò nelle mani a stringersi sul
petto, eseguito il rito, insomma fingendo nella
semplicità dell’esecuzione una fatica immensa,
raggiungeva la zona, scivolava verso il basso, a
ricevere gli applausi, espressione, passione, la
gratificazione del giocatore.
Le ciabatte sulle
orecchie, ripete l’operazione, scivola sui ginocchi,
tira dalla tasca, una scatola di latta, l’apre e vi
estraeva una zolla, un quadratino di ghiaccio
eterno, è ovvio trafugato nelle prossimità di un
giardino pensile, dunque intendendosi premiare, lo
introduce in bocca, lo arrotola nella saliva, lo
scioglie e confeziona la pallina, allora sorride, è
soddisfatto, apre a canalino le labbra e la espelle
nel cavo della mano destra, ruota sul piede medesimo
e dunque con calcolata perizia, la lancia in aria a
prolungamento del giuoco nell’infinita tenerezza
dell’innocenza, senonchè qualcosa succede, accade
che lo spazio, improvvisamente, si lancia in un
forsennato galoppo, per un ripido crinale, un
bagliore celestiale aprì il fianco destro, uno
stretto canalone, gonfio di fuliggini rosse,
trascinandovi Marco di peso, che invero era
incalcolabile e scivolò nella scarpata, nella zona
bassa della volta, in una striscia che non è ancora
terra, insomma non identificabile, i riccioli
imbrattati di sangue assunsero l’aspetto ramato, sul
ciglio del dirupo, in segno del suo passaggio,
lasciò appese le maniche della maglia che staccate,
svolazzavano, affannosamente tentavano di prendere
il volo senza poterlo seguire
Marco, detto lento,
frequentava la seconda media, ogni mattina, con il
sonno penzolone sulle ciglia, s’alzava, non voleva
subire richiami, s’affrettava a preparare la
colazione, la cartella e lavarsi.
La mamma e papà
andavano a lavorare molto presto, l’oscurità
dettava i movimenti, un boccone, di corsa per strada
che l’autobus non aspetta, non è salutare mancarlo,
dunque Marco restava solo. Quella mattina non era
contento, si sentiva triste, i piedi gli davano
fastidio, gli creavano parecchia difficoltà nel
camminare, ed allora prese un pugno di minuti e
scrollarsi di dosso quel male mattutino, mettersi in
sesto recuperare il tempo, percorrendo di corsa la
strada
L’effetto
dell’acqua lo rese più libero, ma venne il gattino,
miagola, reclama, ha bisogno d’uscire, lo accompagnò
nell’angolo riservato del giardinetto che circonda
la casa, lo seguì nell’arrampicamento, gli corse
dietro e passeggiò sul tappeto ghiaioso, invero
s‘attardò, corse per recuperare, ma doveva comprare
il panino, allora entrò nella bottega sottocasa, in
attesa che l’anziana Signora lo infarcisse e lo
avvolgesse nella carta, notò sullo scaffale il suo
quadernone, che da tempo doveva comprare, però
soprattutto le nuove figurine.
Il cancello
d’ingresso era chiuso, presentarsi con un’ora di
ritardo
o quasi, era
inconcepibile, richiedeva sottoporsi a tante
domande, dare spiegazioni a guisa di un malfattore
che ha rubato o peggio ucciso, significava evitare
lo scontro verbale con Ottavio, il bidello,
il mastino
napoletano, il cugino della nonna paterna, dunque
aggirò l’edificio scolastico per raggiungere il
nascondiglio che i compagni, a volte usavano per
marinare la scuola, ed una volta partecipato.
Marco intendeva,
comunque studiare, non visto, seguire le lezioni, ma
ecco che ad un tratto, da sotto la siepe, due, tre
cani di grossa taglia, a guisa di belve feroci,
affamate, i denti fuori dalle labbra, senza
museruola, sicuro non bastardi, di bell’aspetto,
sbucarono dai cespugli ed al galoppo, puntando
decisi verso, alla sua volta, Marco si sentì perso,
forse maledì il tempo perduto, per essersela presa
comoda, cercò una via di scampo, corse verso la
vecchia, mal messa, abbandonata, fatiscente
costruzione, del Monopolio,
con la forza della
disperazione s’avventò su per la scala di legno.
Gli anni trascorsi,
aveva preso corpo, un progetto di demolizione,
invero i fondi andarono distratti, la mancanza di
controlli, nascose
l’urgenza,
l’incoscienza dei ragazzi la trasformò in un parco
giuochi, la pioggia, il vento, a volte, nei
pomeriggi vuoti, dopo avere studiato, prima di
sera, li spingeva a riparare nel salone a giuocare a
carte, oro e primiera, a fare il mercatino delle
figurine, i genitori sapevano, conoscevano il luogo,
invero ognuno relegava il problema al cielo, nelle
chiacchiere, proteste momentanee, incastonati nei
bisogni quotidiani, s’affidavano alla sorte, il
prete nella chiesa, nel sermone domenicale affollato
delle autorità, non un cenno, un rimproverino, non
si è mai permesso, un richiamo, non una parola, la
pericolosità.
Il crollo della
scala, colse Marco nell’atto di calciare un gran
destro, sul muso di un cane che lo teneva in bilico
sul gradino, s’avvicina il proprietario degli
animali, la vista lo sollevò procurandogli la
perdita dell’equilibrio, tentò di spiccare un
salto, ma cadde sull’impiantito che incorniciava con
mattoni fiorati, della centenaria scuola locale
di ceramica, il
piede sinistro privo del mocassino rimasto
incastrato nell’incavo della scala, una lieve ferita
alla testa, il Pronto Soccorso dell’Ospedale
periferico, era affollato, uno sguardo sommario,
sosta nella barella in corridoio, in attesa del suo
turno, non viene dimesso
La destinazione di
Marco, doveva essere il terzo piano, uno, due colpi
alla porta, bussare, entrare in classe, scusarsi per
il ritardo.
Marco, non aveva
nulla da temere, non era un ritardatario abituale,
una o due volte, era amato, considerato, apprendeva
con facilità,
gli bastava un
quarto d’ora e la lezione era pronta, bella,
elaborata, avrebbe subito un’ammonizione, un
richiamo simbolico, occupato
il suo posto ed
assistere alle lezioni, con il solito impegno e
serietà, invece no, la timidezza e la paura, insomma
vinsero sulla volontà. Una mattina imbastardita che
si è messa di traverso ed ha imbastito una
persecuzione, su un ragazzo che ha commesso una
colpa lieve e proseguito la corsa verso un’incognita
assurda e caduto in mano ad un trasportatore che ha
la conoscenza della pena, invero i cani hanno
interpretano male i segni, di sicuro secondo la
buia visualità dell’istinto, invero coadiuvati,
meglio sopraffatti per quasi una totale percentuale,
dal fatidico errore umano, male addestrati, lasciati
soli, aggrediscono chiunque, hanno aggirato,
ingannato, preso possesso della mano del padrone che
crede nella sua super arrogante virilità.
Marco che non ha
rispettato l’orario, non ha saputo porvi un rimedio
ed i riccioli biondi, il sangue freddo, raggrumato
hanno fatto il resto. L’emissario in transito, privo
della lucidità dovuta, non ha controllato e l’ha
prelevato, è il suo lavoro, l’anima che tende a
salire è andata
I cittadini si
dichiarano disperati, lacrime, preghiere riempiono
l’aria, veleggiano in fondo al corridoio,
appoggiati, seduti, la responsabilità è dichiarata
estranea, a volerla conteggiare, ognuno ha la sua
parte Il cortile dell’Ospedale, viene trasformato
in fiera cittadina, gli scarti del pensiero, sono
posti nelle celle, gli interessi occultati, la
vendita, espletata sottovoce, il mercato produce e a
contrattazione legittima
Il Santo Beninato,
che stava inoperoso all’imbarcadero, osservando
incantato il
passaggio del lampo di luce, stizzito, ebbe a
lamentarsi della concorrenza sleale, delle regole
disattese, della circolazione dei tanti abusivi che
si credono impunibili, gabbano questa Giustizia ed
esacerbato ebbe un moto convulso, strabuzzò gli
occhi, dei piedi e delle braccia perse il controllo
e fu indotto a rivoltarsi e dichiararsi,
prigioniero, oltremodo non avrebbe sopportato a
lungo la posizione.
L’autorità non è
supposta, è cosciente che l’imbarcadero abusivo lede
la sua onorabilità e degli abitatori del cielo, si
sentì defraudato Il Santo Beninato, intascò la
vecchia pipa spenta, ed armato di sana rabbia, di
chi ha sempre lavorato e non si è mai tirato
indietro, lesto per la leggerezza che conservava,
salì in sella alla bicicletta verdina e si mosse
verso il palazzo ove è la Residenza dell’alta
presidenza nelle visite alle circoscrizioni,
intendeva recuperare il diritto di status La
situazione, non conosceva parole, un incomprensibile
fenomeno verificatosi, l’analisi evaporava in bocca
e restò a guardare, cercare il significato, insomma
non intendeva denunciare e se ne mortificò, la
richiesta di certezza, stava alla base della
tragedia e contribuiva a renderlo furioso, gli saltò
agli occhi, un’ipotesi di lettura della luce.
L’ordine inclinato andava ripristinato, l’infinito
non usava differenza,
insomma il
trasferimento di un passeggero non ammette urgenza,
l’emergenza, contiene un errore commesso, anche se
involontario, il salto abissale è un intoppo nei
collegamenti, pregiudica l’esercizio
Un ragazzetto,
occorre sanarlo, l’anima non è un trofeo, un ordine
violato da ripristinare, è una vela esposta al vento
che va rinforzata.
Il ragazzo
Marcolento, aveva l’urgenza di ritornare nella sua
terra, ritornare a scuola e riprendere a giuocare al
pallone coi coetanei.
Il Santo Beninato,
responsabile dell’imbarcadero, origliò, guardò,
chiese, ma non afferrò del tutto cosa fosse
accaduto, la situazione si presentava molto confusa,
nel parapiglia si scontrò con l’amico, compagno
d’armi, Santo Palillo, andava di corsa e quasi lo
scansò, comunque ritornò indietro e si fermò quel
tanto, per cortesia e dirgli in sostanza, che un
carro ha turbato l’equilibrio, bisognava riportare
ai gradi esatti, nei parametri, i prelevamenti,
riprendere l’antica linea e costruire una bolla con
l’incarico di ospitare il ragazzo, raggiunta la
destinazione, evaporare e dunque cancellare l’errore
per evitare che altri ne potessero accadere, che S.
Volta, venisse a conoscere del malgoverno,
inclinandone la fiducia e ne perdesse la pazienza.
Marco, dunque
trafugando i sandali gialli, al ragioniere del
Palazzo ministeriale, aveva creato un turbamento,
per divertimento, il lento movimento del corso,
appalesatosi, mise in dubbio la sbandierata
infallibilità degli Angeli e dei Santi, della
pletorica pia associazione.
Il Ragioniere
Luciano Speziale, insomma doveva affrettarsi,
operare con cautela e saggezza, acchiappare il
fuggitivo, riprendere i calzari e ricoprirsi i
piedi, dunque tornare nella posizione di riposo, la
testa reclinata sulla scrivania, cancellare il
passaggio di Marco, comporre l’inconveniente,
procedere in modo tale da non nuocere al sistema,
onde evitare che S. VOLTA, venisse a conoscere della
leggerezza,
perdesse la
pazienza, togliesse la delega, pure per andare a
pesca.
Il ragioniere
Speziale, dunque doveva escogitare un piano insolito
e dopo tanto ragionare si convinse che l’unico era
molto periglioso, sconsigliato per l’alto rischio,
comunque praticabile per casi urgenti. Questo
sentiero secondario, alla fine lo conduceva, sotto
la striscia, dunque doveva scendere sul margine di
sinistra della crepa, saltare il vuoto che si era
aperto, arrampicarsi sull’estremità superoinferiore
della linguina, ove si trovava il ragazzo e
convincerlo, con bei sogni speciali, luci
suggestive, anche giuochi fantasmagorici, la
necessità aguzza l’ingegno, insomma distrarlo,
qualsiasi cosa, pur di ritornare in possesso del suo
salva posto, delle care, preziose ciabatte gialle.
Il regalo d’addio
della zia che gli aveva fatto da madre, l’ultimo
ciao prima della dipartita, le ciabatte, l’avevano
accompagnato, il viaggio non aveva dato alcun
fastidio, allo sbarco, il Santo Beninato, invero non
riuscì a prenderlo per mano, ecco che lo trovò
avvolto a cerchio ai piedi che pensò fosse la corda,
la cima d’attracco all’imbarcadero che il Santo
Corlao per burlarlo, aveva lasciato che si
trascinasse con l’anima arrivata, il Ragioniere
Speziale,dunque calzò le ciabatte che si era
ritrovate in mano, e si mise in piedi, grande fu la
sorpresa quando il Santo Beninato, scansato il
pensiero del Collega Corlao s’accorse dell’anima in
attesa e guardò a terra, dunque s’accarezzò i
capelli in alto sulla fronte e ridendo sotto i baffi
allertati, trotterellò verso il Santo Verbano che
s’inalberò appena gli presentò l’anima.
Il Ragioniere
speziale, non sapeva stare senza le ciabatte gialle,
erano diventate la sua salvezza, non poteva farne a
meno, luoghi simili, crederci sembra impossibile,
invero per esistere, richiedono questi attrezzi, era
incredibile la loro capacità salutifica, riuscivano
a sollevarlo dalla
sonnolenza comatosa, che una moto di grossa
cilindrata gli aveva concesso in dono, cacciandolo
dal loco in terra.
Il Ragioniere
Luciano Speziale, in una tiepida serata, di fine
ottobre che annoiato si crogiolava nei lunghi
riverberi del mese precedente, con i lampioni che
cercano di riempirsi di luce, piano e senza fretta,
un passetto dopo l’altro, passeggiava
tranquillamente, con le mani, l’una sopra l’altra,
intrecciate sulla schiena ed il cappello sossopra a
giocherellarci, prolungando con lingua e palato, il
gusto del caffè sorbito pochi minuti prima,
all’impiedi, col gomito sinistro poggiato sul
bancone, guardando, non è detto, distrattamente la
televisione, al Bar gelateria Pino, lungo il viale,
al centro del largo marciapiede e pure protetto da
una lunga e robusta fila di alberi di Palma, aranci
e mandarinetti giapponesi, due o tre eucaliptus,
ecco, ad un tratto, la due ruote, sbanda e s’incunea
in un esiguo spazio, prendendolo in pieno,
trascinandolo, catapultandolo in un circuito che
l’acrobazia più spericolata che alla scuola di
ingegneristica più avanzata, risulta irrealizzabile,
per decine di metri che impegnò oltremodo i
volontari del 118, i Carabinieri accorsi che
l’ambulanza correva con le sirene spiegate, con la
cartelletta ed i fogli del verbale
semiscarabocchiati, con segni demenziali, non certo
caratteri chiari, a mettere un punto fermo, insomma
gli esami immediati con i primi riscontri
strumentali, indussero la direzione Sanitaria, i
Primari del Presidio Ospedaliero, I SETTE NANI, le
mani infilate nei guanti gialli e la testa
ricoperta, nascosta in una fantasiosa salvietta, con
un sorrisetto velato, serio o faceto, a secondo
della persona che ascolta, guarda, a dichiararlo
cerebroleso, una proforma e burocratica,
riservandosi una ipotetica prognosi da sciogliere
nei giorni successivi, intanto era monitorato. Il
protocollo medico era stato rispettato, s’era fatto
quanto possibile.
Il Ragioniere
Luciano Speziale, appena gli addetti chiusero la
porta alle loro spalle, rimasto incustodito, con una
cura non immaginabile, addirittura maniacale,
ispezionò il salone, i letti e le persone distese
che intubate lo circondavano ed ecco che un tratto,
una mosca nera e grossa, di sicuro incinta, con
inaudita sicurezza, di tale medesima impertinenza,
tentò d’introdursi in bocca, questo lo scosse nei
piedi e decise che urgeva smaltire la maledetta
cannonata che la velocità delle due ruote gli aveva
buttato addosso, dunque per non portarsi dietro, i
peli col cerotto, evitando di farsi male, con
metodo, cautela, lentamente, stringendo i denti, si
liberò pure dei laccioli di plastica che tenevano
sotto controllo il suo corpo, allo stesso modo, si
alzò dal letto e s’allontanò oltre la porta di
alluminio anodizzato con vetri di plexiglas, nel
grande terrazzo che gli apriva le braccia con
affetto. L’aria gli venne incontro e lo abbracciò,
aveva bisogno di respirare odori diversi, più liberi
e variabili, insomma meno stagnanti di quelli che
circolavano nella stanza ospedaliera sigillata, con
quella mosca che spadroneggiava infierendo sulle
persone distese, il petto nudo, indifese e
dicendosi insofferente a quella odiosa prigionia,
allungò le mani ed a fatica ma con determinazione
s’aggrappò ai primi tre raggi di sole, splendenti
che lo aspettavano emanandogli una luce sempre più
forte che a mano diventava più luminosa, quasi
bianca ed alla chetichella e lasciando la porta a
vetri aperta, salì nel cielo.
Il Santo Cardeno,
addetto alla sistemazione dei passeggeri, lo vide
arrivare, l’annusò e senza chiedergli nulla, accettò
la sua presenza, L’esperto, ha compreso al primo
contatto, la spirituale trascendenza di Luciano ed
il motivo, il desiderio di sottrarsi alle inutili
sofferenze, all’accanimento terapeutico, preferendo
cambiare residenza e luogo di lavoro, dunque senza
indugio, fu traslato oltre la nuvola superiore dello
stato medio, insomma gli fu concesso di risiedere
nel Castello adiacente la quarta Loggia, silenziosa
e tranquilla, una dimensione d’osservazione, dove
l’eterno traffico è vuoto, il tempo non è debito.
Il Ragioniere
Luciano Speziale, è probabile che fosse occupato,
aveva per le mani un’operazione alquanto scorbutica,
la messa
a punto, la
sistemazione di quei conti, lo tenevano in
apprensione. Ogni Santo e Santino, plenipotenziario,
amavano fare beneficenza, miracoli, ma le guarigioni
e quant’altro ha un costo, lui costretto
a stringere,
tagliare, si privava del necessario, a volte
soccombeva, dunque non è difficile immaginare che
abbia avuto una percezione, magari leggera, del
transito del ragazzo, vi abbia dato uno sguardo,
furtivo, incurante, distratto dalla soluzione degli
ammanchi, il buco lo preoccupava, quando non
riusciva ad individuare la via d’uscita, restava
inchiodato sulla scrivania e non capì, si stava
appisolando.
Il capo gli era
diventato troppo pesante, forse si era
materializzato, dunque non potendo alzare la testa,
non riuscì a seguirlo, non vide, invero col senno
del poi, capì che quello spiritello appena arrivato,
non contemplava i crismi connessi agli abitanti di
uno stato beato. Questo spazio è incorniciato, con
simboli specifici che distinguono gli abitanti di
questo regno, il territorio è inconsistente,
purificatore.
Marcolento, dunque
privandolo dei calzari, dei sandali gialli, regalo
della zia Concettina, lo precipitò nel disagio più
assoluto, fu travolto da una sensazione di perdita e
s’irritò, si sentì abbandonato, inutile. La zia
Concettina, invero aveva cercato di essere una buona
madre
che la sua era
morta mettendolo al mondo, con padre sconosciuto,
rimasto ignoto, la nonna lo allevò alla meglio, la
sua morte, lo affidò alle sue cure, lei rimasta
nubile, lavoratrice instancabile, le giornate e
buona parte della notte, che le volavano dalle dita,
faceva fatica.
Nel tempo libero,
quanto poteva se lo tirava dietro, visitava famiglie
bisognose, tentava di aiutare la comunità, faceva la
carità, a case conventuali, regalava la roba
invenduta, altro che altrimenti finiva in discarica,
dunque borzate di verdura fresca, frutta, ogni
alimento di deperibilità con l’aggiunta mensile di
una offerta solida, in denaro. L’apertura del
mercato, la vedeva con il furgone sul cancello,
pronta ad entrare, arrivava la prima ed era l’ultima
ad andare via, sul posto non lasciava una foglia,
una cassetta abbandonata, puliva tipo casa e meglio,
dunque della giornata, non gli restava un minuto in
mano, e le faccende domestiche, insomma le ciabatte
gialle, la consegna dell’ultimo saluto, col treno in
partenza, l’amore, che avrebbe voluto dargli,
l’ultima carezza, una dolcezza che manca, ed è
troppo tardi. Luciano, senza le ciabatte, era come
fosse senza piedi, non sapeva dove metterli, dunque
privo dell’attrezzo personale, non camminava e si
ritrovò, per un abbandono involontario, per mettere
delle pezze in buchi profondi, a cercare in mezzo
alla nebbia un tale birbantello.
Il diploma in
tasca, un giovane in cerca di lavoro, senza il
cartellino del riscatto, in balìa di un tornello
martello, vessato da una richiesta
di appartenenza
politica, invero sotto il ricatto di quattro
fannulloni, politici, intesi amministratori-padroni
della cosa pubblica, alla ricerca di una referenza,
l’insostituibile raccomandazione, una protezione,
insomma il padrino, a nulla gli è valsa la
preparazione, fu stracciato. Il Ragioniere Luciano
Speziale, dunque non intendendo, in essere ascritto,
alla categoria dei nullafacenti, accettò la sfida
del sistema, si armò, con responsabilità, s’inventò
un mestiere da marciapiede. Ascendendo a migliore
esistenza, senza “ l’aiutino, “ salì gli scalini,
tanto vituperati, diciamo senza intermediari,
comunque l’incontrario che in realtà, gli era stato
richiesto, che ad un uomo vissuto onesto, fa venire
la pelle d’oca, appena in cielo aveva ricevuto, la
scrivania con poggia piedi, in cambio dello scanno,
l’inconveniente, la nebbia, l’umido ai piedi,
comunque considerava d’aver vinto una battaglia,
senza spazio e confini, dunque scoprire ad un
tratto, un ragazzetto, per giuoco gli avesse
sottratto, i Salvapiedi, i pilastri fondamentali
della sua posizione, mettendo in pericolo,
l’invidiabile collocazione in seno alla comunità
dove il silenzio, la serenità regnano sovrani, lo
turbò, lo sconvolse fino al punto d’abbandonare la
sua scrivania. Il Ragioniere Luciano Speciale,
svolgeva la professione di sbriga faccende, con un
tavolinetto di compensato, ombrello e mantello
di cerata in
inverno, quel che gli capitava sottomano d’estate,
sotto il portone d’ingresso degli uffici comunali,
sbarcava il lunario, invero per celia si beava di
dire di occupare un posto pubblico, ma privato
l’impiego, dunque le ciabatte gialle, oltre ad
assicurargli la stabilità, gli tenevano lontana,
l’umidità dai piedi, dunque la loro sottrazione da
parte del biondino, fu uno scherzo mastino,
saracino, non poteva accettare, in alcun modo, si
giuoca col bisogno e s’alzò d’imperio.
Il Ragioniere
Luciano Speziale, partì con l’intento di
raggiungerlo, afferrarlo per un orecchio, sottrargli
le ciabatte e sgridarlo sottovoce Il balzo
perentorio e sproporzionato, invero lo spinse oltre
la parete bianca, scombinò e perse la traiettoria,
faticò parecchio a rientrare nel perimetro
progettato, dunque trotterellando sulle soffici
strisce, ed alla velocità acquisita, gli scivolò
alle spalle senza che il ragazzo lo notasse, saltò
sui piedi per afferrargli con destrezza il
padiglione
e s’accorse che
sulla nuca, il biondo dei capelli, era scuro,
cosparso di una macchia rugginosa, restò a guardare,
poi incuriosito, allungò l’occhio per esaminare
meglio, invero scorse la ferita e si spaventò
vibrando in modo inaudito, in quel che ospitava la
piramide nasale. Il manto candido, le strisce
irritate, gli cedette sotto, ebbe un lieve
mancamento, indietreggiò, non riuscendo a mantenere
l’equilibrio, s’afferrò all’aria che gli sollecitava
i fianchi, una maldestra giravolta, per evitare di
squarciare l’agglomerato, andò oltre il terzo
bastione, senonchè si riportò metà in avanti, invero
acquisì l’effetto contrario, con un’inclinazione non
quantificabile, con un urlo raccapricciante, cadde a
destra, creando una bolla silenziosa, che fuori, in
territorio sconosciuto, con un indice di risonanza
alquanto diverso, divenne lo scoppio di una bomba a
cielo sereno, una svolta non prevedibile che lo
mandò ad infilarsi, in una strana orbita, andando a
cozzare con il tavolato frontale, zigomi, radice
nasale, dunque bulbi oculari ed anche con la sinfisi
mentoniera, sulla faccia più bella, esposta, nella
zona più luminosa, in prossimità della gota rosea,
di sinistra, sotto l’occhio bello, naturale di una
giovane stella nana che nervosa gironzolava,
distratta e senza meta, andava a sinistra ed a
destra, entrava ed usciva dal nucleo familiare, si
distaccava, sola, intristita, s’aggirava in dei
pressi, mandando in confusione, l’ordine stabilito.
La giovane, si
trovava a disagio, intendeva integrare allo sviluppo
nel quale era stata condannata, un elemento diverso,
era ristretto quello che aveva, non le piaceva,
dunque cercava una soluzione, l’incontro risolutore,
voleva rimuovere la causa e crearsi un’identità
diversa, insomma non ebbe la possibilità che a volte
entra in campo e mette a posto ogni tassello, invero
l’errore oscurò il suo desiderio. Il Ragioniere
Luciano Speziale, con l’intento di sottrarre, le
ciabatte gialle, il suo salva piedi, il sostegno
ultraterreno della zia Concettina ad uno scherzo, si
ritrovò con il cuore fasciato, inorridito e si mosse
con l’intendimento di portare aiuto, invero si
ritrovò a fare del male, provocando il collasso, di
una giovane, bella stella nana, insomma in questa
tempesta fuori terra, imprevedibile, si mosse a
soccorrerlo la mano materna, ritrovandosi in faccia,
una finestra aperta, l’uscita insperata che
l’avrebbe portato, con facilità, a riprendere il
ragazzo. L’apertura, nel caso fortuita e nel
contempo ben venuta, gli procurò il passaggio, gli
accese l’antico barlume e dal buchino vuoto, aperto
dalla nana, in un lampiat, realizzò uno spazio
libero e si tuffò dentro a guisa di una foca, con i
pollici in bocca ed evacuò limiti e distanza
acquisendo, la causa che aveva sollevato Marco
dall’ospedale Lina, Il Ragioniere Luciano Speziale,
insomma ebbe la grande occasione d’osservare al
massimo grado d’ingrandimento, la ferita di Marco.
L’individuazione sottocutanea di una macchia
violacea e la festosa presenza, a qualche nanometro
dalla superficie cerebellare, di otto o tredici
vermini, bavosi, ubriachi, osceni, e tre mosche
impertinenti che tentavano lo sciacallaggio
dell’integrità di Marco, lo riconsegnò alle armi,
non attese oltre, con voce rotta, indignato, chiamò
il Santo Marmittello, che curava alla stregua di un
figlio prediletto, lo incaricò di riunire
l’assequadra ed intervenire per rispedire il ragazzo
a casa.
La bolla nella
quale Marco stava in sospeso, sostava in un enclave
ai piedi del margine di sinistra della striscia,
dunque obbligò il Santo Marmittello clandestino, a
trasformarsi in un almaovite, cospargersi le ali di
una sostanza secreta da quattro herpes caudini, per
effetto del viaggio di traslazione col Ragioniere
Speziale, mutati in retrattili, hanno acquisito la
capacità sublime di riempìre la luce dello spirito.
Il carro, che aveva preso a bordo, trasportato
Marco, commettendo una enorme leggerezza,
sonnecchiava con la pancia rivolta al cielo
scoperto, una fumarola dietro lo specchio emetteva
con la costante sequenza di un circolo vizioso, fumi
di pulci biancocelesti, rosanere e residui di ascari
sfuggiti alla sabbia del deserto, dietro la rimessa.
La gestione di un servizio estremo, contempla una
sacralità basale che rifiuta replicanti, non
gestisce alcuna urgenza, e recita con alma
L’ignominia si è aggiunta con l’arrivo di una
caterva di incerti figuri, logori fraticelli,
aggiunti con una turbolenza ringhiosa ed accidiosa.
Il Santo Marmittello clandestino, esperto
conoscitore di grevi odori, ne rimase, addirittura
sconvolto e per non complicare l’operazione di
ripescaggio ideata dal Ragioniere Luciano Speziale
per salvare Marco, le sue ciabatte, si strinse nel
vuoto altero, assiepando l’aria di passaggio, sotto
l’eterea pelle, gonfiandosi a palla ed elevandosi
oltre l’emiciclo dell’essiccazione e della
conservazione dei corpiacei per mantenerli nel
costume naturale, escoriandosi le nocche resesi
interstiziali e scoprendo che il nosocomio della
zona di competenza che aveva in cura il ragazzo, era
offuscato da raffiche d’interferenze ed ogni
operazione di ritorno, dunque necessitava che fosse
libero, insomma l’area prevista per il rientro aveva
urgenza d’essere pulita. Le onde elettromagnetiche,
hanno determinato, diciamo contribuito a deviare il
percorso del carro ed inficiato un servizio molto
delicato. Lo strumento fuori equilibrio, è stato
indotto a sbagliare, sopraffacendo il sistema.
L’amministratore di questa speciale di Entità,
richiede la massima concentrazione, il massimo
rispetto delle regole e delle circostanze. Una
condanna, anche la più insignificante, distrugge
ogni innocente e non gli altri che hanno una
capacità di difesa inverosimile, con vizi di forma,
lodi ed addirittura, alti marchingegni, riescono ad
occultare e rinviare in secula seculorum,
l’apparizione dello spirito in veritate, rimanendo a
sollazzare, con vecchi amici, varie mutande di
setolino svolazzanti, compagni di nuvoloni
speculativi nella finanza creativa, nelle numerose
ville di famiglia dislocate nelle fasce più
prestigiose e luminose del pianeta. Il Ragioniere
Luciano Speziale, insomma bisognava riportare nel
luogo. la calma, l’ordine di verità.
I piani sovrani, se
necessario, andavano messi a soqquadro, voleva
sapere cosa fosse successo, la pratica se in
rubrica, doveva essere tolta ed evitare che fosse
inclusa nell’ordine del giorno, ed a umma umma,
evasa , insomma avvertire i solerti impiegati che si
annidano in quelle tetre stanze e rispettivi
Dirigenti, sedimentosi, inqualificabili elementi,
concupiti e sopraffatti, cercano di riscattare una
memoria pavida, obsoleta, mettendo a repentaglio
degli innocenti, pericolosi, dunque andava
sottratta, era autorizzato a profferire feroci
minacce di rappresaglia, lo strato doveva essere
perforato, i compromessi
consumati, la
trattazione non includeva mezze misure, ecco la
luce.
Il Ragioniere
Luciano Speziale, avrebbe spulciato i conti, le
partite semplici e doppie, rivoltato ogni numero,
certificato d’accompagno, appunto, pezzino, sarebbe
stato esaminato e raffrontato con pari, dispari, con
scrupolosa attenzione, e se qualcosa, non quadrava,
non fosse risultata regolare, seppure solamente per
un milionesimo di bilionesimo, di decimi una virgola
od un puntino, non avrebbe vestito i Santi crismi
richiesti, oltre la perfezione, sarebbe asceso, in
persona ed avrebbe presentato a S.Volta, rimostranze
indiavolate, avrebbe impedito l’ingresso a singoli
ed a gruppi, a chiunque, anche se fosse stato munito
di passaporto diplomatico, bianco od altrimenti
chiamato, insomma avrebbe operato uno sciopero
rallentando traslochi, transiti goliardici, brevi
passaggi denominati vacatio o trapasso. Il biondino
non era un Angelo, era stato condotto lassù, sicuro,
per sbaglio,
invero doveva
essere riportato nel luogo di pertinenza, a velocità
della luce
il Ragioniere
Speziale, dunque dichiarò guerra ad oltranza, ogni
Operatore compreso la S.Volta, era entrato nell’ira
trainata dalla dura terra, intendeva
che fosse stato
spedito per le cure del caso, nel suo luogo di
provenienza. Il pericolo era imminente, lo
scioglimento incombeva, bisognava fermare l’atto
del passaggio, un bambino non può morire per
l’incuria dei grandi, la soluzione del caso aveva
precedenza assoluta, estrema immediatezza, anzi,
meglio che l’inconveniente fosse stracciato,
altrimenti l’icona pura, avrebbe perso il carisma
assoluto, la verità creato un disastro incalcolabile
La festa di beneficienza in svolgimento nel Palazzo
del Governo, avrebbe disperso milioni di secoli di
beneficienza, andava interrotta e la riscossa,
incominciava all’istante, andava fatta una pulizia
profonda, il malcostume che si era instaurato,
necessitava di una bella tagliata, una sfumatura
alta.
Il Vermicello
Santo, in un lampiat, mise a punto il programma e si
mosse, chiese la complicità alla congrega del
condominio Vela, che in pochi nani, scrutarono le
informazioni sparse nel pulviscolo, invero copiose,
esaminate nelle varie sfaccettature, vagliate fin
nelle profondità più nascoste, preparò un piano
oculato di salvataggio, con l’approvazione stampata
sulle labbra, scoccò un colpo gobbo alla burocrazia
del palazzo che giuocava a tre sette, virò la boa
del diciassettesimo viottolo e si diresse a
velocità, da S.Volta.
Il giardiniere del
Parco riserva personale S.Volta, oltrepassando la
visuale del cane Baresio di guardia al cancello
ionizzato, notò il lampo e si spostò a sinistra
introducendosi nel millantato frutteto casalingo,
con il malcelato intento di evitare d’incontrarlo,
neanche di salutarlo, dunque non gli diede
il peso meritato e
si allontanò a lavorare nei numerosi filari
aggrovigliati l’uno all’altro in un intreccio
complicato, in petto sette salme di pazienza, in
mano le forbici, provò a sfoltire l’enorme,
trasparente matassa, a potare le mele marce,
scavandosi la fossa, invero a mano andava creando ai
piedi, un esercito di vermi, insomma divenendo in
breve, ostaggio dei discepoli del Vermicello Santo
che con stridente frequenza, lo obbligò, ad
ascoltare ed eseguire senza tergiversare, alcuna
resistenza, gli ordini del Ragioniere.
Il giardiniere,
confuso e spaventato, mosse le articolazione degli
ginocchi,
dei piedi, per
scendere la scala ed attendere a quanto voleva il
Vermicello, divenuto Santo con pratiche allusive,
perfuse con gonorrea, dal Cerraccio, un raccoglitore
di opere nei bassi strati della popolazione con la
promessa di benefici, insomma millantando crediti
aspirava alla nomina di S.Pelone, se non altro in
onore dei due peletti rimastegli a seguito di un
colpo acido.
Il giardiniere,
dunque alle richieste delSanto Vermicello
abbassò la testa e
seppure ritenendole sacrosante,cercò di
sottrarsi,non si sentiva all’altezza, adatto
all’arduo compito, dunque tentò di fare ricorso alle
bugie bianche,
invero gli mancava
il coraggio, la cultura scolastica deficitaria, lo
metteva in difficoltà, inoltre sopperire
all’incapacità tecnica, misurarsi con terapie
alternative, non consone ai principi accettati sotto
giuramento, gli risultava un atto oltremodo grave,
oltre che non idoneo all’abbigliamento sporco. La
marcia dei serpentelli, era inarrestabile, il
disimpegno, ingiustificabile, dunque non gli
restava altra scelta, e nell’atto di raddrizzarsi
sulla colonna, alzare la testa, inventarsi una
manovra per accettare, sbavò oltre le forbici,
superò la dimensione, l’apertura che gli era stata
assegnata e perse la luce. Il giardiniere, invero
transitò nel salone, seguito dalla sedia del
ragioniere, con lo spiritello legato, tallonato,
sospinto a spifferi, dal Santo Vermicello, col
risultato di creare bolle, confusione nelle stelle,
soprattutto oscurando la festa che subiva
un’insopportabile, incomprensibile, arresto, che
perfino i beneamati cagnolini, delusi, cedevano le
ricchezze ereditate, le medaglie i diplomi, che le
autorità con banda musicale, picchetto d’onore e
discorsi altisonanti, gli avevano conferito, insomma
un’emozionante, scioccante scorno per le padroncine
che sopraffatte, sbuffando, partorivano collarini.
Il giardiniere con
le forbici in alto, il ragioniere a piedi scalzi,
sulla sedia, lo spiritello con le ciabatte gialle, i
capelli con il colore sbiadito, sporchi
di sangue, seguiti
dal Santo Vermicello che si era dotato di un’
impotente coda ed indossato una maschera demoniaca,
produsse sugli astanti, rabbia, paura, che fu causa
di una sindrome allergica bollosa, costringendo i
grevi a riciclare la pelle delle palpebre, scendendo
perfino negli incavi profondi delle unghia, non
nascondendo il timore, i tick, che si fosse sparsa
altrove. Le donne, in maggioranza e gli uomini
diversi, azzardarono una pennellata di una sostanza
geriatra, mascarata, con la proprietà di equlibrare
lo strato, invero era uno scarto, un derivato
nocivo, mal concentrato, importato commerciato nella
striscia periferica di Mosieta Orena a seguito di
uno dei tanti sbarchi di clandestini da granchetti,
spacciato per un toccasana rigenerativo, invero un
palliativo per sciocchette che non hanno mai
conosciuto la Miratatina, un succo vegetale,
estratto da una pianta che cresce con le onde
solfattine. La S.Volta, rifugge l’occasione buona,
rimanda la soluzione del problema, li accoglie,
ospita nei canali ottusi e comanda ai rivoli che li
trasportano
di prenderli in
carico, invero questi rovinosi elementi, alleati dei
mercanti, falsificano il mandato ed armati di
subdole trombette, migliorano l’offerente, erodendo
canali, condotte e creando le disfunzioni,
appesantendo gli Angeli scelti, dunque questi beati
con la ritoccata alle sopraciglia e la depilazione
degli inguini, hanno creduto di avere recuperato la
funzione ed a gruppi ripresero la festa
I serpentelli,
esaltati agli annunci cifrati inviati da confratelli
che l’Eterno ha relegato, ovvero nascosti ai limiti
estremi delle Santissime dimensioni,
accerchiarono con
una tenaglia, i beati fedeli, costringendoli ai
domiciliari La festa di beneficienza, dunque
intendeva nascondere la gretta esistenza, che
continuavano, impunemente a condurre, con la
vergognosa complicità di Bracconi, Sorellanze,
Settolette, insomma fini eminenze di Castellanze
segrete, che non citate neanche nei salotti, nei
convegni, invero sono sparsi ovunque e costituiscono
un Surregno, in incgnito traslati, infiltrati in
loculi impensabili, costruiti con alti principi, con
severità e fortificati con esempi incrollabili, a
tenuta stagna, blindati, che neanche un viperino vi
acceda. L’associazione dei Bulbi, lavoratori dei
campi rei del ventunesimo strato, sono in sciopero
bianco, inascoltati, reclamavano nettezza nella
giustizia, ritenuti responsabili dei sabotaggi alle
linee che collegano gli strati e messi in dodicesima
sistemazione, confutano gli addebiti e riversano
sui Respini Capuioti, le prove a loro carico e
chiedono che i Prelazzi che li proteggono vengano
smascherati, messi alla gogna, insomma raggrinziti
fino al punto di espellere i residui porriconi delle
mani, dei piedi, tentando un’autodifesa per non
accettare una pena ingiusta, hanno colto l’occasione
si sono accodati ai serpentelli, ed ai vermicelli
terra Il maestro d’orchestra della volta,
infastidito da tale brusìo, cercò di capire,
si guardò intorno e
non vedendo nulla di strano, smise gli strumentì e
gridò con veemenza, al cielo le sue rimostranze
invocando rispetto verso il luogo La volta,
incuriosita, con il vecchio mantello sulle spalle,
entrò nel salone con una pantofole al piede sinistro
e l’altra in mano minacciando fulmini, rivolto ai
presenti e soprattutto al maestro, chiese quale
fosse il problema. Le risposte confuse e non chiare,
lo indussero a concludere la disamina, dunque
volse la vista sul cerchio ramato e sulle scarpe
rosate e s’accese. Smise l’abbigliamento, e scese
quel tanto che le era consentito e l’osservò,
indagò il suo stato
e sistemate le
stelle nei punti programmati, convocò la striscia
collocata sulla sua sinistra e l’incaricò di tirare
dal ripostiglio,
un veliero da
inviare in salvataggio di quel giovane steso a
pancia
in aria sul mare e
restò, per un buon tratto, a controllare Giovanni
La striscia,
sorpresa per l’interesse dimostrato per quel
naufrago, staccò i tacchi e s’avviò di corsa, verso
la porta di servizio, salì alcuni scalini, non
quantificabili, bussò con delicatezza ed aspettò
una particella di
tempo, insignificante ed un sorriso lieve, rosato,
sfociato su una faccia argentata, i capelli amaranto
e sulle spalle un mantello leggero, sospeso alle
ginocchia che le gambe, i piedi restavano celati,
immersi in una sorta, di basamento schiumoso
che attendeva
all’ingresso, insomma il custode – archivista capo.
La striscia,
invitata ad entrare si sollevò dalla soglia e
l’abbracciò accarezzandogli i capelli, baciandolo
teneramente sulla fronte
e si diresse in
fondo a sinistra, dietro la poltrona, ove
accucciata,
a gambe strette
nelle ginocchia, una nuvola di colore castagno
con striature di
carrubo e fico catalogno, se ne stava a testa bassa.
La striscia, carica del potere della volta,
approfittò dell’occasione e con voce cavernosa ed
arrogante, le intimò d’aprire le gambe,
senza chiedere, vi
si introdusse penetrando le celle, avanzando
a strato, filando
la lana che asportava e raccoglieva soddisfatta.
La raccolta della
nuvola, invero non risultò agevole, la materia
era complessa, la
striscia non conosceva gli elementi componenti la
struttura che cambiavano a seconda del clima che si
creava.
I fenomeni
atmosferici, erano un’incognita, la volta, si
conosceva,
sapeva i segreti,
era abituata a gestire la multicompagnia, eseguiva
la manovra con
discrezione, e soprattutto comprensione, la nuvola
si lasciava penetrare, apriva senza opporre alcuna
resistenza, anzi agevolando l’operazione, ogni
piega, sottofondo e quando la volta aveva terminato
e la lasciava, lei gratificata, ritornava a
ginocchia
strette, il vento
che spirava, l’ascoltava cantare e se ne compiaceva
La striscia, comunque ritornando alla volta, non era
più la stessa, aveva imparato che il rispetto, è il
fondamento di ogni elemento, il meccanismo funziona
nella reciprocità, e sottomessa, umiliata, consegnò
i rotoli raccolti, restando in attesa, con la testa
piegata
I rotoli,
contenevano una grande quantità di vaporetti, la
volta esaminateli, uno era fornito di carte per il
giuoco della canasta,
un altro, del tre
sette, dunque scelse il vecchio Tartaruga, fornito
delle carte nautiche e seppure non navigasse da
parecchi secoli, aveva esperienza da vendere, era
affidabile, conosceva a vista, ogni vento della
rosa, profondità dei mari ed il tipo di corrente
I venti, gli
camminavano a fianco e sopra con devozione, navigare
in loro compagnia quietava i mari e li rendeva a
guisa della balia che il giorno lava, veste, nutre
il pargolo senza forzarlo, la notte lo veglia, gli
tiene la mano e gli canta canzoni d’amore, il pane
del viaggio, la
memoria che non ha mai abbandonato, strumento
oleato, fidato che le navi moderne, città
galleggianti, sconoscono. Il Tartaruga, conosceva
scorciatoie, secche a trabocchetto, invero navigava,
oltre ogni limite, con ogni corrente, la stazza
esisteva, non concedeva digressioni, la diceria che
il Tartaruga guardava, per sicurezza con il
cannocchiale sottomare, è una bugia temeraria
Giovanni,
galleggiava sulla superficie azzurra dell’acqua, gli
occhi chiusi nei raggi del sole ed inseguiva un
nugolo di sogni, la corsa era frenetica,
instancabile, insomma voleva acchiapparne, almeno
uno, invano, gli
correvano davanti e restava con le mani a secco. Una
leggera ventata di scirocco, un lieve sciabordìo e
lentamente, con la dolcezza delle braccia e della
forza del nonno paterno, sentì il peso del corpo
evaporare e levitare nell’aria purissima, la luce
gli entrò dentro, lo penetrò ed all’improvviso,
oltrepassò il confine che distingue acqua e cielo,
gli elementi che inducono le persone responsabili a
cercare pur con tanta fatica a camminare e sperare.
Respinse un residuo
peso che gli teneva la testa, lievemente china
sulla spalla
sinistra e la sollevò, lasciandola che andasse a
piacere.
Giovanni, constatò
d’essere a bordo di un veliero lucidato a zero,
le vele aperte,
gonfie, una navigazione serena, senza turbolenze
ed a poppa, in
piedi, la figura fiera, asciutta, del nonno, la
coppola nera, i radi capelli bianchi sulla nuca che
il tempo aveva lavorato con filo grosso, a rete,
maglie larghe, qualcuna piccola, di traverso che
s’arrampicavano, sulla sfumatura alta pennellando il
bianco candido, di un argento lievemente rosato che
le forbici nell’infilata all’incontrario, rendono di
un riposante, carezzevole sentimento d’affetto, che
il bambino con le braccia legate al collo,
percepisce un’esaltante sicurezza, la sensazione che
nulla può fargli del male. La lieve freschezza
dell’acqua e la beatitudine del cielo, sommano gli
spiriti gioiosi e la generazione vola in soccorso,
ali senza coda, a cavalcioni sulle spalle col sole
che ammicca ed apre l’orizzonte. Giovanni cercò di
estrarre la visione traumatica ricevuta il giorno
precedente, tentò d’approfondire la situazione,
invero non pesca
il mezzo di
trasporto con il quale ha attraversato il tempo,
risulta che abbia viaggiato a bordo dell’aquilone
costruitosi da bambino, è entrato in una dimensione
ove quel che succede si è verificato, l’onda si
espande e tende con maestria a svuotare il
destinatario,
la fisicità,
afferra la corda e sale sull’albero maestro e si
osserva. L’anima dice alle mani di scendere, il
corpo ha raccolto il peso, incamerato il vuoto,
l’elemento si vede obeso, cammina a balzi senza
toccare terra, i piedi poggiano su una nebbia
soffice di luce.
Il Tartaruga,
navigava a vista, si trasformava, assumeva aspetto
e consistenza
secondo le leggi iscritte nelle lamelle, gli
elementi
entravano, uscivano
in autonomia ed indipendenza, in acqua, aria, negli
abissi, lo spazio del visibile e dell’invisibile, il
tempo pota, rende idonei i rami che la volta lascia
correre, acquisisce, rigenera
con discernimento,
raccoglie a valle, usa, per illuminare il fondo.
Il Tartaruga
vezzeggia i sogni e li fa crescere nei viaggiatori,
ospiti
privilegiati, amici
che ha accettato d’imbarcare ed accompagnare
nella crociera più
bella e sconosciuta, che non ha confini, né porto.
La volta ha istituito, lo sbarco, un premio per
riportare nel genere
umano, l’onore
sottrattogli dal potere incontrollato che la pia
terra ha lasciato a specie deviata, che per fini
edonistici, si è spogliata
dei vestiti propri
mascherandosi a guisa di un animale selvaggio
Giovanni, con il
corpo svanito, si specchiò negli occhi immensi
di Tartaruga, il
veliero gli concesse alcune lamelle del carapace,
Giovanni constatò
che la consistenza ossea si era quasi degradata,
ridotta a quella di un esemplare di avannotto,
sconosciuto ai mari odierni, e ritrovò i contatti
sensori, si afferrò alla murata e tentò
di cambiare la
posizione, nel buio, l’acqua che s’alzava nella
prua gli schizzò sul braccio destro e sul muso, la
possibilità, comunque d’intrattenersi con l’elemento
fondamentale della vita, gli accese
una capocchia di
speranza di scovare la strada che gli era volata
dalle piante dei piedi e potesse ricondurlo a casa,
dalla famiglia.
La Tartaruga, crede
nel potere della volta, conosce la sua indole, si
fidava, la barbetta sottomento gli conferisce
autorità, saggezza.
Il Patriarca,
insomma ordina, sentenzia, per sistemare cocci,
scorie
dispensa consigli
necessari, invero non interviene a colpire i mali, i
potenti che a calci disseminano i verdi spazi,
accumulano ettari, palazzi, ville, macchine e
piscine di malvagità, affamano milioni di uomini e
donne con i bambini che se riescono a tenersi in
piedi, è per sfuggire alla guerra che gli piove
rovente sulla pelle, invero si trascinano col
calpestìo negli orecchi, con l’effetto di portarsi
dietro ed a braccetto, malattie, carestia e l’insano
istinto di dignità. Il Tartaruga, sorpreso, verifica
l’ambiente natatorio, sale, plana, espande il suo
carapace, raccoglie uomini che cadono nella terra
per lavoro, per guerra, per disperazione e non
abbandonava il resto
Giovanni, s’avvide,
forse sognò il cambiamento o volle intendere che il
tartaruga gli avesse fatto l’occhiolino e sorridendo
abbassò verso, la faccia, l’orecchio sinistro e con
una leggera deviazione, ebbe la sensazione di
approdare, sbarcò sulla spiaggia, una sabbia
farinosa, vide il tartaruga solcare l’aria e con una
dolcezza infinita, sconosciuta, sussurrargli: “
IMASHASITO “ il luogo del risveglio.
La voce celestiale
della tartaruga, indusse Giovanni a crederci, bere
le sue parole, all’identico modo, del bambino, il
latte dal seno materno e pieno di gioia, si
abbandonò ai fenomeni celesti, volle aiutarsi a
pensare, nella possibilità di riabbracciare i suoi
cari.
Il nostro percorso
è composto di un numero di miglia incalcolabili
La religione è una
protezione, gli uomini saggi, la governano, è
un’essenza soave, la pianta va coltivata con
discrezione, altrimenti si dissolve, lascia il campo
deserto e la violenza ne fa un pascolo.
Giovanni, invero
non si annoverava nelle file dei tanti praticanti,
ragazzo era stato un assiduo frequentatore, un
attento scrutatore
indirizzato a
seguire i principi integrandoli nella realtà
giornaliera.
Uomini, donne e
bambini, oltre ai bisogni comuni, ogni singolo,
ha una necessita
diversa, l’attenzione differenzia la naturale
disposizione che
interagisce armoniosamente con gli altri, il resto
è l’imposizione,
l’unica visione acceca, conduce all’integralismo.
Giovanni,
mortificato della riduzione, umiliato
dell’ipocrisia, rese
le tasche del suo
impegno e a mani vuote, corse nelle strade, ove
la sopraffazione,
il male regna incontrastato, il bene è un miracolo.
La luce del sole si
sparse sull’acqua del mare e s’alzò a cancellare
il resto della
nuvolaglia che la notte, in combutta con alcune
onde masculine, avevano inteso aggredire la
spiaggia, invero prestatesi
alla volta,
condotto a riva, in incognito, la raccolta del
Tartaruga.
Il litigare di
zoccoli e ciabatte infradito, con sabbia, cartacce
varie, alghe secche, oltre alle scorie della civiltà
maleducata, arrancava verso il mare, conducendo
bambini insonnoliti, trascinati per mano dai
genitori e dall’anziana, grassa, nonna, le mogli
avanti, i mariti qualche metro indietro, stanchi di
un inverno soccombente, tediati dalla suocera alle
spalle che blatera, ordina per recuperare il potere
che non ha potuto esercitare integralmente per
ricovero d’urgenza.
L’agognata speranza
di scaricare i piedi dal peso, di ombrelloni, sedie,
borse da spiaggia, con teli, cappelli, gomme da
masticare, sigarette, videotelefonini ed ogni altro
attrezzo utile, di ordinario possesso di consumismo,
eventualmente comprato con prestito
rateizzato che
inserisce la famigliola, nella popolazione precaria
che usa il superfluo a guisa di necessario, per
superare il trauma quotidiano, rifugiandosi nella
gabbia modaiola a mente spenta,
rivoltando
l’elemento di fondo, s’infranse superata la mezza
costa.
Giovanni, perduto
in mezzo ai compagni, il pescato del Tartaruga, la
mattanza che i governi, gli uomini di potere,
perpetrano ai danni dei meno ambienti, spergiurando
che ogni risorsa, viene impiegata
ad innalzare la
soglia di benessere negli strati della popolazione,
provò a mettere in funzione, il globo oculare,
tentando di rendersi conto della situazione nella
quale era precipitato, del luogo toccato
L’occhio, non gli
conferì una visione adeguata, insomma percepì un
affollamento irreale, comunque abituale sulle
spiagge odierne. La differenza, invero era
palpabile, la debolezza che lo atterrava,
l’avvinghiava in una morsa sottile, inflessibile,
comunque a fronte inossidabile, gli cancellò la
goccia di pensiero che cercava l’uscita
ed inseguito dalla
luce armata di frecce minacciose, s’addormentò
Giovanni,
appesantito da gamberetti, seppioline, granchi e
padelle,
che il cuoco del
Tartaruga, a colpi di magìa aveva cucinati in ogni
salsa, in maniera, oserei dire, divina, con i quali
aveva banchettato per pranzo, colazione e cena,
nella transvolata dal piano di lavoro, ammaraggio,
imbarco sul Tartaruga, sbarco nel luogo di
risveglio, si lasciò cadere sulla sabbia,
procrastinando un ulteriore tentativo.
Giovanni,
miracolato, asciugatosi, a fatica si svegliò, vinse
ed aprì gli occhi, dunque tentò di alzarsi, mettersi
in piedi per riconciliarsi con il mare, il cielo,
la spiaggia, notò la folla distesa, indifferente
cercò un corridoio
in mezzo a gambe, piedi, teste, braccia, s’avviò
carponi senza
voltarsi, sostando a faccia in giù, riprende le
forze,
s’allontana e
raggiunge un cespuglio di canne, accostata e dentro,
la prua di una barca in secca, sotto la murata di
poppa, con un telo a proteggerle dalla pioggia e
dalle burrasche di sabbia, almeno tre, quattro toni
di reti basse, per la pesca sottocosta di seppie e
jaiuli.
Gli nacque il
desiderio di rivedere Ariana, genitori, fratelli e
figli, addirittura rivolse il pensiero, alla
scostante famiglia della moglie.
Osservò a denti
stretti, il trasporto con i teli, dei corpi con i
quali aveva viaggiato e creduti distesi a prendere
il sole, verso la tenda, di raccolta, eretta oltre
la spiaggia, nella spianata riservata al lido
balneare, per il posteggio di auto e moto, roulotte
degli avventori. La croce rossa, con i lucidi mezzi
allineati, gli gonfiò fino al collo, il petto di
dolore, di rabbia, d’impotenza, un inconfessabile
senso di colpa, gli occhi inondati di lacrime,
dunque riesumò il biglietto di ritorno, si mise
pronto a partire, salutò i compagni caduti, andò.
Il passo, invero lo
tradiva, in balìa di un risveglio tardivo, faceva
fatica a non farsi notare e dunque cadde preda di un
gruppo, banda od accozzaglia di ragazzetti che per
noia, solitudine, disaffezione familiare, si
dilettano a fare i duri, allenandosi
nell’interpretazione dei delinquenti, a misurare
la capacità di creare panico nei deboli e si
scagliarono su Giovanni con sberleffi, spintoni,
pugni e calci, lasciandolo a terra dolorante,
ritornando sui propri passi a legarlo con il nastro
adesivo per pacchi, al tronco del pino, ante la
cabina elettrica, disegnandogli con la vernice
nerastra, sulle parti molli, la faccia scarnita di
un topo di fogna, che contento, becca nel buco
Un fiore selvaggio,
con sacchetti di plastica in mano, alcuni fogli di
cartone d’imballaggio, una casa modulare, veloce da
montare, ritornando nel luogo adibito a residenza
privata, alla vista di Gallo
Giovanni,
professore di storia e filosofia, in forza
all’imprenditoria clandestina, sfruttatrice di
manodopera, scomparso senza lasciare traccia, sul
lavoro, l’ottavo anniversario di matrimonio,
dichiarato disperso, credette d’essere preda una
visione, che le fosse apparso, addirittura il
diavolo in persona, pensò di scacciarlo con la
lingua, segnandosi il palato con la croce, eseguì
la ritualità, oltre le volte
canoniche senza che
il tronco ritornasse ad esporre la sua corteccia
Il fiore selvaggio,
a questo punto, si sentì perduta, preda del fuoco
dell’inferno, si liberò le mani e corse gridando di
convertirsi, l’ora era arrivata, chiedendo aiuto,
indicando la cabina elettrica, la gente schifata,
incredula, la vide crollare per terra esanime e si
allontanò Un vigilessa, fresca di nomina, con anni
precari alle spalle, rotta
alla paura, toccò
la donna al collo e sentendo il pulsare del sangue
nelle vene, di
trattenere caparbiamente la vita, chiamò in
soccorso l’Ospedale, alzandosi, seguendo le
indicazioni delle brave persone che curiose si erano
attardate per concedere la loro collaborazione.
Le gabbie,
incautamente smantellate, dei principi di
convivenza, con leggerezza lasciate incustodite,
ha precipitato nella fragilità, la società,
permettendo che i barbari evadessero, che
sottocultura, ignoranza ed arroganza, prevalessero,
il branco che non accetta l’altro, il diverso,
cancellata l’educazione, armato di mediocrità, ha
preso il simbolo più truce che gli è capitato nelle
mani, dunque ha calzato la maschera, e mentendo,
brandendo ordine e sicurezza, tenta di
regolarizzare la sua posizione, di dirigere l’antico
governo
La sala d’attesa
del pronto soccorso, il corridoio ospitava barelle,
sedie, persone sedute, familiari in attesa,
attraverso la porta socchiusa della ricezione, in
piedi, di lato alla scrivania, un Dirigente parlava
al telefono,
non sentiva le
proteste, le minacce che alcuni avanzavano fino alle
spalle Al termine della conversazione, con un
sorriso indifferente sulla bocca,
si girò ed
autorizzò con un cenno di mano, l’entrata del
prossimo nella stanza successiva, lasciando che
andasse alla cieca, senza un indirizzo, inducendolo
a ritornare indietro respinto dalle porte chiuse
dall’interno.
Il Professore
Giovanni Gallo, disteso su una barella traballante,
raccattata
nella saletta che
ospita il personale addetto al 118 che l’ambulanza
doveva ritornare in strada con l’attrezzatura in
dotazione, accostato alla parete, contava le ore in
un silenzio ovattato, miracolato, non ha da
pretendere un secondo aiuto, caduto preda del
branco, cerca di ridarsi forza,
di ricostruire la
sua presenza e spingendo con le braccia le spalle
contro la parete, con fatica, acquisì la posizione
semieretta, scivolò a terra e tentò di rincorrere
l’uscita, barcollando, scarico, la testa semivuota,
avviandosi lungo il corridoio, attraversando la
stanza di raccolta, trattenendosi con le mani alle
sedie, appoggiandosi alle barelle a guisa di dare
conforto, gioia, allegria alle persone che
aspettavano d’essere chiamate, introdotte dal
medico, visitate.
Giovanni, dunque
guadagnò l’uscita inseguendo una gazza ladra che
rientrava nel luogo di residenza, dal peregrinare
giornaliero, nel becco una quantità enorme di
cibarie raccolte nei cassonetti allineati sul
lungomare, nei vicoli di periferia, dietro il
palazzo comunale, di giustizia, nel parco dei
divertimenti, nell’Ospedale.
Le insegne
pubblicitarie dei negozi alla moda, lo deviarono, i
fari disposti sotto il calpestato, lungo la facciata
del palazzo comunale,
gli violentarono la
vista e corse nel buio della pescheria perdendo la
guida del volatile, ritrovandosi seduto e poi
disteso sul telone cerato che stava a coprire le
cassette di legno, i tavoli per il taglio e
lasciando scoperto, ogni altro attrezzo di plastica
o la superficie ricoperta di buon tre robuste dita
di marmo che distende il pesce, aumenta la durata
della freschezza, frena il tempo che lo degrada.
La mattina, anche
se il buio copriva ogni tentativo d’illuminazione
riflessa, la sveglia, gli corse incontro con le
voci, i rumori, il fumo dei lavoratori della
pescheria che entrano nello spazio a prendere
possesso del posto, bancone di vendita, dei
magazzini, invitandolo
senza una parola a
continuare a camminare, a rabberciare i lembi che un
miracolo gli ha consegnato, deve riuscire a metterli
insieme e viaggiare verso il consorzio familiare,
rischiare di cadere in mani interessate, comunque
amichevoli, essere sottoposto a studiosi seri e di
comprovata esperienza, alle indagini degli eminenti
uomini
di scienza, amici
di famiglia, invero un percorso che risulta oscuro
La coscienza gli
sfuggiva e lasciò che i passi andassero per conto
proprio, ove gradivano, invero la volontà era
assente, si dirigevano senza una meta,
vagabondavano, vedevano il posto di residenza, il
luogo di partenza, provenienza, invero non sapevano
dove fossero.
L’EUFORIA DEL
VECCHIO CAPRONE
Avevo afferrato un
momento di pausa e ciondolando percorrevo
il corridoio verso
l’uscita, con l’intento d’intercettare qualche
amico, i lavoranti esterni, per scambiare quattro
parole, prendere un caffè. Il transitare oltre lo
sportello della segreteria, con forza mi richiamò
indietro, il mio sguardo fu attratto, non
dall’azzurro basso schiena, bensì dall’orlo bianco
che comandò il vecchio caprone a curiosare.
Il passo sinistro
sollevato, con l’occhio allerta, attraverso la
vetrata, evito con doviziosa perizia, le linee della
serranda e mi alzo acceso.
Un moto d’euforia,
m’induce ad aprire lentamente, la porta e guardo la
ragazza che mi voltava le spalle, piegata a parlare
con il collega addetto, asservito ad una qualifica
diversa, oppresso dal possesso. La mia presenza è
motivo d’interruzione, l’ordine concluso e scorgo
che nel
reindirizzare la schiena, il capo, la sua faccia ha
la mia luce. Il desiderio s’insinua nel mio petto, è
un verme smerigliato, e saluto.
“ Ciao, bella “ le
dico “ è lei …” le domando a guisa del presentatore
televisivo, famoso e simpatico con l’apertura
labiale di un paperotto.
Una caterva di
stelle liquide, avvolte in una luce mattutina,
morbida, le riempivano gli occhi, carichi di una
serenità, e cammino nell’età, scosto con le mani i
giorni e lotto con gli anni depositati a decantare
Avrei voluto abbracciarla, donarle la gioia che mi
sgorgava, potente dalle viscere, stare nell’incavo
dei seni che cantavano ninne nanne. Un parossistico
respiro, con un forte balbettìo m’assalì, mi nascose
le mille parole che mi gonfiavano le gote ed il
petto, e non le lasciai uno spiraglio del tempo, le
cinsi le spalle con le mani e la condussi fuori la
porta, verso la macchinetta del caffè con l’intento
di distrarla La più robusta barriera era diventata
fuscello, carpitale l’attenzione, acquisite le
informazioni che mi servivano, mi resi conto
d’averne
il controllo, la
baciai, le sensazioni mi sopraffacevano, non
riuscivo a trattenere le emozioni e la condussi nel
monta carichi inoperoso. La mano destra avviò
l’ascesa, lei nell’angolo stava in attesa, riebbi
la ragione in mano, capii che stavo esprimendo
l’animale, usandole violenza, mi dissi che la donna
non è un oggetto, è una compagna, ha diritto al
rispetto, un uomo non può credere di poterla
possedere.
LA RAGAZZA CON LA
SCARPA IN MANO
L’ombra dei gelsi,
fichi e pini, si era allungata con varie geometrie,
sulla breve strada
asfaltata e per quella sterrata, che dalla piazza
della Basilica, conduce ai resti del teatro Greco
che nella serata, ascriveva la messa in scena della
tragedia del Re Agamennone, incuneandosi con
scorbutica sottomissione, a cancelli senza luce,
chiusi con robuste catene e numerosi lucchetti, a
protezione di ville faraoniche, alcune fallimentari
imprese di ristorazione e per ulivi secolari, massi
sparsi per il sito, alla ricerca dell’azzurro del
mare.
La successione
delle curve e l’eccitazione di affacciarmi a
guardare le lingue di sabbia, le barche, il mare
dall’alto, quasi mi nascosero, una ragazza confusa
in un ramo di luce, la scarpa sinistra in mano e
nella destra il tacco, alla ricerca di una
soluzione all’incresciosa situazione, incapace di
seguire le compagne lontane, inconsapevoli
L’idea repentina di
raccogliere un frutto acerbo, dall’albero del fico
che si elevava di lato, mi sembrò buona e mi
avvicinai, sorridente. Ciao le dissi, porgendole il
fico con sul peduncolo una goccia piena del latte
prodotto nell’averlo colto, nell’intento di aiutarla
a risolvere, momentaneamente, l’inconveniente, lo
usasse per incollare il tacco alla scarpa e
raggiungesse la coda delle compagne che cantando
allegramente, proseguivano verso il teatro, ignare
del suo dramma.
“ Ci conosciamo? “
mi disse stizzita, la faccia arrossata e scalzando
la caviglia sinistra da sopra il ginocchio destro,
resettando la veste, lasciò il muretto a secco sul
quale stava semi seduta e si allontanò.
La domanda, mi
lasciò di stucco e sorpreso, mortificato, nella mano
il frutto, restai a guardarla saltellare e nel
contempo sentii, dal retro della radice della
piramide nasale, saltarmi agli occhi, il minaccioso
verso del gatto, un allergico pensiero che addossai,
a quel nettare.
L’intolleranza
verso questo alimento ed i suoi derivati, la
conoscevo e dunque c’era qualcos’altro che l’occhio
aveva colto, ma distratto dalle bellezze e dalla
gente, avevo allocato riservandomi la visione.
M’indussi, a ricercare negli avvenimenti della
mattinata, gli spazi sospesi ed indagai sulla
memoria infondendole quel sano timore, che fa
dell’uomo un operatore di bontà anche se ne farebbe
a meno
La causa del
turbamento, percorrendo le circonvoluzioni, si
palesò, mi sovvenne che l’avevo scontrata, colsi un
passaggio nel fondo dell’anima, un frusciare nella
calca, il fugace calore dei suoi seni, sentii il suo
profumo, l’istante che mi aveva segnato e mi arresi.
“ Ci siamo
incontrati e perduti “ mi scoppiò di dire, il sogno
cullato negli anni, mi parlava con dolcezza, avevo
l’obbligo di acchiapparlo.
La guardai
proseguire, considerando che l’avevo seguita, un
passo dopo l’altro, inconsapevolmente, senza
accorgermene l’ho cercata e l’ho malamente persa,
senza parole, conoscere almeno il nome
I suoi passi
diseguali, mi rimbombavano negli orecchi, mi
strofinai con molta energia, la cartilagine nasale,
l’allergia si era scatenata La sfiducia, mi scavava
ogni pensiero, scarnito mi tratteneva fermo, dovevo
muovermi, non fosse altro per non bruciarmi i
capelli biondi La questione del fico, mi premeva
chiarirla, m’allungai verso il ramo, con un salto
raccolsi un altro frutto, cantando una canzone
d’amore, corsi verso il Teatro antico a declamare la
bellezza della mia donna.
LA CANDELA
La cera si è
appiattita, la fiamma s’abbassa, fumeggia e si alza,
lotta per non affogare sul liquido che la mantiene
accesa, la mano riprende coraggio, esce dalla manica
che la nasconde e la candela,
illumina di nuovo
la stanza, le pareti coperte di quadri, scaffali e
libri
Le mie pupille
ricevono la fiamma, tentano di fare un ultimo
giuoco, le palpebre s’abbassano, un riflesso mi apre
e nel bianco chiarore, scanso il tempo e con gioiosa
accettazione, scorgo gli anni piegatisi sotto il
macigno che pendola sul costone della montagna,
raccolgo anche i nano secondi, le briciole formano
il pane e li metto in spalla, scendo a valle,
oltrepasso la strada ferrata e l’autostrada, mi
fermo a prendere fiato, scendo in spiaggia, il mare
è chiaro, con l’azzurro che lo riempie è sublime,
nuoto, è leggero il mio corpo,m’abbraccia e mi
culla, le ferite hanno smesso di bruciare, e pesco
con la lenza. La linea di costa, s’incurva e poi
s’allunga, scompare e poi, riappare disegna una baia
che a sognare ci perdi, m’addormento, mi sveglio e
guardo l’alba con le barche che rientrano dalla
pesca, è un giorno che ritorna, sarà carico di
eventi, la noia, la fatica, sono le schegge
LA RAGAZZA DI
GIOIOSENAGGIO
Io che cercavo la
ragione a protezione della mia cultura e dignità, ad
un tratto, senza
difesa, mi sono sciolto nella luce
dei suoi occhi. Le ho preso la mano destra nella
mia,
volevo venerarla, esprimere la gioia che le
parole, arroccate nelle corde, m’impedivano il
respiro M’accorsi dell’altezza, dell’armonia delle
forme, nel passo di danza che leggera
svolse,
avvolgendosi sulle punte dei piedi, riempiendo
lo spazio
rimastomi, semicosciente mi frugai nella tasca
posteriore del pantalone che mi
teneva la gamba
destra indietro, equilibrando
il corpo che
tendeva a confondersi nel suo, in un’acrobazia di
luce. Il potere economico,
il dispensatore,
soggioga, induce a far credere, illude e fa cedere,
una luminaria di stelle,
m’accompagnò a sedermi in
un letto di rose e gelsomini, rimasi sorpreso a
trovare la
dolcezza del neonato ed ebbi i sapori che
il mare, la terra, tengono nascosti, in ogni
loro
frutto, pur sottoposti ad una serie complessa di
prodotti nocivi ed i profumi che l’aria
trasporta
con il venticello di primavera.
La mia ragazza non
ama cucinare, pulire la casa anche se armata di ogni
elettrodomestico in commercio, è una ballerina,
sulla pista,
è una stella
filante, si scioglie sugli astanti, riceve ogni
bene, sorride
e mi lancia
occhiatacce se le dico che è l’alba e la prego di
ritornare a casa a riposare,
una pausa per una
doccia, smaltire alcool, fumo, la pelle ne ha
bisogno per non dirle
che sono al limite, non
sopporto la sua leggerezza e patisco le
frustrazioni del vigliacco,
pure d’altro. Il viale
m’ammorba gli occhi, è l’ultima goccia ma l’amo, la
riscopro, ho
voluto credere che non fosse lei, con
un giovane barbarottone, un ragazzo di quelli che
non gli affidi neanche un’unghia, fanciullo
senza nulla in
testa, rasato a nazi, una cosa odiosa, orribile,
però
non riesco a fare a
meno, ho bisogno di lei, d’averla, quando vuole, la
mia casa crolla, mi
riconosco un forte miope e
l’aspetto sveglio.